Le resine d'incenso come l'olibano, il benzoino, il copale, la mirra e lo storace sono utilizzate da millenni nelle pratiche religiose ed esoteriche. Ognuna possiede proprietà magiche che variano secondo le tradizioni. Presentazione.
La resina di olibano (frankincense)
Origine botanica
L'olibano, comunemente chiamato semplicemente «incenso», è una gommaresina aromatica ricavata dall'albero Boswellia. Si utilizza principalmente la Boswellia sacra (sinonimo B. carterii), un piccolo albero originario del Dhofar (sud dell'Oman). Si trova anche in Somalia, Yemen e nell'India settentrionale (dove cresce la Boswellia serrata). Le Boswellia appartengono alla famiglia delle Burseracee. Incidendo la corteccia, l'albero essuda «lacrime» di resina biancastra che si induriscono all'aria e vengono raccolte dopo alcune settimane. L'olibano è noto fin dall'Antichità per il suo profumo sacro ed è stato uno dei tre doni offerti a Gesù bambino secondo la tradizione biblica (insieme all'oro e alla mirra).

Proprietà magiche nella magia cabalistica
Nella mistica ebraica e nella magia cabalistica occidentale, l'olibano è considerato una resina sacra associata alle sfere spirituali più elevate. In ebraico è chiamato lebonah e fa parte della formula dell'incenso del Tempio di Gerusalemme nella Bibbia, dove è definito «santissimo». Gli occultisti della tradizione cabalistica ermetica lo associano spesso alla Sfera del Sole (Sephira Tiphereth) per la sua natura luminosa e regale.
Infatti, l'olibano è descritto come un incenso solare, portatore di elevate vibrazioni spirituali. Il suo corrispondente planetario è il Sole in numerose corrispondenze occulte, e il suo elemento è il Fuoco purificatore. Bruciare olibano è considerato un modo per elevare l'anima verso il divino: si dice che il suo fumo salga diritto verso il cielo per portare le preghiere. Per questo, cabalisti e maghi lo utilizzano per consacrare lo spazio rituale e invocare le energie divine (notiamo che una scuola cabalistica, quella di Ari Luria, associa persino l'olibano alla sephira occulta Da'at, il «punto della conoscenza» mistica, sottolineando così il suo ruolo di ponte tra il mondo materiale e quello spirituale).
Nella magia europea medievale e rinascimentale
In Europa, l’incenso di olibano è sempre stato apprezzato nei rituali religiosi e magici. La Chiesa cattolica lo utilizza nel turibolo per benedire e purificare i luoghi e scacciare le influenze malefiche – un uso ereditato dai riti antichi. I grimori medievali e rinascimentali gli attribuiscono virtù di purificazione e consacrazione. La tradizione astrologica rafforza l’associazione dell’olibano al Sole: secondo le corrispondenze planetarie riportate da Cornelius Agrippa, l’incenso del Sole è l’incenso franco (olibano). Bruciare olibano di domenica (giorno solare) durante una congiura attira le benefiche forze solari (illuminazione, successo) e compiace le entità benevole. Al contrario, il suo aroma potente serviva anche ad allontanare gli spiriti maligni: numerosi esorcismi medievali raccomandano la fumigazione con incenso benedetto. Nella Clavicola di Salomone e in altri grimori, l’olibano compare nelle ricette dell’«incenso pontificale» o degli incensi planetari – mescolato a mirra, benzoino o storace – per creare suffumigi specifici per ciascuna operazione. Così, nella magia salomonica, l’olibano è un ingrediente standard dell’«incenso dell’arte», utilizzato quasi universalmente per santificare i cerchi e gli strumenti magici.
Proprietà nella Wicca e nella magia neopagana
Nella Wicca, l’olibano è considerato l’incenso universale per eccellenza. Corrisponde all’elemento Fuoco e al Sole, e gli si attribuisce il potere di elevare le vibrazioni spirituali, purificare l’atmosfera e consacrare gli oggetti o i luoghi rituali. Le sue proprietà magiche elencate nei testi wiccan includono la protezione, l’esorcismo (scacciare le energie negative), la purificazione e una maggiore spiritualità. Si dice che il suo fumo sprigioni potenti vibrazioni capaci di elevare l’anima e scacciare ogni male. I praticanti lo accendono per consacrare il cerchio magico, purificare una casa dalle influenze nocive oppure facilitare la meditazione e indurre visioni mistiche. L’olibano entra in numerose miscele di incenso wiccan, e Scott Cunningham osserva che, all’occorrenza, può essere sostituito con il copale o la resina di pino (a dimostrazione del fatto che il suo ruolo purificatore è ritenuto paragonabile a quello di altre resine aromatiche). In sintesi, per le streghe e i maghi neopagani, è un incenso versatile ad alta vibrazione, simbolo della luce divina.
Uso nell’Hoodoo (conjure afroamericano)
Nell’Hoodoo – tradizione magica afroamericana influenzata dal cristianesimo – l’olibano occupa un posto d’onore in quanto incenso biblico sacro. Il suo impiego risale all’influenza congiunta delle pratiche cristiane (Chiesa battista, cattolicesimo) e dei «libri dei segreti» europei introdotti nella cultura afroamericana. Viene bruciato insieme alla recitazione dei salmi, per consacrare la casa o l’altare e portare le preghiere a Dio. L’incenso di olibano (combinato con la mirra) è considerato un’offerta a Dio e ai santi – in particolare durante le veglie di preghiera o per accompagnare le candele della novena. Catherine Yronwode indica che l’olibano viene utilizzato sui carboncini «durante i culti spirituali, come raccomandato nella Bibbia». Nella pratica dell’Hoodoo si ritrova anche l’idea che l’olibano attiri fortuna e benedizioni: portare con sé alcuni grani d’incenso o lasciarli bruciare porta fortuna e successo negli affari. Inoltre, mescolato ad altri ingredienti, serve a preparare incensi di condizionamento (incensi per il successo o per attirare il denaro), poiché il suo potere di amplificazione positiva è riconosciuto.
Nella Santería e nelle tradizioni afro-caraibiche
Nella Santería (regione caraibica, derivata dalla religione yoruba mescolata al cattolicesimo) e in alcune pratiche del vudù, l’incenso di olibano non era tradizionalmente utilizzato dagli africani occidentali (i riti yoruba originari privilegiavano offerte di cibo, erbe o legni profumati locali). Tuttavia, con il sincretismo cattolico, l’olibano è diventato un’offerta aromatica adottata in numerosi riti afro-caraibici. Per esempio, nella Santería cubana, l’olibano è associato a Obatalá (dio creatore del pantheon yoruba, assimilato a Cristo o alla Vergine) per il suo carattere solare e puro. Bruciare incenso bianco sull’altare di Obatalá è considerato un segno di rispetto e un modo per purificare lo spazio dedicato a questa divinità della purezza.
Allo stesso modo, durante le messe vudù (una combinazione di liturgia cattolica e culto dei loa), talvolta si brucia l’incensiere della chiesa riempito di olibano per santificare l’assemblea e onorare gli spiriti, come si farebbe con i santi cristiani. Nel vudù haitiano, alcuni houngan usano l’olibano (chiamato localmente «tieno» o semplicemente incenso) per i riti legati ai misteri Rada (piuttosto benevoli) o per le cerimonie funebri, allo scopo di placare gli spiriti dei morti. Anche in Africa l’olibano è conosciuto nel Corno d’Africa (Etiopia e Somalia) per usi medicinali e rituali locali, ma nell’Africa occidentale era sconosciuto prima dell’epoca coloniale. Oggi, tuttavia, attraverso la Chiesa o i negozi esoterici, lo si trova sugli altari vudù o candomblé come incenso di purificazione universale. Non vi sono praticamente contraddizioni tra le diverse tradizioni riguardo all’olibano: quasi tutte lo considerano un agente di purificazione sacra, una «fragranza di santità» gradita alle divinità e capace di allontanare il male. In questo senso, si può parlare – come fa un autore contemporaneo – di resina «universale» che collega tutte le religioni.
La resina di Benzoino (Benzoin)
Origine botanica
Il benzoino (gomma benzoe) è la resina aromatica ricavata da diverse specie di alberi del genere Styrax. Vengono sfruttate soprattutto due specie asiatiche: Styrax tonkinensis (benzoino del Siam, originario dell’Indocina – Laos e Vietnam) e Styrax benzoin (benzoino di Sumatra, Indonesia). Questi alberi della famiglia delle Styracaceae producono un’oleoresina balsamica ottenuta incidendo la corteccia. Storicamente, un’altra specie mediterranea, Styrax officinalis (chiamata anche aliboufier), forniva un balsamo denominato storace solido. Di fatto, il benzoino è stato spesso confuso con lo storace: un tempo, il termine storace indicava il benzoino importato dall’Oriente. Per esempio, lo «storace nero» in commercio è in realtà benzoino di Sumatra ossidato, dall’aspetto scuro. Il nome benzoino deriva dall’arabo lubān jāwī («incenso di Giava»), richiamandone l’origine indonesiana. Questa resina dal dolce profumo di vaniglia viene utilizzata tanto in profumeria quanto come incenso.

Corrispondenze nella magia cabalistica e nell’occultismo occidentale
Il benzoino non compare nella Bibbia né nella cabala ebraica tradizionale (era sconosciuto nel Vicino Oriente), ma gli esoteristi occidentali lo integrarono nelle loro corrispondenze planetarie già dalla fine del Medioevo. È significativo che le fonti divergano sulla sua attribuzione: Agrippa (XVI secolo) colloca lo storace/benzoino sotto l’egida di Giove (probabilmente per il suo profumo esaltante e la capacità di «amplificare» gli altri ingredienti, qualità considerate gioviali).
Al contrario, la tradizione ermetista più tarda (Golden Dawn, ecc.) tende ad associarlo a Mercurio: nelle moderne ricette di incensi planetari, lo storace figura tra gli incensi tipici di Mercurio. Questa associazione mercuriale si basa sul suo aroma vivace e sulla rapidità con cui il suo fumo agisce sulla mente (Mercurio è il pianeta dell’aria e dell’intelletto). In altre tavole, invece, lo si collega al Sole – la corrente wiccan lo considera di natura maschile e solare. Nella cabala ermetica, ritroviamo il benzoino in corrispondenza della sefirah Hod (Mercurio) o di Tiphereth (Sole), a seconda degli autori. In ogni caso, tutti concordano sul suo potere di purificazione e di «portavoce»: serve a portare le intenzioni verso l’alto e a rafforzare l’effetto delle preghiere o degli incantesimi. Così, Eliphas Lévi e altri occultisti del XIX secolo vedevano nel benzoino un incenso dell’Aria, capace di elevare le vibrazioni mentali e spirituali durante le invocazioni angeliche o i lavori di conoscenza.
Nella magia europea (Medioevo – Rinascimento)
Il benzoino entrò in Europa solo alla fine del Medioevo, attraverso le rotte commerciali con il Sud-Est asiatico. Gli alchimisti e i maghi del Rinascimento lo adottarono rapidamente per le sue piacevoli proprietà fumigatorie. Lo ritroviamo in diverse ricette di suffumigazione dell’epoca: l’«incenso della Luna» dell’Heptaméron di Pietro d’Abano (XIII secolo) utilizza canfora e mirra, ma versioni successive talvolta sostituiscono questi ingredienti con il benzoino, segno della sua crescente popolarità.
I manoscritti magici tardi (XVII-XVIII secolo) menzionano il benzoino/storace nelle miscele destinate a evocare gli spiriti o consacrare i talismani. Il suo fumo delicato crea un’atmosfera favorevole al rilassamento psichico e alla visione. Un testo moderno riassume che lo storace (benzoino) era «richiesto in numerose ricette medievali e antiche», in particolare per calmare, rilassare e favorire il sonno, ma anche che veniva bruciato per proteggersi dalle influenze negative. Questa duplice funzione è interessante: da un lato, il benzoino calma (veniva usato persino come blando sedativo o contro l’insonnia), dall’altro funge da scudo aromatico contro la malvagità. Gli antichi lo apprezzavano anche nella magia amorosa: il suo profumo vanigliato è sensuale, «ispira l’amore»; lo si ritrova nelle ricette di filtri o unguenti destinati a suscitare l’affetto.
Proprietà magiche nella Wicca
La Wicca e la magia contemporanea considerano il benzoino un ingrediente di base nella preparazione degli incensi, soprattutto per le sue virtù purificatrici e amplificatrici. Bruciato da solo, il benzoino sprigiona un aroma balsamico che benedice e rischiara lo spazio, allontanando le energie negative e attirando vibrazioni positive. È anche un incenso di prosperità e abbondanza: compare in numerosi rituali per accrescere la ricchezza o il successo. Inoltre, al benzoino viene riconosciuto il potere di amplificare la potenza delle altre erbe con cui viene combinato. Gli stregoni lo usano quindi come «booster» nelle miscele: un pizzico di benzoino in un incenso rituale ne aumenta la forza e la portata magica. Cunningham indica inoltre che il benzoino (che classifica come resina solare dell’Aria) è eccellente per creare un clima psichico favorevole alla meditazione e alla concentrazione.
È associato al chakra del plesso solare (centro del potere personale) e a divinità solari come Ra o Apollo, sottolineandone la natura radiosa e benefica. Nella pratica, i Wiccan lo usano per purificare gli oggetti rituali (mediante fumigazione o come ingrediente dell’olio di consacrazione), consacrare i cerchi, attirare la fortuna e persino negli incantesimi d’amore (la sua dolcezza favorisce le energie affettuose). Il benzoino è spesso consigliato come sostituto nelle ricette di incenso quando manca una determinata resina o un’altra, a riprova della sua versatilità. La sua corrispondenza elementale (Aria) ne fa un incenso legato all’est e all’alba, impiegato per dissipare la negatività come un vento fresco e portare le invocazioni verso il cielo.
Usi nell’Hoodoo
Nel Hoodoo afroamericano, il benzoino è apprezzato per attirare fortuna e pace nella casa. Un detto di questo folclore afferma che bruciare del benzoino su un carbone ardente porta fortuna e tranquillità d'animo. Infatti, la «pace mentale» conferita dal suo profumo rilassante è utile dopo i litigi o per calmare una casa turbata. Il benzoino è quindi un ingrediente frequente delle miscele di incenso condizionale come Peaceful Home (casa pacifica) o Money Drawing (attira-denaro): purifica l'atmosfera infondendovi al contempo una vibrazione di prosperità. Nelle ricette hoodoo tradizionali, viene miscelato con olibano e altre resine: l'«incenso da chiesa» combina olibano, mirra e benzoino per ricreare l'incenso liturgico chiamato Pontifical (utilizzato per benedire).
Tuttavia, nella Santería il benzoino non viene sempre distinto dallo storace: a volte i due termini si confondono. Si osserva inoltre che la polvere di benzoino entrava come fissativo in numerose preparazioni di polveri da tracciare e di oli hoodoo, a dimostrazione del suo ruolo di supporto magico. In generale, i praticanti del conjure considerano il benzoino una resina «portafortuna»: porta una benedizione delicata nella casa (calma, armonia) e «dà forza» ai lavori occulti (come coadiuvante energetico). È quindi un incenso di base, utilizzato continuamente per mantenere un'atmosfera spiritualmente sana e favorevole.
Nella Santería e nelle tradizioni africane
Il benzoino non è tradizionalmente utilizzato nella religione Ifá degli Yoruba né nel culto vodù originario: queste culture non avevano accesso a questa resina asiatica. Inoltre, i loro rituali si concentrano meno sulle fumigazioni resinose e più sulle piante locali (foglie, legni,...). Oggi, nei circoli della Santería o del Palo Monte a Cuba, è possibile trovare del benzoino nelle boutique esoteriche, ma il suo impiego rimane secondario rispetto all'olibano o alla mirra. Quando viene utilizzato, è generalmente sotto l'influenza della magia cerimoniale o wiccan, per gli stessi scopi di purificazione e fortuna. Un santero cubano può aggiungere del benzoino a un incenso offerto alla Vergine della Carità (sincretismo di Oshún) per rafforzare l'amore e la prosperità della casa, ma non si tratta di un'usanza afro-cubana attestata da lungo tempo.
Allo stesso modo, in Benin o in Nigeria, il benzoino è quasi sconosciuto al di fuori degli ambienti esoterici modernizzati. Si può ritenere che le tradizioni africane non attribuiscano al benzoino una simbologia propria, se non quella importata dal mondo occidentale: un incenso esotico apprezzato per il suo profumo gradevole e il suo potere purificante. Non emerge qui alcuna contraddizione sostanziale, se non l'assenza di questo componente nei sistemi africani classici. Laddove viene adottato (in America, in Europa), si riscontra un consenso sulle sue proprietà: purificazione, amplificazione, attrazione della fortuna. L'unica sfumatura è che la tradizione hoodoo insiste un po' di più sul suo aspetto portafortuna quotidiano, mentre la tradizione esoterica europea ne fa un ingrediente più «cosmetico» (un profumo spirituale) e la Wicca un incenso solare della ricchezza. Si tratta tuttavia di differenze più quantitative che qualitative.
La resina di copale
Origine botanica
Il copale non è una specie botanica unica, ma un termine generico che indica diverse resine raccolte da alberi tropicali, in particolare in America. La parola deriva dal nahuatl copalli, che significa «incenso». La copale utilizzata come incenso proviene soprattutto dalla famiglia delle Burseracee (la stessa dell'olibano e della mirra): Bursera bipinnata (copale bianca del Messico) e Bursera copallifera sono alberi originari del Messico che producono una copale molto profumata. Se ne distinguono diversi tipi: copal oro (dorata), copal blanco (bianca), copal negro (nera), a seconda della specie e della qualità. In generale, questi alberi crescono in Mesoamerica (Messico, Guatemala, Honduras) e in Amazzonia (altre resine simili esistono in Sud America con il nome di copale del Brasile,...). Il termine copale può indicare anche resine semifossili dell'Africa orientale (copale dell'Oman o di Zanzibar, proveniente da Hymenaea), ma nel contesto esoterico ci si riferisce più spesso alla copale dell'America centrale. Questa copale amerindia viene raccolta incidendo il tronco; la resina che fuoriesce è più morbida dell'olibano, appiccicosa, e si indurisce formando una massa giallastra traslucida. Le civiltà precolombiane (Maya, Aztechi) ne fecero un incenso cerimoniale fondamentale, al pari dell'olibano in Oriente.

Ruolo nella magia cabalistica e occidentale
Essendo un incenso del Nuovo Mondo, il copale è assente dalle fonti cabalistiche o dai grimori occidentali classici. Tuttavia, la magia cerimoniale moderna lo ha integrato per analogia con l'olibano. Alcuni occultisti considerano infatti il copale un equivalente dell'incenso frankincense: appartiene alla stessa famiglia botanica e produce un fumo altrettanto purificatore e sacro. Nelle corrispondenze della Golden Dawn o della Wicca, si ammette volentieri che l'olibano possa essere sostituito dal copale. Così, Scott Cunningham osserva che il copale può sostituire l'incenso di olibano nelle ricette, dimostrando che gli vengono attribuite virtù comparabili. Come segno di questa assimilazione, in Occidente il copale viene talvolta associato anch'esso all'elemento Fuoco e al Sole.
Tuttavia, non compare esplicitamente negli antichi testi cabalistici o astrologici. Si può dire che, nella cabala ermetica contemporanea, il copale erediti semplicemente gli attributi solari e purificatori dell'olibano, senza una simbologia specifica aggiuntiva. Viene utilizzato per gli stessi scopi: consacrazione, elevazione spirituale, preghiera. Un cabalista moderno può bruciare del copale durante un rito planetario del Sole o per invocare un arcangelo solare in assenza di olibano, considerando l'effetto vibratorio equivalente (alcuni ritengono persino che il copale americano, essendo «nuovo» nella tradizione occidentale, apporti un'energia fresca e potente).
Nella magia europea storica
Le magismo medievale e rinascimentale europeo non conosceva il copale, importato solo dopo la scoperta delle Americhe. Non compare quindi nei grimori classici. Fu solo nel XIX secolo, con l'interesse per le tradizioni esotiche, che il copale venne menzionato da alcuni occultisti francesi o inglesi incuriositi dagli incensi precolombiani. Éliphas Lévi cita la «gomma copale» tra gli incensi dalle proprietà purificatrici nelle sue corrispondenze, ma il suo impiego resta marginale rispetto a quello dell'olibano o del benzoino. In Europa, il copale è stato usato soprattutto per vernici e lacche (poiché, quando viene riscaldato, forma una vernice), più che come incenso liturgico. Tuttavia, si riferisce che già nel XVI secolo i missionari francescani nella Nuova Spagna inviarono del copale a Roma, dove fu utilizzato occasionalmente durante le messe per sperimentare questo nuovo incenso «indiano». In assenza di antiche fonti esoteriche europee sul copale, si può concludere che il suo uso magico storico in Europa è nullo. Qualsiasi introduzione del copale nei rituali europei è quindi un fenomeno moderno, dovuto allo scambio culturale.
Proprietà magiche nella Wicca e nel paganesimo moderno
Il copale è stato pienamente adottato dai praticanti neopagani moderni, che lo considerano un incenso altamente purificante e spirituale. Nella Wicca viene talvolta chiamato «incenso dei Maya» e utilizzato per purificare le energie negative e consacrare lo spazio sacro, un po’ come la salvia bianca o l’olibano. Quando brucia, il copale sprigiona un fumo dal profumo al tempo stesso dolce, resinoso e agrumato, percepito come rilassante, vivificante e favorevole alla connessione con il divino.
I moderni praticanti di stregoneria osservano che il copale crea una forte sensazione di trance tranquilla: ideale per accompagnare la meditazione, lo yoga o qualsiasi rituale che richieda una consapevolezza lucida. Le sue virtù magiche ampiamente riconosciute includono: la purificazione (”pulisce” luoghi, oggetti e aure allontanando entità o energie nocive), l’elevazione della coscienza (aiuta a connettersi con le guide spirituali, gli antenati e i piani superiori), il miglioramento della concentrazione (il suo profumo ancora al momento presente e calma la mente), nonché la guarigione energetica (gli vengono attribuiti effetti benefici sul piano emotivo, contribuendo a ripristinare l’equilibrio interiore). Negli ambienti Wicca, è comune bruciare il copale durante i sabba autunnali (in particolare a Samhain, la festa dei morti) per onorare gli antenati amerindi o semplicemente per aprire uno spazio sacro protetto prima dei rituali. Inoltre, per il suo forte legame culturale con le civiltà precristiane dell’America, il copale viene talvolta utilizzato per invocare le energie della terra, della natura incontaminata o delle divinità indigene. Un rituale neosciamanico di guarigione può prevedere di bruciare copale come offerta alle quattro direzioni e agli spiriti della foresta pluviale. In sintesi, la Wicca e il neopaganesimo valorizzano il copale in quanto resina sacra «nuova», purificante come l’olibano ma con una propria «firma» energetica legata alla terra mesoamericana.
Usi nell’Hoodoo e nel folklore latinoamericano
Nel Hoodoo afroamericano classico, il copale non rientra tra gli incensi tradizionali (ancora una volta, è arrivato in epoca relativamente recente). Tuttavia, nel XX secolo, l’influenza delle botanica latino-caraibiche negli Stati Uniti ha introdotto il copale nei cataloghi esoterici. Oggi, alcune botteghe di conjure propongono il copale alla clientela messicano-americana o meticcia, e i praticanti di Hoodoo possono utilizzarlo con cognizione di causa. I folkloristi lo descrivono come «l’incenso sacro degli indigeni maya dell’America centrale». Per questo motivo, il copale è considerato un incenso potente per offrire doni agli spiriti indigeni e liberarsi dai malefici. Un praticante di Hoodoo potrebbe, ad esempio, bruciare del copale per purificare una casa infestata, invocando gli spiriti protettori amerindi del luogo. Lo ritroviamo anche in alcune miscele spirituali moderne: per esempio, una formula di purificazione molto apprezzata combina canfora, resina di pino e copale per scacciare il male. Nella tradizione messicana (curanderismo), il copale è onnipresente: lo si brucia durante il Día de los Muertos (festa dei morti) sugli altari familiari, per guidare le anime dei defunti con il suo profumo. Questa conoscenza è stata trasmessa alle comunità chicane/tex-mex, che l’hanno integrata nelle loro pratiche magiche: così, uno stregone di frontiera potrà consigliare il copale per purificare una persona dal «malocchio» o per attirare l’abbondanza (associandolo, per esempio, a una preghiera alla Vergine di Guadalupe).
Nella Santería e nelle tradizioni afro-caraibiche
I sistemi religiosi afro-caraibici di origine yoruba (Santería a Cuba, Candomblé in Brasile) o fon (Vudù ad Haiti) non includevano il copale nel loro repertorio rituale tradizionale. Il copale, infatti, è tipico delle culture dell’America Centrale e non cresce nei Caraibi. Tuttavia, esistono aree di sincretismo tra culti africani e culti indigeni, soprattutto in Paesi come il Messico, il Guatemala o persino il Venezuela. In questi contesti, il copale può essere stato integrato nei rituali di alcune comunità garifuna o afro-maya. Ad esempio, in Messico si trovano brujos (stregoni) che combinano la magia afro-cubana con lo sciamanesimo maya: utilizzano il « copal pom » (copale maya) come offerta non agli orisha africani, ma agli spiriti della natura e agli antenati locali, prima di procedere alle invocazioni delle divinità africane. Si tratta comunque di una pratica piuttosto circoscritta. Nella Santería cubana o nel Vudù haitiano tradizionale, il copale è ritualisticamente quasi inesistente: per i pochi usi dell’incenso si preferisce la tradizione cattolica (incenso ecclesiastico a base di olibano). Tuttavia, con la diffusione dei prodotti esoterici, a volte il copale compare sui moderni altari vudù come incenso « esotico », per sperimentare nuove vibrazioni.
Un sacerdote voodoo potrebbe, per curiosità, bruciare del copale per onorare un loa legato alla terra o alla foresta (per analogia con gli dèi maya della natura), ma ciò rientrerebbe in un’innovazione personale. Pertanto, nelle tradizioni africane e afro-caraibiche non si riscontra una simbologia codificata del copale: se viene utilizzato, è per il ricorso a pratiche indigene mesoamericane, con le quali conserva il suo significato originario (purificazione, offerta agli dèi della terra e agli antenati). Non si riscontrano contraddizioni evidenti tra le tradizioni riguardo al copale: ovunque venga impiegato, serve a purificare, consacrare e collegare il mondo umano a quello divino. L’unica differenza è l’importanza centrale che riveste presso i Maya e gli Aztechi (incenso per eccellenza del sangue e degli dèi), mentre rimane secondario o facoltativo nei sistemi importati (occidentali o afro). In Occidente viene considerato un sostituto dell’olibano; nelle culture indigene americane è un pilastro del culto. Questo contrasto culturale è significativo, ma non costituisce una contraddizione interpretativa: è piuttosto una variazione d’uso dovuta al contesto geografico.
La resina di mirra
Origine botanica
La mirra è una gomma-resina aromatica ottenuta dal tronco di alcuni piccoli alberi spinosi del genere Commiphora, in particolare Commiphora myrrha. L’«albero della mirra», o balsamiero, è originario delle regioni aride del Corno d’Africa e della penisola Arabica. Si trova principalmente in Somalia, Etiopia, Gibuti, Yemen e nel sud dell’Arabia Saudita. È un arbusto alto circa 3 metri, dal tronco nodoso ricoperto di spine, la cui corteccia viene incisa per raccogliere la resina che, una volta essiccata, fuoriesce sotto forma di «lacrime» giallo-brune. La mirra era già rinomata nell’Antichità: veniva utilizzata dagli Egizi per l’imbalsamazione, è citata nella Bibbia (uno dei tre doni dei Magi) e in numerosi rituali. Il suo nome deriva dall’ebraico môr (amarezza), in riferimento al suo sapore molto amaro. Esistono diverse varietà di mirra; la più conosciuta è la cosiddetta mirra amara (Commiphora myrrha), ma si distingue anche la mirra dolce, detta opoponax. Qui parleremo della classica mirra amara.

Proprietà nella magia cabalistica e simbolismo ermetico
La mirra ha un simbolismo profondo legato al concetto di sacrificio, saggezza dolorosa e femminilità mistica. Nella Kabbalah, la mirra è associata alla Sephira Binah (la Comprensione, principio della Madre divina). Infatti, Binah è la sfera della Grande Madre (Imma) che comprende il dolore del mondo; la mirra, con la sua amarezza e il suo uso funerario, rappresenta la sofferenza sacra. Un testo esoterico afferma che «la mirra è sacra per la Grande Madre, che la si chiami Maria, Iside o Binah». Così, bruciare mirra nella Kabbalah significa invocare l’energia della Madre dei Dolori, colei che consola gli afflitti e presiede al mistero della morte e della rinascita spirituale. La mirra è presente anche nella Bibbia come componente dell’olio santo per l’unzione (Esodo 30:23): veniva mescolata con altre sostanze aromatiche per consacrare i sacerdoti e gli oggetti del Tempio. In chiave cabalistica, vi si può vedere un simbolo di severità addolcita (essendo Binah legata alla Severità saturniana): la mirra, amara, è temperata dalla dolcezza della cannella e della cassia nell’olio per l’unzione, riflettendo l’equilibrio degli attributi divini. Inoltre, alcune corrispondenze planetarie ermetiche assegnano la mirra a Saturno, pianeta della morte, del tempo e dei limiti. Ciò è coerente con il suo ruolo nell’imbalsamazione dei morti e con la sua associazione a Binah-Saturno. Altri autori la collegano anche alla Luna (per il suo profumo bianco e il suo uso da parte delle dee lunari) o persino a Marte (a causa del suo colore scuro e delle sue proprietà antisettiche sulle ferite, utilizzata dai soldati greci). Tuttavia, la maggior parte dei cabalisti moderni la considera legata alla Luna (e all’acqua), come incenso della Dea Nera, l’aspetto oscuro della luna.
Nella magia europea (Antichità, Medioevo, Rinascimento)
La mirra occupa un posto importante nella storia magica e religiosa del bacino del Mediterraneo. Gli antichi Egizi la consideravano l’«olio delle mummie»: entrava nella miscela per l’imbalsamazione, allo scopo di purificare e proteggere il corpo dei defunti. Secondo Plutarco, i sacerdoti egizi bruciavano mirra a mezzogiorno in omaggio al sole Ra (incenso all’alba, mirra a mezzogiorno, kyphi la sera), facendone in questo contesto un incenso solare. Greci e Romani la usavano nella profumeria sacra e in medicina (unguenti per curare le ferite). Nel Nuovo Testamento, la mirra simboleggia la sofferenza redentrice: offerta a Gesù alla nascita, poi mescolata al vino sulla croce (Marco 15:23) e infine usata per imbalsamarne il corpo nel sepolcro. Questa valenza simbolica non sfuggì ai monaci e ai maghi medievali: la mirra è vista come l’incenso della morte sacra e della devozione. Nei rituali cristiani medievali, veniva bruciata durante le cerimonie della Passione e i funerali, mescolata all’olibano. I grimori medievali la prescrivono frequentemente insieme all’incenso: per esempio, una ricetta di incenso per consacrare una spada magica consiglia di combinare «incenso maschile (olibano) e incenso femminile (mirra)» per equilibrare le forze.
Si riteneva che la mirra potesse scacciare gli spiriti impuri quando veniva unita all’olibano, un po’ come l’incenso pontificale usato dalla Chiesa. Cornelius Agrippa indica che la mirra, di natura fredda e secca, appartiene alle influenze saturniane; inoltre, un’antica ricetta da lui citata per Saturno comprende olibano e mirra macinati insieme. Paradossalmente, altri testi la associano a Venere per il suo ruolo negli unguenti d’amore (poiché la mirra era anche un afrodisiaco in alcune preparazioni orientali). Nella magia medievale, la ritroviamo in filtri d’amore ispirati al Cantico dei cantici (dove la mirra è menzionata in un contesto erotico, come simbolo della donna amata). Per esempio, un rimedio d’amore medievale consigliava di portare con sé un sacchetto di mirra e rosa per diventare irresistibili: una credenza fondata sull’aroma inebriante della mirra.
Nel Rinascimento, Paracelso e gli spagiristi attribuiscono alla mirra un’affinità con l’anima (Spirito) più che con il corpo, poiché preserva i corpi morti ma «volatilizza lo spirito» con il suo profumo. La utilizzano come incenso durante operazioni di negromanzia o di meditazione sulla morte. Si delinea quindi un quadro complesso: in Europa la mirra è talvolta solare (incenso del Dio Sole a mezzogiorno), talvolta saturniana (per il suo legame con la morte e le sepolture), talvolta venusiana/lunare (per il suo legame con la Dea madre e i profumi d’amore). Questa molteplicità può aver dato origine a interpretazioni contraddittorie a seconda degli autori. Tuttavia, tutti concordano sul suo carattere sacro, solenne e legato ai misteri. Era considerata un incenso più introverso e “sotterraneo” dell’olibano: se l’olibano eleva direttamente la preghiera verso il Cielo, la mirra, invece, apre la porta dell’inconscio e del mondo degli antenati.
Virtù nella Wicca e nella magia contemporanea
La Wicca e le tradizioni esoteriche moderne hanno sintetizzato queste attribuzioni per descrivere la mirra come una resina dall’energia femminile, lunare e saturniana. Scott Cunningham la classifica come pianta della Luna (Luna nera) e secondariamente di Saturno, sottolineando la sua storia profondamente legata al femminino sacro. Così, nella Wicca, la mirra viene utilizzata per onorare la Dea nei suoi aspetti di Saggezza e Morte (per esempio, la Dea oscura Ecate o la Vergine Maria addolorata). Viene spesso bruciata in miscela con l’olibano: questa classica combinazione di olibano e mirra simboleggia il Dio e la Dea, oppure il Sole e la Luna, in armonia. La mirra da sola è rinomata per avere una vibrazione molto introspettiva: viene utilizzata per rituali di meditazione profonda, guarigione interiore e lavoro sul lutto. Il suo fumo denso favorisce l’ingresso in uno stato alterato di coscienza; per questo molti stregoni la fanno bruciare per comunicare con gli spiriti degli antenati o dei defunti (mirra = ponte verso l’Aldilà). Un articolo wiccan osserva che la mirra “conduce a una meditazione ricca e gratificante, particolarmente orientata all’introspezione.
Serve a guarire i dolori personali e a connettersi con i morti e il mondo sotterraneo». Per questo la ritroviamo nei rituali di Samhain (la festa dei Morti). Inoltre, la mirra possiede anche un aspetto di protezione e purificazione complementare a quello dell’olibano: la sua natura antisettica sul piano fisico viene trasposta sul piano esoterico in un potere di scacciare le influenze negative e sigillare l’aura. Per questo motivo, i Wiccan la utilizzano per purificare gli strumenti magici, consacrare i cerchi (soprattutto sotto la Luna calante) e proteggersi dagli attacchi psichici. Meno frequentemente, la mirra viene integrata in miscele per i sogni o per l’astrale: alcuni la bruciano prima di dormire per indurre sogni profetici o viaggi astrali, in particolare in combinazione con la camomilla o la menta (in relazione al suo effetto calmante sulla mente).
A livello emotivo, la mirra è nota per «aprire l’anima per lasciare andare il dolore»; a volte se ne consiglia la combustione dopo una rottura o un lutto, per aiutare a liberarsi dal dolore e ritrovare la pace. Va notato che anche la Wicca valorizza la mirra per pratiche più luminose: per esempio, una miscela di olibano, mirra e cannella per benedire un nuovo progetto, in cui la mirra rappresenta la saggezza e la protezione intorno al progetto. Si vede quindi che, nella magia moderna, la mirra rimane una resina versatile, ma orientata verso la spiritualità profonda, la guarigione dell’anima e la protezione psichica, più che verso le richieste materiali. A volte viene menzionata la sua dualità Sole/Luna: alcuni la percepiscono come molto solare (energia di Ra, vitalità mistica), mentre altri la avvertono lunatica e oscura; questa ambiguità richiama le diverse energie che si intrecciano in essa, come afferma un autore: «La mirra è un profumo complesso dalle molteplici energie interconnesse. Questo tesoro antico rifiuta di essere catalogato in un unico modo». Questa constatazione illustra bene le diverse interpretazioni di cui è oggetto, che però non sono necessariamente contraddittorie, bensì semplicemente sfaccettate.
Uso nell’Hoodoo
Nell’Hoodoo afroamericano, la mirra è, proprio come l’olibano, un incenso biblico sacro integrato nelle pratiche attraverso la Chiesa. Viene quasi sempre utilizzata in combinazione con l’olibano negli incensi spirituali. Un catalogo hoodoo indica infatti: « Di solito bruciata con l’olibano, per la guarigione, la purificazione, la passione e l’amore ». Questa frase sorprende perché associa la mirra alla passione e all’amore – un aspetto meno noto, ma che probabilmente deriva dal Cantico dei cantici, dove la mirra simboleggia l’amore sensuale (l’amata dice: « Il mio amato è per me un sacchetto di mirra, che riposa tra i miei seni »). Così, nel folklore hoodoo, bruciare insieme olibano e mirra serve non solo a purificare un luogo ed elevare una preghiera, ma può anche essere impiegato nei rituali di riconciliazione amorosa o di guarigione delle relazioni (da qui i riferimenti a « passion, love »). Nella pratica corrente, i rootworker preparano il “Three Kings Incense” (o incenso dei Tre Re), mescolando parti uguali di olibano, mirra e talvolta benzoino, che fanno bruciare per benedire un’abitazione o un’attività commerciale – questo allontana le influenze nefaste e attira la benedizione divina sul luogo. Per la purificazione personale, ci si può “lavare” nel fumo di un incenso di mirra e olibano recitando un salmo, per liberarsi da un maleficio o dalla tristezza. La mirra è inclusa anche nei mojo bag (gris-gris) legati alla salute: un piccolo pezzo di resina aggiunto alle radici medicinali per rafforzare l’effetto spirituale della guarigione. Per quanto riguarda la comunicazione con i morti, i praticanti hoodoo, profondamente cristiani, non praticano la negromanzia in modo « pagano », ma durante le messe dei defunti o il Giorno dei Morti possono bruciare incenso da chiesa (quindi contenente mirra) sulle tombe per onorare gli antenati – una pratica ereditata dal cattolicesimo. La mirra ha anche un uso medicinale nella farmacopea hoodoo: ridotta in polvere, serve a preparare un unguento per curare tagli o infezioni (è un antisettico) e si ritiene che applicarla con una preghiera acceleri la guarigione spirituale della persona. In sintesi, nell’Hoodoo la mirra è percepita come un incenso sacramentale dal grande potere protettivo e curativo, spesso inseparabile dall’olibano. Se la Wicca la considera piuttosto legata alla tristezza e al mistero, l’Hoodoo insiste maggiormente sul suo ruolo curativo e conciliatore (guarire i mali del corpo e del cuore, ristabilire l’armonia). Non c’è davvero contraddizione, ma una differenza di enfasi: laddove un occultista europeo vede la mirra come austera e funeraria, un rootworker hoodoo vi vede soprattutto un incenso di preghiera che porta la pace (compresa la pace nella coppia, da cui l’amore). Queste differenze derivano dal contesto culturale: i conjure doctor hanno incorporato la mirra attraverso la religione (come simbolo dell’amore divino e della guarigione di Gesù), piuttosto che attraverso la mitologia pagana della Dea piangente.
Nella Santería e nel Vodou
La mirra, come l’olibano, non era utilizzata dagli africani occidentali nei loro culti originari. Tuttavia, i sincretismi con il cattolicesimo l’hanno introdotta nel rituale afro-caraibico. Nella Santería cubana, la mirra fa parte della composizione dell’«incenso della Chiesa», utilizzato per purificare il tempio (la casita) prima della misa espiritual o delle cerimonie in cui si invocano i santi cattolici associati agli orisha. Alcuni la riservano come offerta alla Vergine Maria (sincretismo di Obatalá o Oshún, a seconda dell’aspetto), poiché la mirra è legata alla Madonna Addolorata, immagine che corrisponde a Yemayá nel suo aspetto di mater dolorosa. Nel Vodou haitiano, la mirra non viene tradizionalmente bruciata da sola, ma il suo profumo si ritrova nell’«incenso del Vaticano», talvolta utilizzato dai sacerdoti vodou quando incorporano elementi della messa cattolica. Durante i riti per i Guédé (spiriti dei morti) o Baron Samedi, che si svolgono spesso nel periodo di Ognissanti, si può bruciare una resina profumata (olibano e mirra) sull’altare dei morti per onorare questi spiriti in un’atmosfera solenne. È interessante notare che la mirra, amara e legata ai cimiteri, corrisponde bene a loa come Maman Brigitte (la moglie di Baron Samedi, protettrice delle tombe), sebbene nessuna fonte tradizionale menzioni esplicitamente «bruciare la mirra per Maman Brigitte»: l’associazione simbolica è coerente (Maman Brigitte è sincretizzata con santa Brigida, e si può immaginare di offrire l’incenso di mirra a questa santa). In generale, le tradizioni afro-caraibiche non hanno sviluppato corrispondenze proprie per la mirra: la utilizzano alla maniera cattolica, cioè come incenso sacro di preghiera e purificazione, ed eventualmente come simbolo del lutto sacro. Non vi è quindi una forte contraddizione interna, ma solo una trasmissione di simbolismo. Si osserva che alcune divergenze interpretative menzionate sopra (mirra solare o lunare, ecc.) sono proprie delle scuole occidentali. Nelle tradizioni africane o creole, queste sottigliezze non esistono davvero: la mirra rimane una sostanza santa, amara come la sofferenza ma capace di santificare e proteggere, senza cavillare sul suo pianeta tutelare. Questa resina crea così un legame tra tutte queste culture, incarnando ovunque l’idea del sacro mescolato all’amarezza della vita.
La resina di Storace (Styrax)
Origine botanica
Lo storace (scritto anche stirace) indica una resina balsamica scura, originariamente ricavata da un arbusto mediterraneo chiamato Styrax officinalis (famiglia delle Styracaceae). Questo arbusto, un tempo diffuso nel Levante (Siria, Palestina, Cipro), trasuda dalla corteccia un balsamo solido chiamato storace o benzoino del Levante. Tuttavia, la maggior parte dello storace utilizzato oggi proviene in realtà da un altro albero: il Liquidambar orientalis (famiglia delle Altingiaceae), chiamato anche storace liquido o ambra dolce di Turchia. Il Liquidambar orientalis è un albero della Turchia (regione dell'Asia Minore), inciso per raccogliere una resina liquida nerastra conosciuta con il nome di storace liquido. Una specie affine, Liquidambar styraciflua, originaria dell'America (dal Messico agli Stati Uniti), produce un balsamo simile. Commercialmente, si distingue spesso lo storace «vero» di Turchia (Liquidambar) dal benzoino (Styrax asiatico), ma in passato i due prodotti sono stati confusi. La resina di storace si presenta come una massa viscosa bruno-nera o sotto forma di concrezioni aromatiche nerastre. Il suo odore è dolce e balsamico, con note di vaniglia e mandorla amara. Da notare: si parla anche di «stirace» per indicare questa resina (stirace è il nome latino), il che alimenta la confusione con il genere botanico Styrax. In sintesi, lo storace può indicare sia il balsamo di Liquidambar (Asia Minore, America) sia il balsamo di Styrax officinalis (Levante), quest'ultimo ormai quasi abbandonato.

Corrispondenze nella cabala ermetica e nell'occultismo occidentale
Lo storace occupa un posto interessante nelle corrispondenze occulte, poiché è stato associato a pianeti diversi a seconda degli autori. Agrippa lo indica come incenso principale di Giove. Infatti, nella sua Filosofia occulta, per Giove indica: «Storace, zafferano…» come fumigazione appropriata, considerando senza dubbio il suo profumo ricco e «regale». Al contrario, la tradizione più tarda (Golden Dawn, ecc.) utilizza lo storace soprattutto per Mercurio. Un moderno elenco di offerte planetarie cita lo storace tra gli incensi mercuriali raccomandati, insieme al mastice. Questa attribuzione mercuriale si spiega con l’associazione dello storace all’elemento Aria e alla rapida stimolazione mentale (qualità mercuriali). Inoltre, alcuni occultisti gli attribuiscono una natura lunare o saturniana: la resina nera e appiccicosa evoca la Luna nera o Saturno. Una fonte esoterica contemporanea afferma infatti che lo storace ha contemporaneamente associazioni planetarie con Mercurio, Saturno e la Luna. Ciò riflette probabilmente il fatto che lo storace calma la mente (Luna), protegge dalla negatività (Saturno), pur presentando un aspetto aromatico volatile (Mercurio). Nella Cabala ermetica, lo storace è associato a Yesod (Luna) o a Hod (Mercurio), a seconda delle fonti. Eliphas Lévi menziona lo storace come componente di alcune fumigazioni evocatorie (senza specificare il pianeta). La Golden Dawn lo utilizza nell’Incenso dell’Arte detto «Abramelin», insieme a olibano e benzoino, collocandolo piuttosto nell’ambito di Mercurio (poiché Abramelin si riferisce a Mercurio/Ermete). In ogni caso, lo storace è considerato un incenso di energia psichica: favorisce gli stati alterati di coscienza e la proiezione astrale. Autori moderni osservano che viene bruciato per indurre sogni profetici o viaggi dell’anima (qualità lunare), elevando al contempo il pensiero logico (qualità mercuriale) e scacciando il male (qualità saturniana). Questa versatilità lo rende una sorta di «camaleonte» nelle corrispondenze, cosa che può sembrare contraddittoria da una fonte all’altra. Tuttavia, in generale, nella cabala e nell’occultismo occidentale si ritiene che lo storace sia legato alla sfera mentale e astrale, e che venga utilizzato per calmare, proteggere e favorire la magia intellettuale e onirica.
Nella magia europea (Antichità, Medioevo)
Lo storace era già noto nell’antichità greco-romana. Gli Assiri e gli Egizi lo utilizzavano in profumeria: presso gli Egizi entrava nella composizione del Kyphi (incenso sacro composto da molteplici ingredienti). I testi di Teofrasto e Dioscoride menzionano lo storace (styrax) come un prezioso balsamo importato dalla Siria. Nel Medioevo, la farmacologia araba lo apprezzava per le sue virtù medicinali (espettorante, calmante nervoso). Sul piano magico, lo storace compare in numerose ricette di incensi medievali. Per esempio, nel Picatrix (grimorio astrologico del XIII secolo), lo storace è incluso negli incensi di Venere in quanto aroma dolce che attira l’amore. Al contrario, il Liber Juratus (testo di magia angelica) lo utilizza per le evocazioni del sabato (aspetto più oscuro). In Europa era tradizionalmente associato al rilassamento e al sonno: gli erbari medievali consigliano di bruciare storace la sera nella camera da letto per dormire bene. Per estensione, è stato utilizzato per favorire i sogni divinatori – Ildegarda di Bingen menziona che l’odore dello storace «rallegra il cervello». In ambito esoterico, lo storace è stato spesso utilizzato nei rituali di evocazione degli spiriti: si pensava che il suo fumo gradevole piacesse alle entità e le inducesse a manifestarsi senza aggressività. La Goetia (Lemegeton) contiene incensi in cui lo storace è combinato con legno d’aloe, olibano,... per invocare determinati spiriti aerei. Inoltre, nella composizione del celebre Incenso Pontificale, miscela ecclesiastica per la chiesa, troviamo storace accanto a olibano, mirra e benzoino. Ciò significa che la Chiesa stessa utilizzava lo storace (almeno lo storax officinalis, chiamato storace in grani) per profumare i turiboli durante le grandi messe – se ne trova traccia in Europa già dal XIII secolo. Attraverso questa via, lo storace acquisì un’aura sacra e protettiva, venendo mescolato all’incenso benedetto. I maghi cristiani medievali lo considerarono quindi un componente benefico e protettivo. Per esempio, una ricetta del Grimorium Verum per scacciare uno spirito malvagio prescrive di bruciare storace e salnitro: lo storace per la dolcezza calmante, il salnitro per l’aspetto di espulsione. Questa combinazione di ruoli (dolcezza ed espulsione) illustra bene l’uso dello storace come calmante magico – calmante per l’operatore (rilassa le paure) e calmante per gli spiriti (li placa o li attira positivamente). Nel secolo dei Lumi, lo storace rimane presente nelle ricette esoteriche, soprattutto alchemiche (Paracelso lo utilizzava in alcune distillazioni di quintessenze) e teurgiche. In sintesi, nella magia europea premoderna, lo storace è percepito soprattutto come un incenso benefico e profilattico: calma lo spirito, ispira l’amore sensuale (da qui il suo impiego in alcuni incantesimi di seduzione) e allontana le energie negative. È relativamente consensuale e pochi scritti lo criticano. La sua unica complessità risiede nei diversi pianeti a cui viene associato: Saturno (per il suo colore e il suo uso notturno), Venere (per il suo profumo dolce ed erotico) o Mercurio (per il suo effetto mentale). Questa ambiguità è persistita fino ai giorni nostri.
Proprietà magiche nella Wicca e nella stregoneria moderna
I praticanti della stregoneria contemporanea usano abbastanza frequentemente lo storace (spesso sotto forma di polvere di benzoino di Sumatra, erroneamente chiamata storace). Nella Wicca, è considerato una resina legata all’elemento Terra e caratterizzata da molteplici influenze planetarie (talvolta indicata come incenso di Mercurio o della Luna). Le sue principali proprietà magiche sono generalmente descritte come: protezione, purificazione delle energie negative, calma emotiva e favorire le esperienze psichiche. Si dice che bruciare dello storace in casa allontani la negatività e riequilibri le emozioni, proprio come si farebbe con il sangue di drago o il benzoino. Viene quindi usato nei rituali di bando o dopo un litigio per ristabilire l’armonia vibratoria. Allo stesso tempo, il suo profumo dolce è considerato sensuale e propizio all’amore: la tradizione stregonesca lo raccomanda negli incensi della passione o della seduzione. Per esempio, un incenso wiccan per attirare l’amore può contenere storace mescolato con rosa e cannella, allo scopo di «ispirare sentimenti amorosi» attraverso la sua componente aromatica. Inoltre, molti praticanti lo usano per i sogni profetici e la proiezione astrale: lo bruciano nella camera da letto prima di dormire, talvolta in combinazione con artemisia o canfora, per indurre sogni lucidi o facilitare dolcemente un’uscita astrale. Questa pratica deriva dal fatto che lo storace rilassa il corpo mantenendo la mente vigile, condizioni ideali per lo stato di trance. Alcune ricette di unguenti volanti (per il sabba) contenevano tradizionalmente storace, probabilmente per il suo lieve effetto sedativo e allucinogeno olfattivo. Nella Wicca lo si ritrova anche nelle miscele legate alla Luna: come sostituto più accessibile della canfora o del sandalo, lo storace viene incluso negli incensi della luna piena per accentuare le energie psichiche. Viene inoltre impiegato nelle fumigazioni durante i lavori di divinazione (tarocchi, sfera di cristallo) per aprire il terzo occhio, un ruolo che condivide con la mirra o il cedro. Va notato che molti Wiccan di oggi usano in realtà il benzoino di Sumatra (che chiamano storace per confusione linguistica). Tuttavia, poiché le proprietà esoteriche attribuite ai due sono simili, ciò non crea una grande incoerenza.
Usi nell’Hoodoo
Nell’Hoodoo afroamericano, il termine « storace » è poco usato; si preferisce « benzoino ». Storicamente, la resina di storace (liquida) non era facilmente disponibile per i praticanti afroamericani, se non sotto forma di tintura nella farmacopea (la tintura di storace veniva venduta come antisettico). Il benzoino di Sumatra, invece, veniva venduto nelle erboristerie con il nome di Gum Benjamin e ne ha preso il posto. Così, in Hoodoo Herb and Root Magic, Catherine Yronwode non dedica una voce separata allo storace: lo include in quella del benzoino, precisando che gum benzoin e storax sono intercambiabili. Si può tuttavia notare il suo uso implicito in alcuni prodotti: l’olio esoterico Black Arts Oil (per i lavori di magia nera) include lo storace in alcune ricette tradizionali, poiché lo si considera un ingrediente legato agli spiriti infernali (probabilmente per il suo aspetto saturnino). Si tratta però di un uso di nicchia. Nell’Hoodoo « per il grande pubblico », lo storace/benzoino è presente nell’incenso Pontificale usato per benedire la casa e nel Van Van (la formula di purificazione per eccellenza): talvolta si aggiunge storace liquido all’olio Van Van per fissare il profumo agrumato e apportare un aroma caldo. Serve anche come supporto olfattivo negli incensi per il Tribunale o per la Pace domestica, poiché il suo odore gode di una reputazione psicologicamente calmante (si dice che incoraggi le persone a essere più concilianti, risultando quindi utile in tribunale o nella coppia). Questi usi non sono universali, ma sono attestati nelle « ricette di famiglia ». Nel complesso, l’Hoodoo non distingue davvero lo storace dal benzoino a livello esoterico: entrambe sono considerate resine dal buon profumo, capaci di portare pace, fortuna e protezione. In questo folklore non esiste una corrispondenza planetaria elaborata; si riconosce semplicemente che il fumo di storace/benzoino è benefico e favorevole, da cui la sua integrazione nelle miscele benedette (come l’incenso dei Tre Re o gli incensi di santificazione). Si può quindi dire che nell’Hoodoo lo storace condivide le proprietà del benzoino (purificazione, fortuna, calma) e non presenta interpretazioni significativamente contraddittorie: semplicemente, è poco conosciuto con il proprio nome.
Nella Santería e nelle tradizioni africane
Lo storace in quanto tale è inesistente nelle tradizioni afro-caraibiche e africane. Gli Yoruba o i Fon non avevano a disposizione né lo storace officinale né il Liquidambar, e non ne avevano bisogno nei loro rituali originari. Inoltre, non lo hanno adottato attraverso il sincretismo cattolico, poiché l’incenso ecclesiastico utilizzato nella Santería contiene soprattutto olibano e mirra (e talvolta benzoino), ma non storace liquido, che è meno comune. Inoltre, lo storace liquido della Turchia è una sostanza disponibile solo in epoca moderna e, ancora oggi, sono pochi i santeros o houngan che lo utilizzano. Le pratiche afro-caraibiche tradizionali impiegano piuttosto piante locali bruciate come fumiganti (come il legno di sandalo nel Candomblé, oppure erbe come il rosmarino, l’anice stellato bruciato, ecc.) per purificare, invece di resine importate e inedite. È possibile che un curandero afro-messicano integri lo storace (copale nero Liquidambar) in un rituale che mescola Santería e sciamanesimo maya, ma si tratterebbe di un caso particolare. Si può quindi considerare che le tradizioni Ifá/Yoruba e il vudù non abbiano una corrispondenza tradizionale per lo storace. Qualsiasi uso dello storace in questi ambienti sarebbe preso in prestito dai grimori occidentali o dalle pratiche esoteriche moderne. Di conseguenza, non vi è alcuna divergenza interpretativa da rilevare in queste tradizioni: semplicemente, una assenza di interpretazione. Laddove lo storace è sconosciuto, non suscita né consenso né dissenso simbolico.
Pertanto, questi culti e costumi ci ricordano che la magia degli incensi è un linguaggio simbolico universale, di cui ogni cultura ha scritto un dialetto, ma in cui il messaggio essenziale – la ricerca della connessione tra l’Uomo e il Divino attraverso il fumo profumato – rimane infine lo stesso attraverso il tempo e lo spazio.































Merci