Marsilio Ficino, Marsilio Ficino in italiano, è una delle figure centrali del Rinascimento fiorentino e uno dei grandi intermediari della tradizione platonica, ermetica e magica verso l'Europa moderna. Nato a Figline Valdarno il 19 ottobre 1433 e morto nel 1499, fu filosofo, traduttore dal greco, sacerdote, medico per tradizione familiare, astrologo e teorico di una magia naturale fondata sulle corrispondenze tra il cielo, l'anima e il mondo visibile. La sua opera non separa filosofia, teologia, medicina e forze occulte della natura: cerca invece il legame che le unisce.
Ficino è l'uomo grazie al quale Platone, Plotino e una parte del corpus ermetico tornano in primo piano nell'Occidente latino. Ma è anche colui che canta gli inni di Orfeo, riflette sull'influenza dei pianeti sul temperamento, consiglia gli eruditi malinconici, parla dello spiritus mundi e spiega come pietre, piante, immagini, musica e metalli possano ricevere le potenze celesti. Per lui, la magia non è il contrario della religione: è lo studio dei legami nascosti che Dio avrebbe posto nella creazione.
Nascita a Figline Valdarno nel 1433
Marsilio Ficino nasce il 19 ottobre 1433 a Figline Valdarno, a sud-est di Firenze. Suo padre, Diotifeci Ficino, è medico e finisce per entrare al servizio di Cosimo de' Medici. Sua madre si chiama Alessandra.
Questa origine medica conta molto. Anche quando Marsilio sceglierà la filosofia, la questione della salute del corpo e dell'anima resterà presente in tutta la sua opera. Il futuro autore del De vita non parlerà mai del cielo come di un'astrazione lontana: i movimenti celesti, gli umori, la musica, gli alimenti, i profumi e gli stati d'animo formano per lui un unico insieme di corrispondenze.
La giovinezza intellettuale di Ficino è documentata in modo meno preciso di quanto lascino intendere alcune antiche biografie. Riceve una solida formazione latina e scolastica. Tra i nomi associati ai suoi studi figurano Comando Comandi, Luca di San Gimignano, Niccolò Tignosi e, per il greco, probabilmente Francesco da Castiglione.
Non nasce dunque già come «mago platonico». Negli anni Cinquanta del Quattrocento, legge diverse scuole filosofiche e si interessa ancora agli stoici, agli epicurei e agli aristotelici. Il platonismo diventerà progressivamente la struttura in cui troverà il linguaggio capace di riunire filosofia, immortalità dell'anima e religione.
Cosimo de' Medici e il ritorno di Platone
Il legame con Cosimo de’ Medici trasforma la sua vita. Il padre di Ficin cura i Medici, e Marsilio entra a sua volta nell’orbita della famiglia che domina la Firenze del XV secolo. Cosimo condivide l’interesse di diversi umanisti fiorentini per Platone, un interesse ravvivato dalla presenza in Italia di studiosi greci e dai dibattiti del concilio di Firenze. Giorgio Gemisto Pletone esercita allora un forte fascino con la sua difesa del platonismo.
Ficin diventa progressivamente l’uomo incaricato di dare una forma latina a questa rinascita. Nel 1462, una lettera lo mostra già mentre parla dell’«Accademia» associata alla tenuta medicea di Careggi. Nel 1463, Cosimo gli dona una piccola proprietà su quelle terre.
Sì, se con ciò si intende il circolo intellettuale, l’insegnamento e la comunità di lettori formatisi intorno a Ficin. Ma l’immagine di un’istituzione ufficialmente fondata nel 1459, con una struttura regolare paragonabile a quella di un’accademia moderna, è troppo rigida.
Le ricerche di James Hankins mostrano piuttosto una rete di conversazioni, allievi, corrispondenti e amici. Ficin stesso usa la parola «accademia» in diversi sensi: le opere di Platone possono costituire un’accademia, un insegnamento privato può formarne una e anche le riunioni di uomini di lettere possono ricevere questo nome.
Questa correzione storica rende il circolo di Ficin più vivo. Careggi non è la sede amministrativa di un ordine; è un luogo di lettura, conversazione e contemplazione, dove si cerca di far rinascere lo spirito platonico.
La tenuta di Careggi diventa uno dei grandi scenari della memoria ficiniana. Ficin vi legge, traduce, scrive e riceve. Intorno a lui gravitano membri della famiglia Medici, poeti, diplomatici, filosofi e giovani umanisti.
Lorenzo de’ Medici, Angelo Poliziano, Cristoforo Landino, Girolamo Benivieni e, più tardi, Giovanni Pico della Mirandola appartengono a questo mondo. Non tutti sono «discepoli» in senso stretto. Il circolo funziona piuttosto come una costellazione di amicizie intellettuali, esattamente il tipo di organizzazione che Ficin predilige. La memoria dell’Accademia è inseparabile dai banchetti organizzati intorno a Platone. Ficin racconta in particolare di una riunione che celebrava l’anniversario del filosofo greco, secondo un rito intellettuale ispirato al Simposio.
Questa pratica darà origine al suo Commento al Simposio di Platone, il De amore. Per Ficin, l’amore non è soltanto una passione umana. È una forza ascensionale: la bellezza visibile risveglia nell’anima il ricordo di una bellezza superiore e può ricondurre l’essere alla sua fonte divina.
Il traduttore che restituisce Platone all’Occidente
Ficin intraprende la traduzione latina dell’insieme delle opere di Platone note ai suoi tempi. Le traduzioni sono in gran parte completate negli anni Sessanta del Quattrocento, poi rielaborate prima della stampa delle Opera omnia di Platone nel 1484.
L’impatto è immenso. Per generazioni di lettori che non padroneggiano il greco, Platone diventa accessibile attraverso la voce latina di Ficin. I suoi commenti accompagnano i testi e ne orientano la lettura verso una filosofia in cui l’anima, l’amore, l’ascesa e il divino occupano il primo piano. Questa impresa prepara anche il ritorno di Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo. Ficin non è soltanto un traduttore: costruisce progressivamente una biblioteca spirituale completa della tradizione platonica.
Uno degli episodi più celebri della sua carriera si verifica quando a Firenze arriva un manoscritto greco contenente trattati attribuiti a Ermete Trismegisto. Cosimo de’ Medici considera questi testi straordinariamente antichi e chiede a Ficin di dar loro la priorità.
Ficin sospende quindi temporaneamente il suo lavoro su Platone per tradurre i trattati ermetici. La sua versione latina circolerà con il titolo di Pimander. L’evento è fondamentale per la storia dell’esoterismo occidentale. Durante il Rinascimento, Ermete Trismegisto è ancora considerato un saggio di antichità immensa, quasi contemporaneo di Mosè. I testi ermetici sembrano così offrire la testimonianza di una rivelazione anteriore alla filosofia greca.
Ermete Trismegisto e la prisca theologia
Ficin sviluppa l’idea di una prisca theologia, un’«antica teologia». Dio avrebbe fatto risplendere frammenti della stessa verità attraverso diversi saggi dell’Antichità. In una celebre formulazione ficiniana, Ermete apre questa catena; seguono Orfeo, Aglaofemo, Pitagora, Filolao e Platone. Dopo il 1469, Ficin colloca anche Zoroastro all’inizio di alcune genealogie e accosta i Magi alla tradizione cristiana.
Questa successione non significa per lui che tutte le religioni siano identiche. Significa che la verità divina ha lasciato tracce prima del cristianesimo e che Platone, Ermete, Orfeo e gli antichi teologi hanno potuto ricevere frammenti della stessa luce.
All’inizio del XVII secolo, Isaac Casaubon dimostrerà che il Corpus Hermeticum appartiene alla tarda antichità e non all’epoca di Mosè. Questa nuova datazione modifica la storia materiale del testo, ma non cancella ciò che esso ha prodotto durante il Rinascimento.
Per Ficin, l’incontro con Ermete fu reale nei suoi effetti. Il corpus gli permette di immaginare una teologia antichissima in cui la conoscenza di Dio, l’ordine del cosmo, l’anima umana e i poteri della natura si ricongiungono. È questa lettura, molto più della data esatta dei manoscritti, che in seguito alimenterà gran parte dell’ermetismo europeo.
Ficin concepisce l’universo come una gerarchia vivente. Dio si trova al vertice; vengono poi le intelligenze o gli spiriti angelici, quindi l’anima, poi le qualità e infine i corpi. L’anima occupa il centro. Può guardare verso la materia oppure volgersi verso l’intelligibile. È così un legame, una cerniera tra i mondi. Questa posizione spiega perché l’essere umano possa, secondo Ficin, partecipare a diversi livelli della realtà.
L’universo non è dunque una giustapposizione di oggetti separati. È un ordine di simpatie, corrispondenze e gradi. Il nostro articolo Il Neoplatonismo magico, alle porte dell’Uno permette di collocare questa visione nella tradizione che va da Plotino alla magia rinascimentale.
La Teologia platonica e l’immortalità dell’anima
La grande sintesi filosofica di Ficin è la Theologia Platonica de immortalitate animorum, scritta negli anni 1470 e stampata nel 1482. Vi difende l’immortalità dell’anima e cerca di mostrare che il platonismo può rafforzare il pensiero cristiano. L’anima umana non si riduce al corpo; il suo desiderio d’infinito, la sua capacità di conoscere gli universali e il suo orientamento verso Dio indicano per lui una natura che supera la materia.
La filosofia diventa così un esercizio di conversione interiore. Comprendere il cosmo deve aiutare l’anima a ricordare la propria origine. Nel 1473 Marsilio Ficino viene ordinato sacerdote. Diventerà in seguito canonico di Santa Maria del Fiore, la cattedrale di Firenze.
Questo fatto è indispensabile per comprendere il suo universo. Ficin non è un occultista in rottura con il cristianesimo. La sua magia, la sua astrologia e il suo platonismo si inseriscono nel tentativo di rendere la creazione più intelligibile in quanto opera divina. Si considera al tempo stesso medico dei corpi e medico delle anime. Filosofia, preghiera, musica e conoscenza naturale possono allora partecipare a una stessa arte della guarigione.
Ficin conosce intimamente la malinconia, un temperamento che la medicina astrologica della sua epoca pone sotto l’influenza di Saturno. Gli uomini di studio, che trascorrono le notti sui libri e sollecitano eccessivamente la mente, sarebbero particolarmente esposti a questa secchezza saturnina. Il primo libro del De vita propone quindi consigli destinati agli eruditi: alimentazione, sonno, profumi, musica, esercizio, qualità dell’aria e scelta di momenti astrologicamente favorevoli.
Non è un dettaglio marginale. Per Ficin, prendersi cura dell’anima significa anche saper regolare il corpo affinché possa ricevere correttamente le influenze del mondo. Saturno occupa una posizione ambigua nel pensiero di Ficin. La sua freddezza e secchezza possono condurre alla tristezza, all’isolamento e all’esaurimento. Ma lo stesso pianeta governa anche la contemplazione, l’intensità dello studio e la capacità di distaccarsi dalle preoccupazioni comuni.
Nel 1489 appare il De vita libri tres, i Tre libri della vita. L'opera avrà una diffusione considerevole e sarà ristampata numerose volte. I primi due libri riguardano la salute e la longevità. Il terzo, De vita coelitus comparanda, «come ottenere la vita dal cielo», oltrepassa una soglia: studia direttamente il modo in cui le virtù celesti possono essere attirate e ricevute nel mondo inferiore.
È qui che Marsilio Ficino diventa imprescindibile per la storia della magia naturalis. Ficin descrive tra l'anima del mondo e la materia un intermediario sottile, lo spiritus mundi. Questo soffio del mondo permette alle forze celesti di comunicarsi alle cose terrestri.
Gli astri non lanciano quindi semplicemente raggi meccanici sulla materia. L'intero cosmo è percorso da mediazioni, analogie e affinità. Una pianta, una pietra, un colore o un profumo può entrare in risonanza con un pianeta perché l'intera natura possiede una struttura di corrispondenze e simpatie.
La magia naturale di Ficin
Questa magia non si fonda, nelle sue intenzioni, sul patto con i demoni. Ficin cerca di agire attraverso forze già deposte nella natura da Dio. Il mago naturale riconosce le affinità. Sa quale materia riceve meglio una determinata influenza, quale musica eleva lo spirito, quale pianta corrisponde a un pianeta, quale metallo conserva una virtù e in quale momento celeste un'operazione trova la sua più favorevole armonia.
Questa concezione prepara gran parte della magia erudita del 16ème secolo. Cornelius Agrippa le darà poi un'architettura ancora più vasta nel De occulta philosophia. Il terzo libro del De vita contiene passaggi che hanno affascinato generazioni di occultisti. Ficin trasmette ricette in cui una pietra e un'erba corrispondenti a una stella possono essere inserite in un anello d'oro o d'argento per riceverne la potenza.
La materia diventa così un ricettacolo. Non è l'oggetto a possedere arbitrariamente un potere: viene scelto perché la sua natura è già in sintonia con il pianeta ricercato. Questa logica rimane fondamentale nella fabbricazione dei talismani planetari della tradizione occidentale.
Ficin procede con maggiore cautela quando affronta le immagini astrologiche. Il tema è teologicamente sensibile: una figura incisa sotto una determinata configurazione celeste può facilmente essere accusata di diventare il supporto di uno spirito o di un culto proibito.
Cita tuttavia le tradizioni che attribuiscono alle immagini celesti una capacità ricettiva. Nel linguaggio della sua epoca, un’immagine correttamente realizzata può fungere da punto di concentrazione delle qualità del cielo.
L’ambiguità di Ficin è precisamente ciò che rende queste pagine appassionanti. Vuole conservare una magia cosmica attiva senza oltrepassare il confine del commercio demoniaco. La magia ficiniana non è fatta soltanto di pietre e talismani. Il suono svolge un ruolo considerevole.
Ficin pratica la musica e la tradizione lo rappresenta mentre canta inni orfici accompagnandosi con una lira. Nel suo universo, una voce, un ritmo e una melodia possono mettere lo spirito umano in sintonia con una qualità planetaria. Il canto diventa allora più di un semplice divertimento. Agisce sullo spiritus, sposta gli umori e può aiutare l’anima a ricevere un’influenza più favorevole.
Orfeo occupa un posto di primo piano nella catena degli antichi teologi. Ficin conosce gli Inni orfici e il loro linguaggio di invocazione delle potenze divine. In una lettura cristiana, per lui non si tratta semplicemente di tornare al paganesimo. Gli inni possiedono una virtù perché conserverebbero qualcosa di quell’antica conoscenza delle armonie cosmiche.
La musica di Orfeo, la teologia di Platone e la rivelazione cristiana diventano così le tappe di una stessa ascesa verso il divino. Il terzo libro del De vita si colloca volutamente vicino a questa frontiera. Trasmette tradizioni di statue animate, immagini celesti e poteri stellari, cercando al contempo di mantenere il proprio lavoro nell’ambito della natura.
Per lui, l’operazione legittima non comanda un demone. Apre l’essere umano alle virtù che Dio ha già posto nel cosmo. Questa distinzione tra magia naturale e magia demoniaca diventerà uno dei grandi problemi teorici del Rinascimento.
No. Crede nelle influenze celesti, ma rifiuta di ridurre l’anima umana a un meccanismo astrale. L’astrologia può illuminare il temperamento, le disposizioni del corpo e i momenti di maggiore ricettività; non deve abolire la libertà dell’anima razionale. Questa distinzione è importante. Ficin critica lui stesso alcune pretese dell’astrologia giudiziaria quando vogliono trasformare gli astri in sovrani assoluti del destino.
Il cielo inclina, informa e mette in movimento; l’anima conserva una capacità di elevazione che la collega a un livello superiore. La parola «simpatia» riassume gran parte del suo approccio. Le cose che sembrano separate possono comunicare perché partecipano di una stessa struttura cosmica.
Il Sole corrisponde a determinati colori, a determinate piante e a determinati stati dell’anima; Venere ad altri; Saturno ad altri ancora. L’operazione magica consiste nel riconoscere queste famiglie invisibili. Il mondo diventa così leggibile come un’immensa rete di accordi. La pubblicazione del 1489 attira l’attenzione sull’ortodossia di Ficin. Alcune pagine sulle immagini, sulle potenze stellari e sull’animazione dei corpi artificiali appaiono pericolosamente vicine a pratiche condannate.
Non bisogna tuttavia trasformare questo episodio in un grande processo dell’Inquisizione. I documenti noti mostrano soprattutto che nel 1490 Ficin si rivolge ad amici vicini alla corte di papa Innocenzo VIII, perché la sua reputazione è messa in discussione.
Qualche mese dopo, riceve assicurazioni favorevoli dalla corte pontificia. L’ombra del sospetto non cancella dunque né il suo sacerdozio né il suo posto nella Chiesa. Questa doppia identità appare contraddittoria solo se si proiettano sul Rinascimento categorie molto più tarde. Per Ficin, la natura è un’opera divina. Scoprire le sue virtù nascoste significa dunque comprendere meglio l’ordine voluto da Dio.
Il pericolo comincia quando il mago cerca una potenza separata da quest’ordine o stringe patti con intelligenze malvagie. La magia naturale, invece, può essere concepita come una filosofia applicata della creazione. Ficin non smette dunque di essere sacerdote quando parla degli astri. È precisamente in quanto cristiano platonico che cerca la presenza del divino nelle corrispondenze del mondo.
Negli anni 1478-1479, Ficin redige anche un Consiglio contro la pestilenza. Il testo mostra l’altro versante della sua identità di guaritore. Igiene, medicina degli umori, qualità dell’aria e considerazioni astrologiche si intrecciano in un unico tentativo di protezione. Nel Rinascimento, la medicina non separa ancora radicalmente il corpo dall’ambiente celeste. Il padre era medico; il figlio diventa sacerdote e filosofo, ma non smette mai del tutto di pensare come qualcuno incaricato di preservare la vita.
Giovanni Pico della Mirandola
Quando Giovanni Pico della Mirandola arriva a Firenze negli anni Ottanta del Quattrocento, incontra in Ficin un uomo più anziano e già celebre. I due condividono la passione per le tradizioni antiche, ma non pensano sempre allo stesso modo.
Pic si addentra ulteriormente nella Kabbalah cristiana e si mostrerà molto critico verso alcune forme di astrologia. Ficin, invece, rimane legato alle influenze celesti finché non aboliscono la libertà dell’anima.
La loro vicinanza illustra la ricchezza della Firenze medicea: ermetismo, Platone, Kabbalah, magia e cristianesimo vi sono discussi come diverse vie di una ricerca della saggezza. La fine del 15° secolo fiorentino è segnata dalla predicazione di Girolamo Savonarola e dalla caduta politica dei Medici. Ficin attraversa questo periodo da uomo anziano che ha già visto scomparire Cosimo, Lorenzo, Poliziano e Pico.
I rapporti tra Ficin e Savonarola hanno dato luogo a diverse interpretazioni. Ciò che importa qui è che la Firenze della sua vecchiaia non è più quella del primo circolo di Careggi. Il mondo politico che aveva sostenuto la sua opera si sta disgregando. Negli ultimi decenni della sua vita, Ficin traduce e commenta le Enneadi di Plotino. L’edizione viene pubblicata nel 1492.
Plotino gli offre un’architettura ancora più raffinata dell’ascesa dell’anima, dell’Uno e dell’Intelletto. Quest’opera permette inoltre a Ficin di leggere le tradizioni della magia naturale attraverso il neoplatonismo tardo. Da Platone a Plotino, poi da Plotino a Giamblico e Proclo, ricostruisce una continuità che i pensatori del 16° secolo riprenderanno ampiamente.
Alla fine della sua vita, Ficin pubblica ancora traduzioni legate a Giamblico, Proclo, Porfirio, Sinesio e Psello. Questi autori conducono il platonismo verso territori in cui teologia, gerarchie spirituali, riti e teurgia si avvicinano. Ficin non diventa per questo un teurgo giamblicheo in senso stretto. Ma, dando questi testi al mondo latino, apre porte che le generazioni successive attraverseranno.
L’influenza su Cornelius Agrippa è considerevole. Quando compone il De occulta philosophia, eredita un mondo già strutturato dalla magia naturale ficiniana: simpatie, corrispondenze celesti, gerarchia dei piani, proprietà occulte delle materie e potere delle immagini. Agrippa sistematizzerà ulteriormente questi elementi. Ficin, invece, rimane più vicino alla filosofia, alla medicina e alla contemplazione. Paracelso appartiene a un’altra tradizione intellettuale, ma il terreno comune è evidente: microcosmo e macrocosmo, influenze celesti, medicina delle corrispondenze e natura concepita come linguaggio.
Il Rinascimento magico non si sviluppa a partire da un solo autore. Ficin è tuttavia uno dei suoi grandi punti di passaggio, perché riporta l’accesso a testi e concetti senza i quali il 16° secolo occultista avrebbe avuto un volto completamente diverso.
Sì, ma in modo molto diverso da un grimorio di evocazione. Il De vita propone gesti concreti: scelta degli alimenti, piante, profumi, musica, pietre, metalli, immagini, momenti astrologici e oggetti indossati sul corpo. Questa differenza spiega perché la sua opera rimanga fondamentale per comprendere la magia planetaria occidentale.
Dietro tutte queste pratiche si trova un’intuizione metafisica: il mondo è vivo. Un’anima cosmica collega le forme, i movimenti e gli esseri. Lo spiritus mundi agisce come mezzo sottile di trasmissione. Le corrispondenze non hanno quindi nulla di arbitrario: esprimono una parentela reale tra cose situate a livelli diversi.
Il corpo umano diventa un piccolo mondo, un microcosmo capace di rispondere al grande mondo. La magia di Ficino non può essere separata dalla sua filosofia dell’amore. L’amore spinge ogni cosa verso ciò che riconosce come la propria bellezza e perfezione.
Nell’essere umano, questo movimento può rimanere prigioniero del possesso oppure diventare ascesa. La bellezza del corpo si apre allora alla bellezza dell’anima, poi a quella dell’intelligenza e infine a Dio. Questo linguaggio dell’amore platonico segnerà profondamente la poesia e il pensiero del Rinascimento.
Marsilio Ficino era davvero un mago?
Il termine è appropriato se ne si restituisce il significato rinascimentale. Ficino non è uno stregone leggendario che cerca il potere attraverso la coercizione. È un filosofo che pensa che la natura contenga forze nascoste, che esse corrispondano agli astri e che l’uomo possa imparare a riceverle. Conosce i talismani, le immagini astrologiche, gli inni, le virtù delle pietre e la magia delle simpatie. Preferisce tuttavia inserire queste operazioni in una magia naturalis legittima e cristiana.
In questo senso, l’espressione «mago di Firenze» non appartiene soltanto al romanticismo moderno. Descrive una parte autentica del suo progetto: restaurare una saggezza nella quale la conoscenza di Dio, la conoscenza dell’anima e la conoscenza delle potenze della natura non siano separate. Marsilio Ficino muore il 1° ottobre 1499, all’età di sessantacinque anni. Con lui scompare uno dei grandi artefici del ritorno di Platone nell’Europa occidentale.
Eppure la sua opera continua a circolare. Le traduzioni di Platone e Plotino rimarranno punti di riferimento per secoli. Il De vita conoscerà numerose edizioni e alimenterà la medicina astrologica, la filosofia naturale e la magia dotta.
Perché Ficino rimane centrale per l’occultismo occidentale?
Perché realizza una connessione decisiva. Collega Platone agli ermetisti, la medicina agli astri, la musica all’anima, la materia ai pianeti e il cristianesimo a un’antica teologia che ritiene anteriore alle scuole filosofiche.
Conferisce così alla magia una dignità filosofica. Il mondo nascosto non è più soltanto quello delle ricette popolari o dei grimori: può essere pensato come l’architettura invisibile della creazione.
Questa idea attraverserà Agrippa, la magia planetaria, le tradizioni rosacrociane, diverse correnti del tardo Rinascimento e poi gran parte dell’occultismo occidentale. Occorre entrare in un universo in cui filosofia, religione, medicina e magia non vivono ancora in stanze separate. Cercare di conservare soltanto il «filosofo serio» e respingere talismani, inni o astrologia farebbe scomparire una parte fondamentale del suo pensiero.
Al contrario, trasformarlo in un mago da grimorio farebbe perdere di vista la finezza del suo progetto cristiano e platonico. Ficino è particolarmente interessante proprio perché tiene insieme queste dimensioni. Per lui, il Rinascimento non è soltanto un ritorno ai testi antichi. È il tentativo di riaprire il cosmo.
Fonti e riferimenti
La Stanford Encyclopedia of Philosophy, aggiornata nel 2024, offre una sintesi di riferimento sulla sua nascita il 19 ottobre 1433, sul suo rapporto con Cosimo de’ Medici, sulla sua ordinazione nel 1473, sulle sue traduzioni di Platone e Plotino, sul suo insegnamento e sulle controversie legate al De vita.
Gli studi di James Hankins, in particolare Humanist Academies and the “Platonic Academy of Florence” e The Myth of the Platonic Academy of Florence, hanno rinnovato profondamente l’immagine dell’«Accademia platonica»: il circolo di Ficino appare più come una scuola informale e una rete di amicizie filosofiche che come un’istituzione giuridicamente fondata.
Il capitolo di Brian P. Copenhaver, « How to do magic, and why », in The Cambridge Companion to Renaissance Philosophy, analizza la magia del De vita e il modo in cui Ficino associa oggetti naturali, proprietà occulte, influenze planetarie e potere filosofico.
Per la magia naturale rinascimentale, la Stanford Encyclopedia of Philosophy, « Natural Philosophy in the Renaissance », annovera Ficino tra gli autori che utilizzano colori, piante, pietre e immagini per lavorare con le corrispondenze del cosmo.
La copertina utilizza un ritratto di Marsilio Ficino attribuito a Cristofano dell’Altissimo, dipinto tra il 1552 circa e il 1568. L’opera è posteriore alla morte di Ficino, ma appartiene alla tradizione ritrattistica fiorentina del XVI secolo ed è di pubblico dominio.






























