Ignora e passa al contenuto
AeternumAeternum
0
Le pietre del fulmine, quando le asce preistoriche diventavano talismani
Haches polies néolithiques de Kerham conservées à Carnac, pierres similaires aux céraunies

I Quaderni di Aeternum

Le pietre del fulmine, quando le asce preistoriche diventavano talismani

18 min di lettura

Un’ascia di pietra sepolta in un campo non è sempre stata riconosciuta come uno strumento della preistoria. Per secoli, contadini, proprietari di case e persino eruditi hanno identificato alcuni oggetti trovati nel terreno come residui del fulmine. La lama, la sua durezza insolitamente elevata, il filo lucidato e la sua presenza in mezzo a un terreno arato sembravano rivelare un’origine fuori dal comune. Si parlava di pietre del fulmine, di pietre del tuono o, nel vocabolario erudito, di ceràunie.

Queste pietre non sono soltanto curiosità della storia rurale. Autori antichi ne hanno menzionato i poteri, i lapidari medievali hanno accordato loro un posto e alcuni esemplari preistorici sono stati ritrovati in costruzioni romane o posteriori. Alcune asce possiedono persino iscrizioni magiche apposte millenni dopo la loro fabbricazione. La stessa materia ha avuto due vite: prima strumento umano, poi talismano o oggetto straordinario. La storia di questa trasformazione ci introduce in una tradizione che associa l’origine presunta di una pietra alla sua capacità di protezione.

Per comprendere questi oggetti, dunque, non basta chiedersi di quale roccia siano fatti. Bisogna anche ritrovare le parole di coloro che li hanno conservati, i pericoli che cercavano di allontanare e le circostanze in cui un’ascia antica è diventata una pietra ritenuta proveniente dal cielo.

Un’ascia neolitica ritrovata nella terra

Immaginate un coltivatore che scopre nella terra smossa un oggetto grigio o verdastro, dalla superficie liscia e dalla forma regolare. Possiede un bordo tagliente, ma non assomiglia agli strumenti di ferro usati per i lavori agricoli. Nessun artigiano dei dintorni fabbrica lame in questo modo. Quando l’oggetto viene scoperto dopo una tempesta, il ricordo del tuono offre una spiegazione immediatamente comprensibile. La pietra sarebbe arrivata con il fulmine, rimasta nella terra prima di essere riportata alla luce.

Oggi sappiamo che molte pietre del fulmine sono asce neolitiche. Questi strumenti furono realizzati per lavorare il legno, preparare elementi da costruzione e svolgere attività che gli archeologi ricostruiscono a partire dalle tracce d’usura. La loro lucidatura non era soltanto estetica: modificava la forma del filo e alcune proprietà di resistenza. Esemplari di grandi dimensioni, realizzati con rocce rare, servirono anche come oggetti di prestigio e circolarono molto lontano dai luoghi in cui erano stati fabbricati.

Le asce conservate al Museo della Preistoria di Carnac, tra cui quelle di Kerham, mostrano la padronanza tecnica delle comunità neolitiche. Diverse risalgono al V millennio a.C. La loro superficie non lascia dubbi sul lavoro umano che le ha modellate. Ma una volta perso il ricordo di questa tecnica, la stessa perfezione può diventare un enigma. Il filo non richiama più un mestiere; suggerisce un’origine eccezionale. Una pietra che sembrava impossibile da produrre localmente diventava la testimonianza di una forza venuta da altrove.

La categoria delle pietre del fulmine non comprende tuttavia tutte le asce preistoriche, né soltanto le asce. Antiche punte e bifacciali del Paleolitico sono stati integrati in questo repertorio, mentre anche alcuni fossili hanno ricevuto nomi legati al tuono. Questa varietà è importante: l’espressione appartiene alla storia delle interpretazioni, non a quella di un materiale definito con precisione. Una ceraunia è un oggetto al quale si attribuisce un’origine celeste, anche se l’archeologia può in seguito dimostrarne la fabbricazione umana.

La parola francese riprende il latino ceraunia, derivato dal greco keraunós, che indica il fulmine. Il nome pone la pietra in un rapporto diretto con il cielo. Il fulmine colpisce il suolo e sembra potervi lasciare una materia, come se la potenza celeste si fosse condensata in un oggetto. Questa origine presunta spiega perché i luoghi colpiti dai fulmini fossero considerati favorevoli alla scoperta di tali pietre. Il ragionamento segue il fenomeno naturale: un evento straordinario deve aver prodotto una traccia straordinaria.

Anche la forma svolge un ruolo. Un’ascia di pietra allungata, smussata e levigata si distingue da un normale ciottolo. Alcune rocce verdi, come le giadeititi sfruttate nelle Alpi, rafforzano l’impressione di rarità. Il Clemens Sels Museum di Neuss conserva lame neolitiche in giadeite che mostrano il prestigio di questi materiali fin dal loro primo utilizzo. Una scoperta tardiva può aggiungere una reputazione magica a un valore che esisteva già nella società che aveva realizzato la pietra.

L’origine celeste non significa che questi oggetti siano veri prodotti fisici del fulmine. Esistono fulguriti, formate quando un fulmine porta localmente alcuni terreni ricchi di silice a una temperatura molto elevata. Possono essere tracce materiali dell’impatto. Un’ascia levigata è una cosa diversa: la sua regolarità deriva dal lavoro umano. Confondere una fulgurite con un’ascia neolitica significherebbe confondere due storie naturali e tecniche. Le tradizioni possono associarle allo stesso fenomeno senza che la loro formazione reale sia identica.

Questa scoperta trasformata in racconto ci informa sulla trasmissione familiare. Una pietra raccolta al ritorno di un temporale non rimaneva necessariamente una semplice curiosità di passaggio. Poteva entrare nella casa e ricevere uno status protettivo. La sua provenienza precisa, il luogo in cui era stata trovata e il ricordo della persona che l’aveva conservata contribuivano allora al suo valore. La potenza attribuita alla pietra derivava tanto dalla storia del suo incontro con il cielo quanto dalla sua materia.

Le ceraunie di Plinio e gli amuleti dell’epoca romana

Il riferimento antico più noto compare nella Storia naturale di Plinio il Vecchio. Nel libro 37, capitolo 51, l’autore menziona diverse pietre chiamate cerauniae. Alcune descrizioni parlano di trasparenza e riflessi, altre di forme paragonabili ad asce. Il passo riunisce evidentemente tradizioni che non rimandano tutte allo stesso oggetto. Questa varietà impedisce di identificare ogni pietra citata da Plinio con un’ascia neolitica; conferma tuttavia l’esistenza di un vocabolario antico che collegava alcune materie al fulmine.

Plinio riporta in particolare informazioni attribuite a Sotaco, autore greco noto attraverso citazioni indirette. Alcune delle sue pietre sono rosse o nere e somigliano ad asce. Distingue oggetti arrotondati accostati ai betili e forme allungate chiamate ceraunie. Evoca inoltre una pietra molto ricercata dai magi in luoghi colpiti dal fulmine. Quest’ultimo dettaglio collega tre elementi essenziali: una materia singolare, un evento celeste e una ricerca effettuata da uomini esperti nelle conoscenze rituali.

Il passaggio non fornisce un metodo per proteggersi dal temporale. Descrive pietre alle quali vengono attribuite qualità straordinarie. Il significato del loro nome, la loro forma e il luogo in cui si trovano le rendono interessanti agli occhi degli autori antichi. Nel mondo greco-romano, gli oggetti di pietra possono appartenere alla storia naturale, alle pratiche di protezione o agli usi religiosi. L’esempio delle ceraunie rivela la vicinanza di questi ambiti, senza che sia necessario confonderli con una dottrina perfettamente uniforme.

La logica magica più nota consiste nel chiedere a una pietra scaturita dal fulmine di proteggere dal fulmine. Il legame si basa sull’origine presunta della materia. Una potenza sarebbe capace di allontanare le manifestazioni del dominio al quale appartiene. Ritroviamo qui una forma di magia apotropaica, cioè destinata ad allontanare un pericolo. Le pietre del tuono sono quindi associate alla protezione delle persone e dei luoghi, ancora prima di ricevere un’iscrizione o una montatura.

La ricerca di Christopher A. Faraone, pubblicata sulla rivista Kernos nel 2014, offre una testimonianza materiale particolarmente illuminante. L’autore studia asce preistoriche sulle quali, in epoca romana, sono state incise iscrizioni greche e immagini attinte a diverse tradizioni del Mediterraneo orientale. Questi oggetti non sono più soltanto pietre raccolte e conservate: hanno ricevuto un secondo intervento umano, destinato a integrarli in un linguaggio rituale.

Gli esemplari studiati comprendono grandi asce, le cui dimensioni sono adatte alla protezione di una casa, ma anche piccoli pezzi che potevano essere portati con sé. Alcuni sono stati forati per poter essere appesi. Queste caratteristiche permettono di distinguere una funzione di amuleto personale da un deposito domestico. In entrambi i casi, la forma preistorica è conservata. L’aggiunta di nomi divini o di figure simboliche non sostituisce la reputazione della materia: le conferisce un nuovo ruolo nelle pratiche dell’epoca romana.

Alcuni oggetti recano lettere greche, nomi sacri e immagini ispirate all’Egitto. Sarebbe anacronistico sostenere che i fabbricanti neolitici avessero attribuito loro questi segni. Le iscrizioni appartengono alla seconda vita dell’oggetto, in alcuni casi migliaia di anni più tardi. Si vede così come una pietra antica potesse entrare nella magia di un altro popolo e di un altro tempo, non come una reliquia il cui significato originario sarebbe stato integralmente preservato, ma come materia alla quale veniva attribuita una nuova efficacia.

La presenza di asce preistoriche nelle costruzioni romane amplia ulteriormente questa storia. Alcuni esemplari sono stati scoperti in contesti domestici, militari o cultuali. La loro posizione può suggerire una funzione protettiva, soprattutto quando un oggetto è stato collocato in alto o in una struttura poco accessibile. Tuttavia, ciò non permette di concludere automaticamente che avessero una funzione talismanica: a seconda delle situazioni, restano possibili usi materiali, offerte o semplici conservazioni.

Questa sfumatura è stata sviluppata da Benjamin Bober in uno studio del 2023 dedicato a 73 siti gallo-romani in cui sono state ritrovate asce levigate. Sottolinea che la «pietra del fulmine» non deve diventare la spiegazione universale di tutti questi reperti. Un'ascia può evocare la protezione, la fertilità, il ricordo di un passato prestigioso oppure essere semplicemente un oggetto riutilizzato. L'importanza del fenomeno non consiste quindi nell'aver fornito un unico significato a tutte le asce antiche, ma nell'aver permesso ad alcune di acquisire una funzione protettiva attestata dai testi e dalle loro trasformazioni materiali.

L'epoca romana lascia così una documentazione particolarmente preziosa. Ci offre parole ereditate dalla cultura greca, compilazioni di proprietà minerali, amuleti incisi e reperti rinvenuti negli edifici. Queste categorie di prove non dicono esattamente la stessa cosa, ma il loro incontro illumina una tradizione di lunga durata. La ceraunia non è un semplice ricordo inventato dai moderni raccoglitori di racconti: appartiene a pieno titolo alla storia antica degli oggetti investiti di una virtù protettiva.

Una protezione delle case trasmessa dai lapidari medievali

I lapidari della tarda Antichità e del Medioevo hanno assicurato parte della trasmissione di queste proprietà. Raccolgono descrizioni delle pietre, delle loro presunte origini e delle virtù che la tradizione attribuisce loro. Il confine tra storia naturale, medicina e proprietà magiche vi è meno netto di oggi. La pietra non viene valutata soltanto per la sua durezza o il suo colore: il suo comportamento, il luogo del ritrovamento e la reputazione che porta contribuiscono a definirla.

Il trattato latino attribuito a Damigéron ed Evax evoca la pietra del fulmine come un oggetto capace di preservare una persona e un'abitazione dai colpi del fulmine. In questo testo, la protezione si estende anche ad altri pericoli, soprattutto durante il viaggio. La portata della pietra si amplia: il legame diretto con il temporale rimane, ma l'oggetto viene ormai presentato come una difesa contro diverse forme di pericolo. Il lapidario conserva quindi un'eredità, dandole al contempo una formulazione trasmissibile ai suoi lettori.

Timoteo di Gaza, autore della tarda antichità, riferisce anch’egli della conservazione in casa di una pietra del fulmine protettiva. La sua testimonianza associa la pietra a lettere magiche, mostrando l’accostamento tra la virtù attribuita alla materia e il potere riconosciuto ai segni scritti. Non si tratta del semplice ornamento di un oggetto prezioso: l’iscrizione fa parte del modo in cui il potere protettivo viene concepito nella tradizione riportata.

Nel VII secolo, Isidoro di Siviglia parla nelle sue Etimologie di pietre legate ai fulmini, con nomi quali brontea e ceraunia. Le colloca nel quadro di una storia naturale in cui le materie possiedono proprietà caratteristiche. Il sapere antico trova qui un tramite nella cultura cristiana erudita. Questa trasmissione impedisce di immaginare che le pietre del tuono appartenessero esclusivamente ad ambienti marginali o clandestini.

Marbodo, vescovo di Rennes morto nel 1123, partecipa anch’egli a questa tradizione attraverso il suo Libro delle pietre. Nella sua opera, i minerali sono considerati in relazione alle virtù loro attribuite dalla cultura erudita. Il caso delle ceraunie mostra che gli autori ecclesiastici potevano trasmettere un antico vocabolario di proprietà naturali e protettive. La loro presenza nei lapidari non implica l’approvazione di tutte le pratiche rituali, ma testimonia la trasmissione dei nomi e delle qualità riconosciute agli oggetti.

Nelle campagne, la protezione dai fulmini aveva un’importanza molto concreta. Il tetto di una fattoria, un fienile pieno di raccolti, un edificio che ospitava il bestiame o un’imbarcazione esposta alle intemperie potevano subire danni irreparabili. Il talismano non era quindi una semplice curiosità: offriva una risposta simbolica a rischi familiari. Una pietra ritenuta originata dal tuono costituiva, secondo questa logica, un oggetto particolarmente adatto a proteggere ciò che si possedeva.

Le tradizioni etnografiche menzionano pietre custodite nelle case, vicino a determinate strutture o tra i beni di famiglia. La collocazione è importante, perché può collegare l’oggetto all’area che dovrebbe proteggere. I tetti sono esposti ai temporali, le soglie segnano un ingresso e i fienili proteggono le scorte. Gli studi archeologici su edifici medievali o moderni rendono plausibili questi usi in alcuni casi, ma solo una precisa associazione tra testi e contesto permette di comprendere la funzione di un oggetto ritrovato.

Tomasz Kurasiński ha dimostrato in lavori pubblicati nel 2021 che il ruolo attribuito alle pietre del tuono andava oltre la sola protezione degli edifici. Le fonti europee registrano anche qualità associate alla cura, alla preservazione della fertilità e alla difesa degli animali da alcuni mali. Ogni uso deve tuttavia essere ricondotto alla propria regione e al proprio periodo. Un’attribuzione nota in un insieme di testimonianze non trasforma tutte le ceraunie in oggetti dotati esattamente delle stesse virtù.

Queste proprietà appartengono alla storia degli usi magici e medici, non a quella dei trattamenti efficaci oggi verificati. Il possessore di una pietra poteva assegnarle un posto nel proprio modo di comprendere la malattia, l’incidente o la perdita dei raccolti. Lo storico cerca di comprendere questa funzione senza sostenere che l’oggetto sostituisca una cura. Il lettore interessato alle classificazioni mineralogiche moderne può consultare separatamente il nostro articolo sulla storia e gli usi della litoterapia, il cui ambito non è quello degli antichi lapidari.

La pietra del fulmine diventa anche, nel corso delle generazioni, un oggetto della memoria. La sua origine narrata, il nome del suo scopritore e il posto che occupa nella casa possono contribuire al suo valore. Una famiglia conserva un oggetto di cui conosce la storia senza conoscerne la vera età. Quando lo riceve una nuova generazione, trasmette sia la materia sia l’interpretazione protettiva. Questa memoria domestica spiega in parte la longevità delle pietre del tuono dopo la scomparsa dei loro usi tecnici.

Vestigia preistoriche negli edifici e nei gabinetti delle curiosità

Gli scavi archeologici rivelano spesso oggetti più antichi del luogo in cui vengono ritrovati. Un’ascia neolitica può comparire in uno strato romano, in un edificio medievale o in una collezione formata molto più tardi. Questa discrepanza non basta a dimostrare un’intenzione magica, ma impone una domanda: per quale motivo qualcuno ha raccolto e conservato questo oggetto dopo la scomparsa della sua funzione originaria? La storia delle pietre del fulmine fa parte delle risposte documentate.

In Gran Bretagna, un’antica ascia di pietra è stata scoperta tra le macerie di una villa romana, in una posizione interpretata come potenzialmente proveniente da un tetto. I ricercatori vi hanno visto un possibile oggetto protettivo conservato in alto. Questa interpretazione si ricollega alla tradizione delle pietre destinate a proteggere gli edifici dai temporali. Rimane un’ipotesi contestuale: il ritrovamento non offre la testimonianza diretta di chi aveva collocato la pietra.

In altre situazioni, un’ascia presenta un foro di sospensione, iscrizioni o un’usura che non appartiene al suo primo uso. Questi segni offrono prove molto più precise del suo riutilizzo. Una pietra incisa durante l’epoca romana non può essere interpretata esclusivamente in base alla sua fabbricazione neolitica. Bisogna tenere conto di entrambe le epoche. L’una ne spiega la forma; l’altra rivela un nuovo modo di considerarla e utilizzarla.

Un reperto conservato presso il Musée lorrain di Nancy testimonia in modo ammirevole la vita tarda delle asce antiche. Si tratta di una piccola ascia neolitica in roccia dura, lunga circa 10,7 centimetri. Fu offerta nel XVII secolo a François de Lorraine-Chaligny, vescovo di Verdun, da Henri de Gournay de Marchéville, che l’avrebbe riportata da un soggiorno nell’Impero ottomano. Diversi millenni dopo la sua fabbricazione, l’oggetto conservava ancora abbastanza prestigio da circolare come dono di particolare rilievo.

La scheda museale associa questa ascia a proprietà terapeutiche attribuite a una materia simile alla giada. Sarebbe quindi inesatto presentarla come una ceraunia impiegata specificamente contro i temporali: questo punto non è accertato. Mostra invece come un’ascia antica potesse inserirsi in una rete di qualità minerali, curiosità erudita e prestigio ecclesiastico. La seconda vita della pietra poteva assumere forme diverse dalla protezione del tetto.

Uno studio pubblicato nel Cambridge Archaeological Journal nel 2023 presenta un’ipotesi notevole nella pittura. I ricercatori hanno esaminato la pietra che san Stefano tiene in un pannello del Polittico di Melun, dipinto da Jean Fouquet intorno al 1455. Attraverso confronti di forma e aspetto, propongono che possa trattarsi della rappresentazione di un bifacciale paleolitico. L’ipotesi richiede prudenza, perché un dipinto non può essere esaminato come un oggetto proveniente da uno scavo.

Se questa identificazione è corretta, dimostrerebbe che una pietra molto antica poteva comparire nell’iconografia cristiana del XV secolo, ben prima che il Paleolitico fosse riconosciuto come periodo della storia umana. La pietra tenuta dal santo diventa lo strumento figurato del suo martirio, senza che il suo fabbricante originario fosse necessariamente conosciuto. Una materia che ha attraversato millenni può quindi ricevere un significato religioso che non assomiglia affatto al suo uso iniziale.

Le tradizioni greche offrono un'altra continuità. Il nome astropeléki, letteralmente «ascia del fulmine», designa oggetti ai quali alcune comunità hanno attribuito proprietà protettive. Testimonianze etnografiche ne documentano la conservazione nelle abitazioni contro il fulmine o il fuoco. È necessario rispettare le variazioni locali: una somiglianza terminologica non significa che tutte le popolazioni europee condividessero lo stesso pantheon o un unico modo di concepire queste pietre.

Sarebbe in particolare eccessivo affermare che ogni ascia del fulmine sia un simbolo di Thor o di Giove. Queste divinità possiedono associazioni precise con il tuono nelle rispettive tradizioni, ma un'ascia conservata in un muro o in una soffitta non consente, da sola, di identificare un culto. Il valore protettivo della ceraunia può circolare tra ambienti religiosi diversi, proprio perché la sua reputazione è legata a una materia e a un'origine presunta.

La distinzione tra deposito magico, oggetto di prestigio e semplice riutilizzo è dunque essenziale. Evita di trasformare ogni ritrovamento archeologico in una prova automatica di una pratica. Permette inoltre di valutare l'importanza dei casi realmente documentati. Un'ascia neolitica recante un'iscrizione romana o associata a un testo preciso possiede una ricchezza storica che andrebbe perduta se la si classificasse indistintamente nella categoria dei talismani.

Il riconoscimento degli strumenti preistorici non cancella le pietre del tuono

La comprensione delle asce antiche iniziò a cambiare quando naturalisti e antiquari ne osservarono le forme e le avvicinarono a strumenti fabbricati dagli uomini. Nel Rinascimento, l'ipotesi di un'origine celeste non era più accettata senza discussioni. Lo studioso Georgius Agricola, nel XVI secolo, contestò l'idea che le ceraunie cadessero con il fulmine. Questa obiezione costituì una tappa importante, ma ci sarebbe voluto ancora molto tempo per assegnare a questi oggetti una cronologia certa.

Il naturalista italiano Michele Mercati, morto nel 1593, ipotizzò un'origine umana per diverse pietre considerate produzioni naturali. Il confronto con strumenti conosciuti in altre regioni lo portò a riconoscere antichi strumenti là dove la tradizione collocava pietre del fulmine. Le sue osservazioni sarebbero state pubblicate solo nel 1717, ritardandone la circolazione. La storia del riconoscimento delle asce preistoriche non segue dunque una linea continua: un ragionamento pertinente può rimanere ignorato per generazioni.

I collezionisti del 17° e 18° secolo riuniscono poi oggetti provenienti da regioni e contesti diversi. Questi accostamenti permettono di descrivere meglio la fabbricazione, il materiale e l'usura delle antiche lame. Le domande evolvono: invece di cercare soltanto la proprietà di una pietra, ci si chiede chi le abbia dato la sua forma, quale strumento potesse costituire e da quanto tempo si trovi nel terreno.

Nel 19° secolo, lo studio delle industrie litiche e la formazione dell'archeologia preistorica apportano i confronti e le cronologie necessarie. I bifacciali scheggiati e le asce levigate vengono collocati in periodi diversi della storia umana, anteriori alle società che li hanno raccolti come pietre del fulmine. Il loro filo non viene più interpretato come il risultato del temporale, ma come la traccia di gesti tecnici trasmessi all'interno di antiche comunità.

Questo riconoscimento non ha provocato la scomparsa immediata degli usi popolari. Un'ascia conservata da una famiglia poteva continuare a essere considerata una protezione, anche quando gli studiosi le attribuivano ormai un'origine umana. Le due questioni non sono identiche. L'archeologia spiega come è stata fatta la pietra; la tradizione rivela ciò che i detentori successivi hanno voluto farle significare.

Per un lettore interessato all'occultismo tradizionale, questo punto è centrale. La storia magica di un oggetto non si riduce né alla sua composizione chimica né alla data della sua prima fabbricazione. Un'ascia può essere stata prodotta per lavorare il legno, essere stata dimenticata per secoli e poi tornare a essere una materia protettiva in una casa. Il suo nuovo significato appartiene alla storia reale degli uomini che l'hanno raccolta e trasmessa.

La precisione storica rimane tuttavia indispensabile. I nomi commerciali di «pietra del fulmine» usati oggi non si riferiscono necessariamente alle ceraunie descritte nelle fonti antiche. Una pietra non acquisisce una filiazione documentata semplicemente perché possiede un colore insolito o una forma piacevole. Gli oggetti tradizionali si spiegano attraverso parole attestate, circostanze della scoperta e usi collocati nel tempo.

Questo requisito riguarda anche la conservazione dei reperti. Un'ascia preistorica trovata in un campo è un reperto la cui posizione e il cui contesto possono essere essenziali. Il suo materiale fornisce informazioni sugli scambi tra le comunità antiche, la sua fabbricazione sulle tecniche e la sua presenza in una costruzione più tarda su un'eventuale seconda vita. Perdere il luogo in cui è stata trovata equivale a cancellare una parte della sua storia.

La pietra del fulmine riunisce così due forme di memoria. Conserva la traccia del lavoro di un essere umano del Neolitico o del Paleolitico e quella dei significati attribuiti dalle generazioni successive. Diventando un talismano, non smette di essere un antico strumento: riceve un posto nuovo nell’universo di una casa, di una famiglia o di una tradizione erudita. Il nome di ceraunia racconta precisamente questa metamorfosi di una materia lavorata in segno della potenza celeste.

È questo che rende questi oggetti così sorprendenti. Il talismano poteva attendere millenni nella terra prima di essere scoperto. La persona che lo raccoglieva non conosceva il nome del suo fabbricante, ma gli attribuiva una funzione nel proprio mondo. Tra il filo tagliente neolitico e la protezione contro il temporale, la storia della pietra del fulmine svela una delle più lunghe trasformazioni di oggetti che la magia europea abbia conservato.

Fonti: Plinio il Vecchio, Storia naturale, libro 37, capitolo 51; Christopher A. Faraone, Inscribed Greek Thunderstones as House- and Body-Amulets in Roman Imperial Times, Kernos, 2014; Tomasz Kurasiński, Against Disease, Suffering, and Other Plagues, Fasciculi Archaeologiae Historicae, 2021; Benjamin Bober, Le asce di pietra in contesto gallo-romano, 2023; Acheulean Handaxes in Medieval France, Cambridge Archaeological Journal, 2023; Museo lorenese, ascia levigata.

Illustrazione: asce levigate di Kerham (4500-4000 prima della nostra era), Museo della Preistoria di Carnac, fotografia di Szilas, 2019, CC BY-SA 4.0, fonte dell’immagine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Unisciti alla comunità Aeternum nel nostro gruppo Facebook: consigli, trucchi, rituali, conoscenze, prodotti in un'atmosfera accogliente!
Ci vado!
Carrello 0

Il tuo carrello ti sta aspettando.

Scoprite i nostri prodotti
Pagamento in 3/4 rate senza costi