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Chi era Paredros, lo spirito ausiliario degli antichi maghi?
Papyrus magique grec du IIIe siècle, illustration d’un article sur le paredros

I Quaderni di Aeternum

Chi era Paredros, lo spirito ausiliario degli antichi maghi?

17 min di lettura

Nei testi di magia antica, alcune parole danno immediatamente la sensazione di entrare in un vocabolario riservato agli iniziati. Paredros appartiene a questa categoria. Il termine non indica né un demone preciso, né una divinità particolare, né una specie di spirito chiaramente definita. Descrive anzitutto una funzione: quella di «colui che sta accanto». Nei papiri magici greco-egiziani, questa vicinanza assume una notevole portata rituale. Il paredros diventa l'assistente invisibile dell'operatore, colui che risponde, rivela, interviene, accompagna e prolunga la sua azione in un mondo in cui le relazioni tra esseri umani, dèi, daimones e potenze intermedie strutturano l'intera pratica.

Questa figura è affascinante perché resiste alle categorie troppo semplici. Il paredros può essere accostato a uno spirito familiare, a un genio personale, a un daimon o a un intermediario divino, ma nessuna di queste traduzioni è sufficiente da sola. Le fonti antiche mostrano al contrario una grande varietà di forme. In un testo, l'assistente è presentato come un daimon; in un altro, è legato a Eros; altrove, dipende da Selene o riceve qualificativi divini. Ciò che accomuna queste figure non è la loro natura, ma il posto che occupano: stanno accanto all'operatore e diventano i mediatori della sua azione.

Per comprendere il paredros, bisogna quindi abbandonare l'immagine moderna di una semplice «guida spirituale» o di un benevolo compagno invisibile. I papiri descrivono una relazione molto più tecnica. L'assistente viene acquisito, chiamato, riconosciuto, talvolta nominato, talvolta sottoposto a un giuramento o posto sotto l'autorità di una potenza superiore. Risponde a richieste concrete, trasmette informazioni, apre passaggi, interviene in determinate situazioni e permette all'operatore di agire oltre le proprie capacità ordinarie.

Il paredros ci introduce così nel cuore di una magia antica che non si basa esclusivamente su formule. Si basa su legami, gerarchie, nomi, supporti materiali e alleanze. Dietro questo termine discreto si delinea un'intera concezione dell'arte magica: il mago non cerca sempre di agire da solo. Cerca anche colui che starà al suo fianco.

Paredros: «colui che sta accanto»

La parola greca paredros deriva da un'idea molto concreta: essere posto accanto a qualcuno, sedere al suo fianco, assisterlo in una funzione. Nel linguaggio civico o amministrativo greco, il termine poteva indicare un assistente, un assessore o un ausiliario. Quando questo vocabolario passa nei testi rituali, conserva questa logica fondamentale. Il paredros è l'essere che sta accanto all'operatore e agisce con lui.

Questa sfumatura è essenziale. Parlare «del paredros» come se si trattasse di una categoria di spiriti paragonabile agli angeli, ai daimones o ai geni semplifica eccessivamente le fonti. Gli studiosi che hanno analizzato i papiri magici greci mostrano che il termine compare in diversi contesti e che non indica sempre lo stesso tipo di entità. La funzione di assistenza rimane costante; l’identità cambia.

Il quadro principale è quello dei Papyri Graecae Magicae, generalmente abbreviati in PGM. Questo corpus moderno riunisce manoscritti e frammenti provenienti dall’Egitto greco-romano, redatti tra l’epoca ellenistica e la tarda Antichità. Vi si trovano inni, invocazioni, operazioni divinatorie, rituali di protezione, pratiche di attrazione, consacrazioni, richieste di rivelazione e numerose prescrizioni destinate ad agire sul mondo visibile o invisibile.

Non si tratta di un libro unico. I PGM costituiscono un insieme di documenti conservati in diverse collezioni. La loro ricchezza deriva proprio da questa diversità. Uno stesso testo può impiegare la lingua greca, conservare nomi divini egizi, utilizzare parole ebraiche o formule composte da sillabe difficili da tradurre, integrando al contempo gesti, materiali e logiche provenienti da tradizioni diverse.

Questo incontro di più universi è fondamentale per comprendere il paredros. L’Egitto romano non separa nettamente ciò che oggi chiamiamo religione, magia, astrologia o teurgia. Questi ambiti si sovrappongono. I nomi degli dèi, i corpi celesti, gli animali sacri, le preghiere, le fumigazioni, le sostanze e i segni scritti possono appartenere a una stessa operazione.

Abbiamo già esplorato questa continuità ne L’eredità della magia egizia, così come il contesto greco-romano ne La Tessaglia, terra della magia greca & romana. Il paredros permette di spingersi ancora oltre, perché non ci informa soltanto su una tradizione o su un sistema. Ci mostra la relazione personale che alcuni operatori cercavano di instaurare con una potenza invisibile.

Anche il vocabolario impiegato per questa potenza richiede prudenza. La parola greca daimôn, che ricorre spesso in questi testi, non deve essere automaticamente tradotta con il significato negativo che la parola «demone» ha acquisito nel cristianesimo medievale e moderno. Nell’Antichità, il daimôn può indicare una potenza intermedia, uno spirito, un agente divino o una presenza legata a una persona, a un luogo o a una funzione. La sua natura dipende dal contesto.

Un paredros può quindi essere qualificato come daimôn senza diventare per questo una potenza malvagia. Può persino ricevere un titolo divino. In alcuni testi, i confini sono flessibili: l’assistente può essere presentato come un dio, un angelo, uno spirito o un intermediario, senza che l’autore sembri percepire la contraddizione che noi vi vedremmo oggi.

Questa flessibilità deriva probabilmente dal fatto che i testi si interessano meno alla classificazione astratta che all’efficacia della relazione. Vogliono sapere quale potenza agisce, sotto quale autorità, come ci si avvicina a essa, quale nome si pronuncia, quale segno si impiega e che cosa essa può compiere.

Il paredros si definisce quindi anzitutto per la sua posizione. È colui che sta accanto all’operatore. Non è semplicemente presente: diventa disponibile. Questa vicinanza costituisce la sua funzione e il suo potere. L’assistente funge da tramite tra il praticante e forze che superano la normale azione umana.

Questo modello relazionale è molto lontano dalla visione moderna dell’«incantesimo» concepito come una formula autonoma. Nei testi antichi, un’operazione funziona perché colloca l’operatore all’interno di una rete di autorità. Gli dèi dominano potenze intermedie, i nomi consentono di raggiungere determinate entità, le ore aprono momenti specifici, le materie corrispondono a forze particolari. Il paredros è uno degli elementi più personali di questa architettura.

Il rituale di Pnouthios e l’acquisizione di un assistente

Una delle testimonianze più importanti riguardo al paredros si trova nel primo papiro del corpus PGM. Il manoscritto, noto con il numero P. 5025 per la sua parte berlinese, è un rotolo magico datato alla tarda Antichità. Il catalogo della Berliner Papyrusdatenbank lo descrive come un manuale contenente diverse operazioni, tra cui due destinate a ricevere uno spirito profetico durante la notte, pratiche di invisibilità, un lavoro sulla memoria, una preparazione d’inchiostro rituale e un’invocazione di un daimon profetico.

Tra queste operazioni figura il celebre rituale di Pnouthios, conservato in PGM I 42-195. Il testo è presentato come un insegnamento trasmesso da Pnouthios a un certo Keryx. Questa forma non è casuale. Conferisce al rito il valore di un sapere ricevuto, conservato e trasmesso. L’operazione non si presenta come un’improvvisazione, ma come un metodo appartenente a una catena di conoscenze.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: acquisire un assistente soprannaturale destinato a rimanere accanto all’operatore. Il verbo «acquisire» può sembrare brutale al nostro orecchio, ma non va inteso come il possesso materiale di un essere. Il rito mira a stabilire una relazione duratura. L’assistente non deve apparire una sola volta per poi scomparire. Deve diventare accessibile, riconoscibile e capace di intervenire nuovamente.

Questa differenza è fondamentale. Un'invocazione occasionale richiama una presenza per un momento. L'acquisizione di un paredros mira a trasformare questa presenza in un legame stabile. Il risultato atteso non è soltanto una risposta. È un'alleanza rituale.

I preparativi mostrano che questa alleanza richiede una precisa messa in condizione. Purificazione, disciplina, preparazione del corpo, scelta del momento e organizzazione dello spazio partecipano al rito. L'operatore non si limita a pronunciare un nome. Si colloca egli stesso in uno stato adeguato. La magia antica attribuisce grande importanza a questa trasformazione preliminare: il praticante deve diventare compatibile con la potenza che cerca di avvicinare.

Anche il rituale di Pnouthios presenta una dimensione di ospitalità. L'assistente non viene soltanto convocato sotto la costrizione di una formula; viene accolto. Questa idea è molto importante per comprendere la logica antica. La relazione magica può assumere la forma di un'accoglienza, di uno scambio e di un impegno. Il legame si costruisce attraverso una successione di gesti che assegnano all'essere un posto accanto all'operatore.

La questione del nome occupa una posizione centrale. In numerosi testi rituali antichi, conoscere il nome di una potenza significa poterla raggiungere direttamente. Il nome non funziona come una semplice etichetta. Partecipa all'identità e alla presenza dell'essere. In alcuni riti di paredros, ottenere il nome diventa quindi un momento essenziale: fissa la relazione e permette all'operatore di richiamare l'assistente.

Questo tema si collega direttamente al nostro articolo dedicato alle parole di potere nei grimori. Le lunghe sequenze di nomi, vocali, epiteti e formule che si incontrano nei testi antichi non hanno una funzione decorativa. Costituiscono un linguaggio rituale destinato a identificare, raggiungere o costringere una potenza.

La parola non serve quindi soltanto a chiamare. Stabilisce una posizione. L'operatore parla in nome di un'autorità, cita potenze superiori, mobilita nomi sacri e inserisce l'assistente in una gerarchia. È questa struttura a conferire efficacia alla congiurazione.

Abbiamo spiegato questa logica in Che cos'è una congiurazione?. Nei testi di magia tradizionale, una congiurazione non è una semplice richiesta cortese rivolta a uno spirito. È una parola d'autorità che definisce chi parla, in quale veste, in nome di quali potenze e in quale ordine invisibile debba collocarsi l'essere chiamato.

Il paredros acquisito attraverso il rituale di Pnouthios riceve allora funzioni particolarmente ampie. Può trasmettere informazioni, rivelare ciò che rimane nascosto, facilitare determinate azioni, liberare l'operatore da impedimenti, aprire passaggi e agire in situazioni in cui la capacità umana sembra insufficiente. Alcune interpretazioni del testo sottolineano persino il suo rapporto con l'invisibilità o con la possibilità di passare inosservato.

Non si tratta quindi di un assistente simbolico. Nella logica del papiro, agisce realmente. Diventa un esecutore, un messaggero, un protettore e un intermediario. Con lui, il praticante ottiene una capacità d'azione più ampia.

Il testo si spinge ancora oltre, attribuendo a questa relazione una portata che va oltre la vita ordinaria. Alcuni passaggi associano il paredros al destino dell'operatore dopo la morte. Questa prospettiva mostra che l'assistente non viene ricercato soltanto per risolvere un problema contingente. Il legame può assumere una dimensione esistenziale e spirituale.

Il rituale di Pnouthios rivela dunque un'ambizione notevole: cambiare la posizione dell'operatore nel mondo invisibile. Chi possiede un paredros non è più semplicemente qualcuno che conosce una formula. Diventa colui accanto al quale sta una potenza.

Eros, Selene e i molteplici volti del paredros

Il pericolo sarebbe ora immaginare che esista un'unica dottrina del paredros. I papiri mostrano esattamente il contrario. Lo stesso termine può designare assistenti di natura molto diversa. La funzione è stabile, ma le identità variano.

In alcuni testi, il paredros è direttamente legato a Eros. Non si tratta più soltanto di uno spirito personale ottenuto per rispondere a ogni sorta di richiesta. L'assistenza si inserisce in un'operazione in cui la potenza di Eros diventa essa stessa l'agente principale. Il termine descrive il modo in cui questa potenza viene messa a disposizione dell'operatore.

Altrove, il paredros è associato a Selene. La dea mantiene il ruolo superiore nella gerarchia e l'assistente agisce sotto la sua autorità. Questa struttura è particolarmente importante: mostra che un paredros può essere inviato o delegato da una divinità. L'operatore non cattura necessariamente una potenza libera. Può ricevere un intermediario perché una potenza superiore glielo concede.

Questa delega permette di comprendere meglio il pensiero rituale antico. Il mondo invisibile non è omogeneo. È organizzato per gradi. Alcune potenze comandano, altre eseguono; alcune vengono invocate come sovrane, mentre altre fungono da agenti. L'operatore efficace deve conoscere questa organizzazione e sapere a quale livello intervenire.

Il paredros occupa un posto ideale in questo sistema. Si tiene abbastanza vicino all’essere umano da agire come interlocutore, ma rimane legato a un ordine divino più vasto. Appartiene a entrambe le dimensioni: vicinanza e potenza.

Alcuni testi avvicinano inoltre l’assistente all’ambito dei morti o delle potenze ctonie. Ciò non significa che ogni paredros sia lo spirito di un defunto. I papiri magici impiegano i morti in diversi modi, soprattutto nelle operazioni di costrizione, rivelazione o attrazione. Il paredros non si riduce a questa categoria. Bisogna evitare di riunire tutte le forme di assistenza soprannaturale sotto un unico nome.

Questa prudenza è tanto più necessaria perché la parola paredros può descrivere più una funzione che una natura. Due esseri completamente diversi possono diventare paredroi se occupano lo stesso posto accanto all’operatore. È esattamente come nel mondo umano: due persone possono essere «assistenti» senza condividere la stessa origine, lo stesso carattere o le stesse competenze.

Questa lettura spiega anche perché alcune traduzioni moderne siano state fuorvianti. Tradurre ogni paredros con «demone assistente» dà l’impressione di una categoria fissa. Eppure i testi possono parlare di un dio, di un daimon, di un angelo o di un agente dipendente da una potenza superiore. La classificazione cristiana tarda degli esseri invisibili non corrisponde esattamente a quella dell’Egitto greco-romano.

Per l’occultista contemporaneo, questa constatazione è particolarmente istruttiva. I sistemi moderni amano le gerarchie ben ordinate: angeli, demoni, intelligenze planetarie, geni, elementali, morti, guide. I testi antichi sono più fluidi. Si interessano innanzitutto all’azione. Quale potenza bisogna avvicinare? Quale nome bisogna usare? Sotto quale autorità la si può chiamare? Quale risultato può produrre?

Il paredros rivela dunque una magia profondamente relazionale. L’operatore non attiva semplicemente una forza impersonale. Entra in un ordine di esseri, nomi e funzioni. Il suo successo dipende dalla sua capacità di stabilire la relazione corretta.

Questa logica si ricollega anche al vero significato del cerchio rituale. L’abbiamo approfondita in Sul vero uso del cerchio magico. Il cerchio non è soltanto una barriera destinata a impedire agli spiriti di entrare. Definisce un luogo, un’autorità e un ordine. Colloca l’operatore. Il paredros svolge un ruolo simile sul piano relazionale: colloca una potenza accanto a lui.

Non bisogna nemmeno proiettare sul paredros l’immagine contemporanea della guida interiore incaricata di incoraggiare la crescita personale. I papiri gli chiedono azioni concrete. Deve rispondere, condurre, rivelare, proteggere, liberare, trasmettere o intervenire. La sua funzione è operativa.

Questa efficacia non esclude una dimensione iniziatica. Ricevere una potenza che rimane stabilmente accanto a sé trasforma inevitabilmente lo status dell’operatore. Il rito non fornisce soltanto uno strumento. Stabilisce una nuova relazione con il mondo invisibile.

Questa dimensione spiega i collegamenti talvolta stabiliti con la teurgia della tarda antichità. È necessario mantenere una distinzione tra i papiri magici e i sistemi filosofici della teurgia neoplatonica, ma i due universi condividono una questione fondamentale: come entra l’essere umano in relazione con una potenza che supera la sua condizione? La risposta passa attraverso la purificazione, il rito, la parola sacra, le materie e la presenza divina.

È anche per questo che il paredros può essere accostato ad alcune forme di Alta Magia, senza sostenere che esista un legame diretto tra i papiri greco-egizi e i sistemi occidentali molto più tardi. La somiglianza nella funzione è reale. La trasmissione storica, invece, deve sempre essere dimostrata.

Paredros, spirito familiare, daimon personale e angelo custode

Il lettore moderno cerca naturalmente degli equivalenti. Il paredros assomiglia allo spirito familiare delle tradizioni europee? A un daimon personale? A un genio? A un angelo custode? Il confronto può aiutare a comprendere, a condizione di non cancellare le differenze.

Lo spirito familiare costituisce probabilmente il riferimento più immediato. In alcuni racconti europei medievali e moderni, lo spirito familiare è uno spirito legato a una persona e capace di aiutarla. L’idea di una presenza invisibile e duratura sembra molto vicina a quella del paredros. Tuttavia, il contesto non è lo stesso. I processi per stregoneria, la teologia cristiana e le rappresentazioni moderne dello spirito familiare si sviluppano molto più tardi e in un altro universo religioso.

Il termine può quindi servire come confronto, ma non come traduzione esatta. Dire che un paredros è «una sorta di spirito familiare dell’antichità» può aiutare a visualizzarne la funzione; affermare che si tratti dello stesso fenomeno sarebbe eccessivo.

Il daimon personale greco offre un altro parallelo. Nella filosofia e nella religione greche, l’idea di una potenza legata al destino o alla condotta di un individuo è antica. Il celebre segno divino di Socrate appartiene a questo orizzonte. Ma il paredros dei papiri si distingue per il suo carattere acquisito e operativo. Non è semplicemente una presenza data con l’esistenza. Può essere ricercato mediante una procedura rituale.

Anche il genius romano presenta delle somiglianze. Può essere associato alla persona, al luogo o a una collettività. Anche in questo caso, si tratta di una presenza che accompagna ed esprime una potenza propria. Ma i riti e i significati non corrispondono esattamente a quelli del paredros.

Il confronto con l’angelo custode cristiano è ancora più delicato. Alcune fonti tarde utilizzano il vocabolario dell’angelo, e la parola greca angelos significa innanzitutto «messaggero». Gli scambi di vocabolario tra le tradizioni sono reali. Ma l’angelo custode cristiano protegge in virtù di un ordine provvidenziale, mentre il paredros dei PGM può essere ottenuto mediante un’operazione precisa destinata a stabilire la sua assistenza.

La magia cerimoniale occidentale conoscerà più tardi un’altra figura: quella del Santo Angelo Custode. Il collegamento diventa allora allettante. In entrambi i casi, una relazione personale con un’intelligenza superiore può trasformare l’autorità e le capacità dell’operatore. Tuttavia, i testi, i secoli, i contesti religiosi e gli obiettivi differiscono. Bisogna parlare di analogia, non di identità.

Questa distinzione evita un errore frequente nella storia dell’occultismo: cercare un’unica tradizione immutabile sotto nomi diversi. Le somiglianze esistono, ma sono proprio interessanti perché mostrano come ogni epoca riformuli la stessa domanda.

Questa domanda può essere formulata così: come stabilire una relazione duratura con una potenza invisibile capace di assistere l’essere umano?

Le risposte cambiano a seconda degli ambienti. In alcuni sistemi, l’assistente è legato alla nascita. In altri, dipende da un dio o da un santo. Altrove, deriva da un’iniziazione, una consacrazione o un’operazione prolungata. Nei papiri, può essere ottenuto mediante una procedura che combina purificazione, chiamata, riconoscimento, nome, impegno e instaurazione di una relazione.

Il paredros permette quindi di distinguere l’invocazione dall’acquisizione. Invocare consiste nel chiamare una presenza. Acquisire un paredros consiste nel fare di questa presenza un interlocutore duraturo. Questo cambiamento spiega perché i riti corrispondenti siano più elaborati di una semplice richiesta occasionale.

Questa differenza chiarisce anche alcune pratiche più tarde di magia cerimoniale. Dietro i sigilli, i nomi, le fumigazioni e le parole di potere, la questione non è sempre «lanciare un incantesimo». Spesso si tratta di stabilire una relazione corretta con una potenza e di definire l’autorità sotto la quale questa relazione può funzionare.

Gli oggetti rituali assumono allora un altro significato. Un’immagine consacrata, una lampada, una fumigazione o un carattere magico non sono semplici decorazioni. Danno una forma sensibile alla relazione. Offrono un supporto, una presenza materiale, un luogo di manifestazione o un mezzo di riconoscimento.

È una delle grandi costanti dell’occultismo tradizionale: la materia e l’invisibile non sono separati. La materia funge da mediazione. L’olio, l’incenso, il metallo, il disegno, il nome scritto, la lampada o la pietra possono contribuire a stabilire un legame. Il paredros rappresenta quasi il compimento personale di questo principio: la potenza non è più soltanto associata a un oggetto o a un segno, ma diventa un interlocutore che sta accanto all’operatore.

Ciò che il paredros rivela della magia antica

Il paredros è affascinante perché ci obbliga a riconsiderare il modo in cui immaginiamo la magia antica. Essa non si riduce né alle maledizioni incise sul piombo, né agli amuleti, né alle invocazioni spettacolari. I PGM mostrano anche operazioni il cui obiettivo è trasformare durevolmente la posizione di colui che le compie.

Il rituale di Pnouthios ne è un eccellente esempio. L’operatore non chiede soltanto una visione o una risposta. Vuole un alleato. Cerca una potenza che possa restare al suo fianco, intervenire nuovamente, trasmettere informazioni e agire quando la sua capacità non è più sufficiente.

Questo modello rivela una concezione profondamente relazionale del potere magico. Le piante possiedono affinità, gli astri governano determinati momenti, i nomi aprono l’accesso a delle potenze, gli dèi delegano degli agenti, i morti possono fungere da intermediari e gli oggetti consacrati diventano punti di contatto. Il praticante efficace è colui che comprende questi rapporti e sa collocarsi correttamente al loro interno.

Il paredros è la forma più personale di questa logica. È la relazione divenuta presenza.

Questa presenza resta tuttavia ambivalente. L’assistente è vicino all’operatore, ma non diventa mai banale. I testi insistono sulla purificazione, sull’autorità dei nomi e sulla serietà dell’impegno. Anche quando serve, il paredros appartiene a un ordine superiore. La relazione si fonda dunque su una tensione costante tra vicinanza e potere.

È precisamente per questo che il termine merita di essere conservato. «Familiare», «genio», «daimōn» o «assistente» ne esprimono ciascuno soltanto un aspetto. Paredros esprime qualcosa di più semplice e di più forte: colui che sta accanto a qualcuno.

In un universo rituale in cui il ruolo conta tanto quanto la natura, questa vicinanza non è secondaria. Chi sta accanto a un re partecipa alla sua autorità. Chi sta accanto a un dio può trasmetterne la volontà. Chi sta accanto al mago diventa il prolungamento della sua azione.

Questa idea spiega la persistenza, in forme diverse, della figura dell'assistente soprannaturale nella storia dell'occultismo. Le epoche cambiano, i nomi cambiano, i sistemi cambiano, ma la domanda resta: è possibile stabilire con l'invisibile una relazione abbastanza forte perché la potenza invocata non sia più soltanto di passaggio?

I papiri magici greco-egizi talvolta rispondono di sì. Descrivono i mezzi attraverso i quali una presenza può essere chiamata, riconosciuta e integrata in una pratica. Il loro linguaggio è antico, le loro categorie non sono le nostre, ma la loro ambizione resta immediatamente comprensibile.

Il paredro non si limita a portare una risposta. Viene a modificare la condizione di colui che lo ottiene. Il praticante non è più solo di fronte alle potenze che cerca di raggiungere. Un'entità si trova ormai al suo fianco, porta il suo messaggio, svolge determinati compiti e gli apre nuove possibilità.

Ecco probabilmente il modo migliore per comprendere questo termine. Il paredro non è una creatura unica nascosta in un'antica gerarchia. È una funzione rituale, una vicinanza organizzata, un'alleanza tra un operatore e una potenza invisibile.

Ed è precisamente questa alleanza a rendere il tema così importante per la storia della magia. Mostra che l'occultismo antico non ragionava soltanto in termini di forze o formule. Ragionava in termini di relazioni.

Fonti principali: Hans Dieter Betz (a cura di), The Greek Magical Papyri in Translation, University of Chicago Press; Leda Jean Ciraolo, studi dedicati agli assistenti soprannaturali dei papiri magici greci; Eleni Pachoumi, The Concepts of the Divine in the Greek Magical Papyri, Mohr Siebeck; Berliner Papyrusdatenbank, P. 5025 A+B, «Magisches Handbuch»; William M. Brashear, «The Greek Magical Papyri: An Introduction and Survey», Aufstieg und Niedergang der römischen Welt.

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