Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim appartiene al ristretto numero di autori che hanno dato una forma duratura alla magia dotta del Rinascimento. Nato a Colonia nel 1486, umanista, giurista, medico, teologo, diplomatico, polemista e autore del monumentale De occulta philosophia, cercò di organizzare in un sistema coerente tradizioni che fino ad allora circolavano in corpus separati: filosofia naturale, astrologia, neoplatonismo, ermetismo, Kabbalah cristiana, magia dei numeri, talismani, nomi divini e gerarchie angeliche.
La sua reputazione postuma aggiunge al suo percorso una seconda vita quasi faustiana. Già nel 16° secolo, Agrippa diventa il mago inquietante circondato da demoni, accompagnato da un misterioso cane nero e detentore di segreti proibiti. Altri lettori, al contrario, vedranno nel De vanitate una rinuncia alla magia. Tra questi due volti si colloca un pensatore ancora più affascinante: un cristiano umanista che non ha mai smesso di interrogarsi sui poteri nascosti della natura e sui limiti della conoscenza umana.
Gli studi universitari attuali, in particolare la sintesi rivista nel 2025 della Stanford Encyclopedia of Philosophy, mostrano che Agrippa non abbandona il suo progetto magico alla fine della vita. Al contrario, continua a rielaborare il De occulta philosophia fino alla sua pubblicazione completa nel 1533, tre anni dopo il De vanitate. I due libri devono quindi essere letti insieme: l’uno distrugge le pretese di un sapere umano che egli giudica corrotto, mentre l’altro tenta di ricostruire una conoscenza fondata, secondo lui, sulla creazione divina e sulla rivelazione.
Nascita a Colonia e formazione universitaria
Heinrich Cornelius Agrippa nacque a Colonia il 14 settembre 1486. Contrariamente alla leggenda di un giovane nobile già legato alle corti europee, le fonti lo presentano come figlio di cittadini di Colonia. L’appellativo «von Nettesheim» collega il suo nome a Nettesheim, vicino alla città, ma non basta a confermare l’immagine aristocratica che in seguito sarebbe stata associata al personaggio.
Entrò giovanissimo all’università di Colonia, nel 1499. Conseguì il baccalaureato in arti nel 1500 e poi il titolo di maestro nel 1502. L’università rimaneva fortemente segnata dalla scolastica, ma Colonia offriva anche un ambiente in cui circolavano l’umanesimo, la filosofia naturale e le tradizioni legate ad Alberto Magno.
In seguito Agrippa citerà lo Speculum attribuito ad Alberto Magno come un’influenza della giovinezza. Scopre anche Plinio il Vecchio e si interessa agli scritti di Raimondo Lullo. Queste letture gli danno molto presto l’idea che dietro la molteplicità delle scienze esista un’architettura della natura che una mente sufficientemente formata può cercare di comprendere.
La sua formazione precisa dopo il 1502 resta meno documentata. I titoli di dottore in diritto o in medicina che gli sono stati attribuiti in alcune biografie non sono tutti confermati da diplomi conservati. Ciò che è certo, invece, è che nei decenni successivi acquisisce una cultura considerevole nel diritto, nella medicina, nella teologia, nelle lingue antiche e nella filosofia.
Parigi e il circolo dei giovani umanisti
Agrippa soggiorna a Parigi all’inizio del XVI secolo. La sua corrispondenza rivela che qui stringe rapporti con diversi giovani umanisti, tra cui Charles de Bovelles, Symphorien Champier, Germain de Brie, Germain de Ganay e il pittore Jean Perréal.
Il gruppo forma una sorta di sodalitium, un circolo di amicizia erudita che nutre anche una spiccata predilezione per il segreto e l’iniziazione. Sarebbe eccessivo farne un «ordine magico» strutturato in senso moderno. Mostra tuttavia che Agrippa non lavora da solo: fin dalla giovinezza appartiene a reti in cui umanesimo, religione, filosofia e ricerca di saperi nascosti circolano insieme.
Tra il 1508 e il 1509 compie un viaggio in Spagna nell’ambito di una missione i cui dettagli restano oscuri. Agrippa servirà più volte gli interessi di Massimiliano I e rivendicherà incarichi militari o diplomatici. La sua vita intellettuale è dunque strettamente legata a un’esistenza fatta di spostamenti, patronati e missioni politiche.
Dole e la vicenda della Kabbalah cristiana
Nel 1509 Agrippa ottiene all’università di Dole, in Borgogna, la possibilità di tenere un corso dedicato al De verbo mirifico di Johannes Reuchlin. Questo testo costituisce una delle opere fondatrici della Kabbalah cristiana del Rinascimento.
La Kabbalah cristiana non deve essere confusa con la Kabbalah ebraica nella sua storia specifica. Umanisti cristiani come Pico della Mirandola e poi Reuchlin utilizzano elementi della lingua ebraica, speculazioni sui nomi divini e la letteratura cabalistica per sostenere una lettura cristiana della rivelazione. Agrippa si inserisce in questa corrente e cerca di dimostrare che le lingue sacre possono svolgere un ruolo nella conoscenza di Dio.
Le sue lezioni riscuotono successo, ma suscitano anche una violenta opposizione. Il francescano Jean Catilinet lo denuncia come «giudaizzante» e accusa il suo insegnamento di diffondere una disciplina condannabile. La vicenda manda in rovina le sue ambizioni accademiche a Dole e gli impedisce di ottenere il favore di Margherita d’Austria, che sperava di conquistare. È inoltre in questo contesto che Agrippa inizia a preparare il suo testo dedicato alla nobiltà del sesso femminile, destinato a Margherita. Questo trattato sarà pubblicato solo molto più tardi, nel 1529.
L’incontro decisivo con Johannes Tritemio
Nell’inverno del 1509-1510 Agrippa si reca al monastero di San Giacomo a Würzburg per incontrare Johannes Tritemio, ex abate di Sponheim. Tritemio è allora noto come storico, bibliofilo, autore di testi crittografici e lettore di letteratura magica.
I due uomini discutono di magia naturale e del progetto che Agrippa sta già preparando. Poco dopo, questi porta a termine una prima versione del De occulta philosophia e la invia a Tritemio prima dell’aprile 1510.
Tritemio elogia il lavoro, ma gli rivolge anche un avvertimento rimasto celebre: le dottrine riservate devono essere comunicate con prudenza. Questo consiglio contribuisce a spiegare l’atteggiamento di Agrippa in tutta la sua opera, dove l’esposizione enciclopedica si affianca a cautele, allusioni e dichiarazioni di conformità alla Chiesa.
Questa prima versione del De occulta philosophia non è ancora il libro pubblicato nel 1533. Agrippa la rielaborerà per più di vent’anni, aggiungendo capitoli, integrando nuove fonti e trasformando un compendio giovanile in una vera summa della magia rinascimentale.
Nel 1510 Agrippa si reca a Londra per una missione che egli stesso definisce molto segreta e che sembra legata al servizio di Massimiliano I. Il suo soggiorno inglese svolge anche un ruolo intellettuale.
Incontra John Colet, umanista e teologo vicino all’ambiente di Erasmo. Colet lo indirizza allo studio delle epistole di san Paolo. Agrippa compone allora un commento all’Epistola ai Romani, oggi perduto.
Questo passaggio è importante per comprendere la sua evoluzione. La magia non è mai, per lui, un ambito separato dalla teologia. La sua ricerca sulle proprietà della natura, degli astri e dei nomi divini si sviluppa parallelamente a una riflessione sempre più intensa sulla fede cristiana e sui limiti del ragionamento umano.
L’Italia, Platone e il Corpus Hermeticum
Dal 1511 al 1518, Agrippa soggiorna a lungo in Italia. Continua a servire Massimiliano, proseguendo al contempo le sue ricerche e il suo insegnamento. A Pavia tiene nel 1512 corsi sul Simposio di Platone, poi sul Pimandro, cioè su una parte del Corpus Hermeticum, nel 1515.
Questo periodo italiano rafforza il suo contatto con il neoplatonismo fiorentino, le opere di Marsilio Ficino, quelle di Pico della Mirandola e un insieme di testi cabalistici accessibili in latino. L’Italia costituisce allora uno dei principali luoghi d’incontro tra umanesimo, filosofia antica, esegesi cristiana e riscoperta di testi attribuiti all’Antichità.
Quando gli eserciti imperiali e svizzeri vengono sconfitti a Marignano nel settembre 1515, Agrippa deve lasciare Pavia. Cerca poi nuovi protettori alla corte di Guglielmo IX del Monferrato e soggiorna a Torino, dove interviene anche su questioni teologiche.
Questa mobilità non è un dettaglio biografico. Spiega il carattere composito della sua opera. Agrippa riunisce materiali provenienti da Colonia, Parigi, Dole, Würzburg, Londra e dagli ambienti italiani. Il De occulta philosophia è il prodotto di questa circolazione europea di testi e persone.
Metz e la difesa di una donna accusata di stregoneria
Dal 1518 al 1520, Agrippa vive a Metz, dove svolge le funzioni di oratore e avvocato della città. È durante questo soggiorno che interviene in una vicenda particolarmente importante per la sua immagine.
Una donna di Woippy è accusata di stregoneria. Agrippa la difende contro il procedimento avviato nei suoi confronti e contribuisce a impedirne l’esecuzione. La sua argomentazione non consiste nel proclamare l’esistenza di una comunità di maghi perseguitati; attacca gli abusi della procedura, i ragionamenti degli accusatori e la volontà di trasformare i sospetti in colpevolezza.
L’episodio mostra una netta differenza tra la magia erudita che Agrippa cerca di riabilitare e la figura giudiziaria della strega costruita dai tribunali. Può scrivere un trattato dedicato alla magia combattendo al contempo un’accusa di stregoneria che giudica infondata.
A Metz, incontra anche religiosi conservatori sulla questione di sant’Anna. Agrippa sostiene Jacques Lefèvre d’Étaples contro la leggenda della triplice unione della madre di Maria. Questa polemica conferma il suo gusto per le battaglie intellettuali e il suo rifiuto di trattare una tradizione tarda come un fatto storico solo perché è diffusa.
Dopo Metz, Agrippa si stabilisce a Ginevra tra il 1521 e il 1523, dove esercita la medicina. In seguito diventa medico della città di Friburgo in Brisgovia fino al 1524. La medicina rinascimentale non è separata dall’astrologia, dalla filosofia naturale e dalla teoria delle qualità come lo sarà nei secoli successivi. La carriera medica di Agrippa non costituisce quindi una parentesi razionale contrapposta ai suoi interessi magici. Appartiene allo stesso universo intellettuale in cui il corpo umano, gli umori, gli astri e le proprietà naturali vengono studiati come livelli interconnessi della creazione.
Il suo antico allievo Johannes Weyer, che in seguito sarà medico e autore del De praestigiis daemonum, conserverà di lui il ricordo di un uomo erudito, ingiustamente trasformato dalla diceria in uno stregone demoniaco.
Nel 1524 Agrippa si stabilisce a Lione e diventa medico di Luisa di Savoia, madre del re Francesco I. Questa funzione potrebbe far pensare a una carriera finalmente stabile. Al contrario, dà inizio a uno dei periodi più difficili della sua vita.
Agrippa cerca di ottenere protezioni a corte, ma i suoi scritti, le sue amicizie umanistiche e la sua indipendenza di tono suscitano preoccupazione. Si rifiuta in particolare di produrre per Francesco I una previsione astrologica, della quale ci si aspettava un uso politico. Critica inoltre la superstizione di Luisa di Savoia in una corrispondenza privata che finisce per essere riferita alla principessa.
Le sue rendite vengono soppresse e gli viene vietato di lasciare la Francia per un certo periodo. È in questo contesto di frustrazione e conflitto che nel 1526 compone gran parte del De incertitudine et vanitate scientiarum et artium.
Della nobiltà e della preeccellenza del sesso femminile
Il De nobilitate et praecellentia foeminei sexus viene redatto nella sua prima forma intorno al 1509 e poi pubblicato nel 1529. Agrippa vi difende la dignità delle donne e spinge persino l’argomento fino a sostenere la loro superiorità sugli uomini.
Il trattato appartiene alla querelle des femmes, un ampio dibattito letterario e intellettuale sulla natura, sulle capacità e sul ruolo sociale delle donne. Sarebbe anacronistico definire Agrippa, senza ulteriori precisazioni, una femminista nel senso contemporaneo. Il suo testo resta segnato dalle categorie religiose e retoriche della sua epoca.
Tuttavia, contiene argomenti notevoli. Agrippa afferma che l’anima razionale è identica nell’uomo e nella donna e che la differenza sessuale non determina il valore intellettuale dell’anima. Critica le istituzioni, i costumi e l’educazione che impediscono alle donne di esercitare le proprie capacità.
Il testo circola ampiamente in Europa e diventa un riferimento nei successivi dibattiti sulla superiorità delle donne. Uno studio pubblicato da Cambridge sulla storia di queste controversie ricorda che la formulazione di Agrippa, già all’inizio del XVI secolo, è tra gli argomenti influenti fondati sull’identità dell’anima razionale nei due sessi.
De occulta philosophia, un tentativo di rifondare la magia
Il De occulta philosophia libri tres è l’opera che assicura ad Agrippa una fama duratura. La sua prima versione risale al 1510, ma il testo pubblicato più di vent’anni dopo è stato notevolmente ampliato.
Il progetto non consiste nell’accumulare ricette. Agrippa spiega di voler restaurare una magia che ritiene antica, dotta e legittima, deformata da operazioni superstiziose e da invocazioni che considera pericolose.
Nel suo sistema, la magia è il vertice della filosofia perché mette in relazione i diversi livelli del reale. La natura non è una collezione di oggetti isolati: ogni cosa intrattiene rapporti con altre cose, con gli astri e con il mondo spirituale. Il mago cerca di comprendere questi legami per agire in accordo con essi.
Per approfondire l’architettura del suo sistema senza trasformare questa biografia in un commento capitolo per capitolo, il nostro articolo Il mondo secondo Cornelio Agrippa è dedicato specificamente alla sua concezione dell’universo.
Il primo libro e le virtù occulte della natura
Il primo libro del De occulta philosophia tratta del mondo elementare e di ciò che la tradizione chiama magia naturale. Agrippa raccoglie proprietà attribuite a pietre, piante, animali, colori, suoni e materie.
La parola «occulto» non significa qui soprannaturale in senso moderno. Una «virtù occulta» è una proprietà il cui effetto può essere constatato o riferito, ma la cui causa non è direttamente accessibile ai sensi. Gli autori del Rinascimento utilizzano questo concetto per pensare a fenomeni come l’azione della calamita o le proprietà particolari attribuite a determinate sostanze.
Agrippa cerca di collegare queste qualità nascoste alle influenze celesti. Le proprietà della natura sarebbero gli effetti visibili o invisibili di un ordine più vasto, che discende dagli astri e poi dalle cause spirituali.
Questa concezione si ricollega alla magia naturalis del Rinascimento: una ricerca delle potenze della natura che non si definisce ancora secondo la moderna separazione tra scienza e magia.
Il secondo libro sposta l’attenzione verso il mondo celeste. Matematica, numeri, proporzioni, musica e astrologia diventano strumenti per comprendere la struttura del cosmo. Agrippa attribuisce all’astrologia un ruolo fondamentale. Non ritiene che essa consenta di negare la libertà umana annunciando meccanicamente ogni evento. Al contrario, critica gli astrologi che presentano le loro congetture come certezze assolute. Ma sostiene che gli astri trasmettano qualità che partecipano all’ordine naturale.
Questa posizione permette di comprendere ciò che sembra contraddittorio tra i suoi libri. Un’astrologia fatalistica e commerciale può essere condannata nel De vanitate, mentre un’astrologia integrata nella filosofia naturale può essere conservata nel De occulta philosophia.
È sempre in questo secondo libro che compaiono i celebri quadrati magici planetari. Agrippa non inventa il principio del quadrato magico. Tuttavia sistematizza l’associazione di una serie di quadrati numerici alle sette pianete tradizionali, collegandoli poi a numeri, caratteri e nomi.
Questa presentazione eserciterà un’influenza immensa sulla successiva magia talismanica. Il nostro articolo Quadrati magici e poteri planetari illustra in dettaglio queste figure e le loro somme, senza attribuirle impropriamente a un’invenzione personale di Agrippa.
Il terzo libro costituisce la parte più religiosa del sistema. Agrippa vi tratta dei nomi di Dio, degli angeli, degli spiriti, delle gerarchie celesti, della preghiera, della purificazione e della Kabbalah cristiana.
Riprende materiali provenienti da Reuchlin e da altri autori cristiani che avevano studiato testi ebraici. Le dieci sefirot, i nomi divini e il valore sacro dell’ebraico vengono integrati in una teologia cristiana nella quale il potere delle parole dipende in ultima istanza da Dio.
Questa appropriazione deve essere ricollocata nella sua storia. Agrippa non è un cabalista ebreo e il suo sistema non rappresenta la Kabbalah nella sua tradizione interna. Partecipa alla Kabbalah cristiana del Rinascimento, che reinterpreta nozioni ebraiche a partire da obiettivi teologici cristiani.
Il terzo libro spiega inoltre perché Agrippa non consideri la «vera magia» una tecnica indipendente dalla religione. Quanto più il mago ascende nella gerarchia del cosmo, tanto più la sua efficacia dipende, secondo lui, dalla purificazione morale, dalla fede e dal rapporto con il divino.
Il De occulta philosophia trasmette diversi alfabeti o scritture magiche che saranno ricopiati per secoli, in particolare i caratteri chiamati celesti, malachim e «passaggio del fiume».
Sono costruiti a partire da forme legate all’alfabeto ebraico e da procedimenti grafici. Agrippa li presenta nella sua opera senza pretendere sempre di esserne l’inventore. Il suo ruolo è quello di un trasmettitore eccezionale: fissandoli nella stampa, conferisce a questi alfabeti una vita magica che si protrarrà nei grimori e nella magia cerimoniale moderna.
A partire dalle sue edizioni a stampa, questi alfabeti passano nei grimori, nei manoscritti, nelle opere occultiste del XIX secolo e poi nella magia cerimoniale moderna. La celebrità del «cifrario di Agrippa» deve quindi più alla diffusione del suo libro che a una paternità certa.
De vanitate, un attacco a tutti i saperi
Pubblicato nel 1530, il De incertitudine et vanitate scientiarum et artium sembra, a prima lettura, distruggere tutto ciò che Agrippa aveva costruito. Grammatica, logica, medicina, diritto, teologia scolastica, astrologia, magia e arti divinatorie passano sotto il fuoco della sua critica.
Arriva persino a riprendere il proprio libro di magia ed esprime rammarico per alcune ricerche giovanili. Questa pagina è stata a lungo considerata la prova che avrebbe rinnegato tutta la sua filosofia occulta.
La cronologia rende impossibile mantenere questa lettura in una forma così semplice. Negli stessi anni, Agrippa continua ad arricchire il De occulta philosophia. Dopo aver pubblicato il De vanitate nel 1530, fa stampare una prima parte ampliata del trattato magico nel 1531, poi difende accanitamente l’edizione completa del 1533.
Ancora più sorprendente è il fatto che l’edizione completa del De occulta philosophia riproduca in appendice i passi del De vanitate che sembrano condannarlo. Agrippa non cerca quindi di far scomparire la contraddizione: la mostra al lettore.
Le ricerche contemporanee rispondono piuttosto in senso negativo. La revisione del 2025 della Stanford Encyclopedia of Philosophy insiste sulla coerenza di un programma a due facce. Il De vanitate funziona come una distruzione delle pretese della ragione umana quando si considera un’autorità autonoma. Agrippa attacca le istituzioni erudite, i professionisti che vendono certezze e i sistemi che, secondo lui, dimenticano la propria dipendenza da Dio.
Il De occulta philosophia propone l’altro movimento: una ricostruzione del sapere nella quale la natura, gli astri e il mondo spirituale sono compresi come una creazione ordinata. La magia è accettabile ai suoi occhi soltanto quando si conforma a quest’ordine e rifiuta le pratiche che associa alla superstizione o ai demoni malvagi.
Si può contestare la sua soluzione, ma essa spiega perché difenda entrambi i libri fino alla fine. Agrippa non è quindi semplicemente il mago diventato scettico; è un autore che utilizza lo scetticismo per purificare ciò che ritiene una forma legittima di conoscenza religiosa. Dopo aver lasciato la Francia, Agrippa entra al servizio di Margherita d'Austria come archivista e storiografo imperiale ad Anversa. Si dedica allora alla pubblicazione dei suoi testi.
Il successo è accompagnato immediatamente da nuovi problemi. I teologi di Lovanio condannano il De vanitate come scandaloso ed eretico. Anche la Sorbona critica l'edizione parigina.
Agrippa risponde con il suo tono abituale: redige un'Apologia e una Querela nelle quali attacca l'incompetenza e la malafede dei suoi avversari. Questa violenza polemica finisce per compromettere la sua posizione presso Margherita.
Hermann von Wied, arcivescovo-elettore di Colonia, gli concede allora la sua protezione. È grazie a questo sostegno che Agrippa riesce a portare avanti la stampa completa del De occulta philosophia.
La versione definitiva del De occulta philosophia libri tres viene pubblicata nel 1533. Tra il manoscritto del 1510 e l'edizione a stampa finale, l'opera è cambiata profondamente. Agrippa ha integrato nuovi materiali astrologici, cabalistici, angelici e talismanici. Ha inoltre riorganizzato la progressione per collegare più chiaramente il mondo elementare al mondo celeste e poi al mondo intellettuale.
Questa struttura a tre livelli diventerà uno dei modelli più influenti dell'occultismo occidentale. Gli autori dei secoli successivi vi troveranno una biblioteca condensata di corrispondenze e tecniche. Anche coloro che non ne condividono la teologia utilizzeranno le sue tavole, i suoi alfabeti, numeri e gerarchie.
Questa influenza spiega perché De occulta philosophia sia più di una semplice testimonianza della sua epoca. È servito da serbatoio documentario per gran parte della magia erudita successiva.
Gli ultimi anni
La corrispondenza di Agrippa diventa molto più rara dopo il 1533. Gli ultimi anni sono quindi meno conosciuti rispetto al culmine della sua carriera. Soggiorna presso Hermann von Wied a Bonn. Nel 1534 redige ancora un memoriale giuridico per difendere i suoi libri contro i provvedimenti adottati nei Paesi Bassi.
Il suo ex allievo Johannes Weyer afferma che si trova ancora a Bonn nel 1535. Agrippa torna quindi in Francia. Alcuni resoconti indicano che viene arrestato per ordine di Francesco I e poi liberato. Muore a Grenoble nel 1535 o, al più tardi, nel 1536, secondo quanto emerge dalle incertezze documentarie. La sua morte segna immediatamente l'inizio di una seconda vita, quella del personaggio leggendario.
Dopo la sua morte, Agrippa viene rapidamente trasformato in un mago diabolico. Uno dei racconti più celebri sostiene che possedesse un grande cane nero che in realtà era un demone familiare. Al momento di morire, Agrippa avrebbe tolto al cane un collare ricoperto di segni, lo avrebbe cacciato, poi l'animale si sarebbe gettato in un fiume e sarebbe scomparso.
Questo racconto appartiene alla letteratura ostile e alla leggenda. Johannes Weyer, che conobbe personalmente Agrippa, combatte già l'idea che il suo maestro fosse lo stregone demoniaco descritto dai suoi nemici.
La figura ha comunque conosciuto una notevole fortuna popolare. In diverse regioni francofone, «l'Agrippa» finisce persino per indicare un libro di magia pericoloso che si tiene incatenato o che solo il suo proprietario può controllare. Il nostro articolo L'Agrippa e il cane nero ripercorre questa trasformazione dell'umanista tedesco in un personaggio del folklore.
Quale posto occupa Agrippa nella storia della magia?
Agrippa non è l'inventore della magia naturale, dell'astrologia, dei quadrati magici, della Kabbalah cristiana o dei talismani. Quasi tutti gli argomenti che utilizza possiedono una storia precedente.
Il suo genio risiede nell'organizzazione. Prende corpora dispersi e li costruisce in un'architettura. Le proprietà della materia rimandano agli astri; gli astri rimandano ai numeri e alle intelligenze; i nomi e gli angeli rimandano a un ordine divino. L'insieme forma una catena in cui la magia diventa la disciplina capace di circolare tra i diversi livelli.
Questa sintesi alimenta poi la tradizione magica europea. Gli occultisti del XIX secolo riscoprono Agrippa, poi la Golden Dawn e diverse correnti di magia cerimoniale utilizzano direttamente o indirettamente le sue corrispondenze. Éliphas Lévi, poi Aleister Crowley, appartengono a una storia intellettuale nella quale Agrippa rimane un riferimento importante, anche quando i loro sistemi si allontanano notevolmente dal cristianesimo rinascimentale.
Leggere Agrippa richiede due precauzioni. La prima consiste nel non trasformare la sua enciclopedia in un catalogo atemporale di «corrispondenze magiche» distaccate dal XVI secolo. I suoi pianeti, i suoi nomi divini e le sue gerarchie acquistano senso in un mondo cristiano, neoplatonico e astrologico che non è più il nostro.
La seconda consiste nel non contrapporre troppo facilmente «magia» e «pensiero serio». Agrippa appartiene a un'epoca in cui i confini tra filosofia naturale, astrologia, medicina e teologia non corrispondono ancora a quelli delle discipline moderne.
Resta dunque una figura fondamentale non perché avrebbe posseduto segreti soprannaturali, ma perché offre uno dei tentativi più ambiziosi di concepire la magia come sistema intellettuale completo nel Rinascimento.
Fonti e riferimenti
La migliore sintesi ad accesso libero è la voce «Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim» della Stanford Encyclopedia of Philosophy, rivista nel marzo 2025. Ripercorre la sua biografia, le sue reti, le due versioni del De occulta philosophia e il complesso rapporto tra questo trattato e il De vanitate. È consultabile sulla Stanford Encyclopedia of Philosophy.
L’edizione critica di riferimento del testo latino è Cornelius Agrippa, De occulta philosophia libri tres, curata da Vittoria Perrone Compagni e pubblicata da Brill nel 1992. Questa edizione ha rinnovato considerevolmente lo studio del testo, confrontando le versioni e identificando le fonti utilizzate da Agrippa. Una presentazione dell’edizione è disponibile su Brill.
Per comprendere la logica del linguaggio magico, dei nomi divini e delle gerarchie spirituali, Christopher I. Lehrich, The Language of Demons and Angels: Cornelius Agrippa’s Occult Philosophy, Brill, 2003, resta uno studio fondamentale. L’opera analizza il De occulta philosophia come sistema di segni piuttosto che come semplice catalogo di ricette. Il riferimento figura nel catalogo di Brill.
Per il trattato sulle donne, gli studi sulla querelle des femmes permettono di evitare l’etichetta troppo sbrigativa di «primo femminista». Un articolo del Journal of the American Philosophical Association ricorda l’importanza dell’affermazione di Agrippa secondo cui l’uomo e la donna possiedono un’anima razionale identica. È consultabile su Cambridge Core.
Infine, il classico studio di Charles G. Nauert, Agrippa and the Crisis of Renaissance Thought, pubblicato nel 1965, resta una pietra miliare della ricerca moderna. Va integrato con i lavori di Vittoria Perrone Compagni, che da allora hanno proposto una lettura più coerente del rapporto tra scetticismo religioso e riforma della magia.






























