Ignora e passa al contenuto
AeternumAeternum
favorite_border 0
0
La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti

La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti

SOMMARIO...

 

1. Che cos’è la necromanzia?
2. Le origini antiche del dialogo con i morti
3. La Necromanzia, proibita e diabolica
4. Una rinascita tra fascinazione occulta e illuminismo razionalista
5. Il rinnovamento spiritualista dai salotti vittoriani ai circoli spiritisti
6. La necromanzia oggi


A volte basta un silenzio troppo lungo, un lutto non elaborato o una domanda rimasta senza risposta perché l’idea prenda radice. E se i morti potessero ancora parlarci? Cosa direbbero, se sapessimo come tendere l’orecchio al momento giusto, nel luogo giusto? La necromanzia, parola ripresa e deformata molte volte, indica questa volontà umana in fondo molto semplice: stabilire un legame con chi non c’è più. Prima di essere un tema di finzione o esoterismo, parla di un bisogno universale, legato al nostro rapporto con la morte, la memoria, la trasmissione. Quanto segue non è una raccolta di pratiche o rituali, ma un viaggio nella sua storia. Esplorazione.

1. Che cos’è la necromanzia?

La necromanzia indica l’insieme delle pratiche con cui i vivi cercano di entrare in contatto con i morti — non per resuscitarli, ma per interrogarli.

Non si tratta di riportare in vita i defunti, come fanno credere alcune finzioni moderne, ma di stabilire un legame con la loro memoria, il loro spirito o la loro voce. Questa ricerca può passare attraverso rituali, parole, oggetti o stati di coscienza modificati. Dietro questi gesti c’è una convinzione antica e condivisa: i morti non scompaiono del tutto, e in certe condizioni possono ancora rispondere.

2. Le origini antiche del dialogo con i morti

Molto prima dell’era cristiana, tracce di pratiche necromantiche appaiono in molte civiltà. Gli storici stimano che la convocazione degli spiriti dei morti fosse diffusa nell’Antichità e risalisse alla preistoria. Lo storico greco Strabone (I secolo a.C.) riporta ad esempio che la necromanzia era la principale forma di divinazione presso i Persiani. La ritroviamo anche in Mesopotamia, tra i Caldei e in Babilonia: in quest’ultima, i necromanti, chiamati Manzazuu o Sha’etemmu, invocavano spiriti chiamati Etemmu. Allo stesso modo, gli antichi Etruschi (popolo dell’Italia preromana) avrebbero praticato riti per interrogare i morti. Lontano dall’essere un fenomeno isolato, era integrata nelle credenze religiose dell’epoca.

Nell’antico Egitto, la vicinanza con i morti faceva parte della quotidianità spirituale. Gli Egiziani credevano fermamente nella sopravvivenza dell’anima e mantenevano un legame stretto con i loro antenati defunti. Una pratica particolare, nota come « lettere ai morti », illustra questa relazione: si scrivevano messaggi su ceramiche o papiri, destinati a un parente defunto, poi si deponevano nella tomba con offerte di cibo e bevande. L’obiettivo era che lo spirito del defunto leggesse la lettera e intervenisse a favore dei vivi – per risolvere un conflitto familiare o guarire una malattia. Queste lettere ai morti, attestati fin dall’Antico Regno egiziano (oltre 2.500 anni a.C.), mostrano che chiedere aiuto ai defunti era un gesto naturale e legittimo nella religione egizia. Comunicare con i morti non era qui magia nera; era un’estensione della pietà familiare, un modo per mantenere il dialogo nella comunità oltre la tomba.

La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti

Santuario Necromantéion, Grecia. Fonte: Wikipedia

Tra i Greci dell’Antichità, la necromanzia assume una dimensione sia mitologica che istituzionalizzata. Nell’Odissea di Omero (VIII secolo a.C.), l’eroe Ulisse compie un rituale sotto la guida della maga Circe per parlare con le ombre dei morti: sacrifica animali e versa il loro sangue in una fossa per attirare le anime, a cui offre anche latte e miele. Solo lo spettro del veggente Tiresia potrà rivelargli la via del ritorno. Questo passo, noto come Nékya, testimonia l’antica credenza greca secondo cui i morti potevano consegnare messaggi ai vivi, a patto di certe offerte sanguinose per rivitalizzarli brevemente. Più tardi, i Greci istituirono veri e propri santuari dedicati a queste pratiche: il celebre Necromantéion dell’Acheronte, in Epiro, era un oracolo dei morti dove sacerdoti guidavano i pellegrini attraverso riti destinati a far apparire le anime dei loro defunti (l’Acheronte era considerato un ramo dello Stige). Si pensava che, liberata dal corpo, un’anima conservasse la propria identità e potesse dal luogo dei morti rispondere alle domande dei vivi, soprattutto sul futuro. Venivano offerti sacrifici rituali – mescolando cereali, miele, latte, vino e sangue di animali – per attirare le ombre, mentre il consultante seguiva una preparazione rigorosa (digiuni, purificazioni, a volte uso di fumigazioni allucinogene) per entrare in contatto con l’Aldilà. Questi oracoli necromantici, dove si veniva a conversare con le anime dei defunti, erano considerati luoghi sacri tanto rispettati quanto gli oracoli di Apollo – anche se l’atmosfera era molto più cupa e misteriosa.

I Romani, da parte loro, ereditarono in gran parte le concezioni greche. Anche loro immaginavano che un defunto non accedesse automaticamente a un’onniscienza totale. Nella visione greco-romana, i morti « sanno » solo ciò che sapevano da vivi, più eventualmente ciò che potrebbero apprendere da altre anime nell’aldilà. La loro utilità divinatoria era quindi limitata a rivelazioni personali o familiari. Il poeta Ovidio, nel I secolo d.C., evoca poeticamente un mercato delle notizie negli Inferi, dove le anime scambiano pettegolezzi e informazioni, un modo per suggerire che i defunti potessero informarsi tra loro su ciò che accade tra i vivi. Al contrario, altre culture del mondo antico attribuivano agli spiriti dei morti una conoscenza illimitata una volta passati nell’altro mondo, facendo degli antenati fonti di saggezza suprema. Queste divergenze mostrano quanto ogni civiltà rappresentasse diversamente il potere dei morti: per alcuni, semplici ombre appena coscienti, per altri, spiriti illuminati capaci di guidare i destini.

La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti

Il re Saul con la necromante di Endor. Fonte: Mediterranee

Parallelamente alle tradizioni greco-romane, esistevano anche racconti di necromanzia nel Vicino Oriente e nell’Europa pagana del Nord. La Bibbia ebraica condanna fermamente ogni tentativo di consultare i morti: il Deuteronomio (che riprende, completa e reinterpreta le leggi date in precedenza, soprattutto in Esodo e Levitico) proibisce agli Israeliti di praticare la divinazione necromantica, definita « abominio ». Tuttavia, anche nella Bibbia si trova un episodio celebre di necromanzia tollerata da Dio: il primo libro di Samuele racconta come il re Saul, disperato per non ricevere più messaggi divini, vada di notte dalla strega di Endor perché evochi lo spirito del profeta Samuele. Lo spettro di Samuele appare effettivamente e annuncia a Saul la sua imminente sconfitta, che si realizzerà poco dopo. Questo racconto illustra la tentazione costante degli uomini, anche pii, di sfidare il divieto per ottenere la voce di un morto venerabile. Le autorità religiose ebraiche vedevano queste pratiche di cattivo occhio: i necromanti sono chiamati ôvoth o « evocatori di ossa », termine peggiorativo che segna l’inquinamento di chi manipola i resti dei morti. Più tardi, i teologi cristiani dei primi secoli adotteranno una posizione ancora più netta: secondo loro, è impossibile richiamare un’anima senza il permesso di Dio, quindi ogni spirito che risponde alla chiamata del necromante non può che essere un demone travestito. Questa interpretazione assimilava così la necromanzia a una forma di demonologia, imponendo un divieto assoluto sulla comunicazione con i trapassati.

Nelle mitologie nordiche, invece, la pratica necromantica è presentata senza condanna morale esplicita, segno di un diverso approccio culturale. Le saghe scandinave e l’Edda poetica contengono scene impressionanti di dialogo con i morti. Il dio Odino stesso, assetato di sapere, scende negli Inferi per risvegliare una profetessa defunta e interrogarla sul destino del mondo – episodio narrato nel poema Völuspá, dove la veggente risuscitata svela a Odino i segreti del futuro. Altri eroi vichinghi non esitano a chiedere aiuto a parenti defunti: così, il giovane Svipdag evoca lo spirito di sua madre Gróa, maga defunta, affinché gli lanci incantesimi protettivi dall’aldilà. Alcune figure femminili sono persino considerate invincibili necromanti: la saga di Hrólf Kraki racconta che la principessa Skuld, esperta nelle arti occulte, rianimava i guerrieri caduti perché riprendessero la battaglia per suo conto. Queste storie riflettono la credenza nordica in un mondo degli spiriti molto reale, dove i confini tra vita e morte possono essere attraversati dalla magia. Qui, nessun patto demoniaco: far risorgere un morto è talento dello stregone e forza delle rune, senza connotazione moralmente satanica. La necromanzia si inscrive in una visione sciamanica dove il potere di comunicare con i morti è un dono occulto che può servire scopi eroici o malefici a seconda di chi lo esercita.

3. La Necromanzia, proibita e diabolica

Con l’avvento del cristianesimo in Europa, la necromanzia passa dal lato oscuro e clandestino. A causa dei divieti biblici, ogni tentativo di conversare con i morti è ufficialmente proibito dalla Chiesa. Nel Medioevo, evocare i defunti diventa sinonimo di stregoneria satanica – un peccato grave assimilato all’idolatria o alla magia demoniaca. I teologi medievali affermano che resuscitare un morto è prerogativa di Dio solo, e che cercare di farlo con mezzi occulti equivale a patteggiare con il diavolo. Gli spiriti evocati durante i riti necromantici sono allora interpretati non come veri defunti, ma come demoni ingannatori inviati per sviare l’uomo. Sotto l’influenza di Sant’Agostino e di vari concili, la necromanzia è condannata senza riserve: chiunque vi si dedichi, in pensiero o in atto, rischia l’escomunica, o addirittura il rogo se colto in flagrante con arti proibite.

Nonostante questa pesante censura religiosa, le cronache e i documenti giudiziari lasciano intravedere l’esistenza di adepti della necromanzia all’interno della società medievale stessa. Fatto notevole, non sono semplici contadini accusati di queste pratiche, ma spesso individui istruiti – membri del clero o nobili colti. La ragione è semplice: la necromanzia medievale richiede l’accesso a testi esoterici in latino o ebraico, la conoscenza di preghiere specifiche e un sapere occulto codificato poco accessibile al comune mortale. Nel XIII secolo in particolare, circolano voci su monaci che possiederebbero grimori capaci di far parlare i morti. Alcuni processi dell’Inquisizione menzionano preti defroccati sorpresi a tracciare cerchi magici e a evocare spiriti nel retro di una chiesa. Se si crede a queste fonti (spesso distorte dalla tortura e dall’immaginazione degli inquisitori), la necromanzia sopravviveva nell’ombra, praticata da una minoranza di eruditi affascinati dal proibito. Anzi, alcuni storici suggeriscono che fossero talvolta gli stessi chierici che, pubblicamente, condannavano la necromanzia dal pulpito, e che, in segreto, la praticassero nella speranza di svelare i misteri divini!

La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti

Evocazione di Apollonio da parte di Costantino. Fonte: Wikisource

Le rare testimonianze sulla pratica effettiva della necromanzia medievale descrivono rituali estremamente complessi, che mescolano preghiere cristiane distorte e formule di alta magia. Un necromante del Medioevo operava generalmente di notte, in luoghi isolati (rovine, cimiteri, cripte) propizi alla meditazione e alla paura sacra. Tracciava a terra un cerchio di protezione in latino, e vi iscriveva simboli esoterici. Vestito di vesti scure (a volte quelle di un defunto, secondo alcune ricette) e munito di oggetti rituali – una spada, una bacchetta, un teschio o ossa – recitava lunghe litanie. Curiosamente, queste invocazioni erano modellate sulla liturgia cristiana: si invocava Dio e gli angeli, non per chiedere un miracolo, ma per prenderli a testimoni e costringere gli spiriti recalcitranti a manifestarsi. In altre parole, il necromante medievale pretendeva di non agire con il proprio potere né con quello del diavolo: si presentava come un evocatore, che in nome di Dio ordina ai morti o ai demoni di apparire e parlare. Questa sottile distinzione mirava a legittimare il rito – almeno agli occhi del praticante – evitando il blasfemo patto esplicito con Satana.

Gli scopi perseguiti dalla necromanzia nel Medioevo sembrano relativamente pragmatici. Non si tratta tanto di rianimare un cadavere per morboso piacere, quanto di ottenere informazioni o servizi tramite spiriti invisibili. Testi dell’epoca – come il Manoscritto di Monaco, un grimorio anonimo del XV secolo – compilano incantesimi necromantici per ritrovare un oggetto rubato, scoprire un tesoro nascosto, conquistare l’affetto di una persona o persino rendersi invisibili. Molti di questi rituali sono illusioni: per esempio, creare l’apparenza di un sontuoso banchetto per impressionare i pari, o far credere a un nemico che demoni lo tormentano. Si è talvolta vicini alla prestidigitazione psicologica. Altri incantesimi, più temibili, mirano a convocare l’ombra di un morto per interrogarla su un mistero: un crimine irrisolto, l’esito di una battaglia, il futuro di un regno. In questo caso, il necromante spera che lo spirito, libero dalle costrizioni del mondo, conosca la verità e la riveli. Ma poiché si supponeva che rispondessero solo spiriti inferiori o demoniaci, le risposte ottenute erano considerate ingannevoli o ambigue, rendendo la necromanzia incerta. Così, nonostante le speranze riposte in essa, la necromanzia medievale rimase ai margini. Era temuta dal popolo (che vedeva nei necromanti stregoni neri) e perseguitata dall’Inquisizione, pur continuando ad alimentare una certa fascinazione – quella di una “scienza proibita” che prometteva un accesso occulto al sapere dei morti.

4. Una rinascita tra fascinazione occulta e illuminismo razionalista

Alla fine del Medioevo e nel Rinascimento, l’Europa vede evolvere il suo rapporto con la magia e la necromanzia. Da un lato, la caccia a streghe e necromanti si intensifica nell’epoca dei grandi processi per stregoneria (XV-XVII secolo); dall’altro, emerge un nuovo interesse intellettuale per le arti occulte, intriso di umanesimo e curiosità scientifica. Il Rinascimento (XVI secolo) riscopre i testi antichi, anche esoterici, e alcuni eruditi come Marsilio Ficino o Cornelius Agrippa tentano di riabilitare una magia naturalis (magia naturale) distinta dalla goetia demoniaca. In questo contesto, la necromanzia resta comunque una pratica sulfurea. Diventa un motivo letterario potente, simbolo della sete di sapere proibita. Il poeta italiano Dante Alighieri, all’inizio del XIV secolo, mette in scena nella sua Divina Commedia la strega antica Erichto – già presente presso i Romani – che anima un cadavere per predire l’esito di una battaglia. Più tardi, il drammaturgo inglese Christopher Marlowe racconta la tragica storia del Dottor Faust (1592), uno scienziato tedesco che si avvicina alla necromanzia e patteggia con il diavolo per evocare morti e spiriti, prima di essere dannato. Questa celebre leggenda di Faust, ripresa da Goethe nel XIX secolo, popolarizza l’immagine del necromante assetato di conoscenza, pronto a rischiare l’anima per interrogare i morti. Attraverso queste opere, la necromanzia è dipinta in modo ambivalente: fonte di sapere straordinario e trasgressione ultima dell’ordine divino.

Sul piano dei fatti, con l’avanzare dell’età moderna, i resoconti di pratiche necromantiche si fanno rari in Europa. Il Secolo dei Lumi (XVIII secolo) valorizza la ragione e relegano le credenze occulte a superstizione. Gli studiosi si allontanano dall’alchimia e dalla magia cerimoniale, e con loro scompare la figura del necromante erudito ereditata dal Medioevo. Tuttavia, la fascinazione per la comunicazione con i morti non scompare: cambia semplicemente volto. Mentre i filosofi illuministi voltano pagina all’occultismo tradizionale, il popolo e alcune élite continuano a interessarsi ai fenomeni paranormali. Alla fine del XVIII secolo e soprattutto nel XIX, si osserva un rinnovato interesse per le apparizioni di spiriti e le profezie dall’aldilà – ma questa volta con una presentazione più « scientifica » o almeno socialmente accettabile.

5. Il rinnovamento spiritualista dai salotti vittoriani ai circoli spiritisti

Il XIX secolo segna infatti una svolta con l’ascesa dello spiritualismo moderno. A partire dagli anni 1840-1850, in Europa e in America, diventa quasi di moda organizzare sedute spiritiche nei salotti borghesi. Medium – spesso donne – affermano di fungere da intermediari tra i vivi e le anime dei defunti, trasmettendo messaggi e profezie. Tavole rotanti, colpi battuti sul muro, scritture automatiche, tavola Ouija: tutto un corredo di fenomeni misteriosi viene messo in scena per convincere l’assemblea della presenza effettiva di spiriti. Questo movimento spiritista, popolarizzato da figure come Allan Kardec in Francia o le sorelle Fox negli Stati Uniti, conferisce nuova legittimità a ciò che un tempo sarebbe stato bollato come necromanzia. Ora, parlare con i morti diventa un passatempo mondano, persino un oggetto di studio. Si organizzano sedute sperimentali, si fondano società spiritiste, si tenta di fotografare i fantasmi. L’obiettivo dichiarato non è più fare magia, ma esplorare, in modo (pseudo)scientifico, la sopravvivenza dell’anima dopo la morte e la possibilità di entrare in contatto con essa.

La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti

Apparizione di Maria Stuarda in un salotto di divinazione. Fonte: Wikisource

Nonostante questa patina moderna, le Chiese tradizionali non si lasciano ingannare: per molti religiosi del XIX secolo, lo spiritualismo non è altro che una necromanzia reinventata. Il Vaticano e i pastori protestanti condannano queste pratiche medianiche, ricordando il divieto biblico di consultare gli spiriti dei morti. Alcuni circoli cristiani denunciano i pericoli di illusione e frode, altri vi vedono l’opera del Maligno che cerca di farsi passare per l’anima dei defunti – un’eco diretto della dottrina medievale. Articoli dell’epoca definiscono così i medium « necromanti dei salotti », sottolineando che sotto l’apparente innocuità del divertimento si nasconde secondo loro lo stesso principio antico: interrogare i morti per conoscere il futuro o segreti nascosti. È interessante notare però che questa ripresa della necromanzia sotto forma di spiritismo ha ampiamente superato il circolo delle società occulte riservate. A metà del XIX secolo, si stima che milioni di persone negli Stati Uniti e in Europa assistessero regolarmente a sedute spiritiche, in un curioso miscuglio di credulità, fervore e scetticismo divertito. In un certo senso, il tabù si era parzialmente sollevato: dove, qualche secolo prima, si rischiava la vita tentando di parlare con i morti, ora si poteva farlo in società senza temere altro che le derisioni degli spiriti razionalisti. Questa popolarità dello spiritismo ha lasciato un segno duraturo: ancora oggi, l’immagine del medium che comunica con un defunto in una stanza illuminata da candele resta uno stereotipo largamente diffuso della necromanzia, anche se il termine « necromanzia » stesso è ormai poco usato in questo contesto. Il XIX secolo ha così visto la necromanzia democratizzarsi e in parte secolarizzarsi, preludio a nuove evoluzioni nel XX secolo.

6. La necromanzia oggi

Nell’epoca contemporanea, la necromanzia stricto sensu – intesa come rituale magico per comunicare con i morti – è diventata rara nel mondo occidentale, se non attraverso la lente dello spiritualismo o di pratiche esoteriche marginali. Tuttavia, sarebbe errato pensare che il legame rituale con i morti sia scomparso. Da un lato, molte culture non occidentali hanno preservato fino a oggi tradizioni ancestrali di comunicazione con l’aldilà. Dall’altro, l’immaginario collettivo continua a far vivere la figura del necromante, soprattutto tramite la letteratura e il cinema.

Nelle società extra-occidentali, ciò che l’Europa medievale chiamava un tempo « necromanzia » è una componente integrata e rispettata della religione o della cultura locale. In Africa subsahariana, per esempio, la maggior parte delle religioni tradizionali attribuisce un ruolo centrale agli antenati defunti. Si pratica la venerazione degli antenati offrendo loro preghiere, cibo, curando le tombe e chiedendo la loro guida negli affari dei vivi. L’obiettivo non è prevedere il futuro in modo spettacolare, ma assicurare l’armonia tra il mondo visibile e quello invisibile. Gli antenati sono visti come protettori che possono intervenire per il bene della famiglia o della comunità. In queste culture, comunicare con i morti è un atto pio e consueto, compiuto dal capo famiglia, dallo sciamano o dal veggente del villaggio. Si consulterà per esempio un medium perché entri in trance e trasmetta i messaggi degli spiriti su un problema specifico (cattivo raccolto, malattia inspiegabile, decisione da prendere). Lontano dall’essere stigmatizzata, questa interazione con gli spiriti degli antenati è socialmente valorizzata, perché rafforza l’identità del gruppo e la continuità tra le generazioni. Siamo proprio di fronte a una forma di necromanzia – nel senso di comunicazione con i morti – ma priva della connotazione malefica che aveva acquisito in Europa. È al contrario un pilastro della spiritualità comunitaria, che garantisce la benevolenza degli antichi verso i loro discendenti.

Nelle Americhe e nei Caraibi, i culti nati dal sincretismo tra tradizioni africane e cristianesimo hanno anch’essi conservato e trasformato l’eredità necromantica. Il caso del vaudou haitiano è particolarmente significativo. Nato nell’epoca coloniale dall’incontro tra schiavi dell’Africa occidentale e cattolicesimo imposto dai coloni francesi, il vaudou (o vodou) è una religione in cui la comunicazione con gli spiriti è onnipresente. I praticanti onorano i loa, spiriti intermedi identificati con antenati divinizzati o forze della natura. Durante le cerimonie vaudou, è comune che questi spiriti possiedano un fedele (generalmente un danzatore o il sacerdote houngan stesso) per parlare attraverso la sua bocca e consigliare l’assemblea. Si chiedono così agli spiriti consigli, cure per i malati, protezioni dal male; e lo spirito incarnato nel medium fornisce profezie, raccomandazioni o avvertimenti. Si vede che la funzione divinatoria e consultiva è del tutto paragonabile a quella della necromanzia antica – con la differenza che qui si inserisce in un quadro religioso strutturato. Altre religioni afro-caribiche o afro-americane presentano tratti simili. La santería cubana (nata dal miscuglio tra Yoruba d’Africa e cattolicesimo) invoca gli spiriti dei morti e dei santi; in Brasile, il culto della quimbanda è noto per i suoi medium che comunicano con gli spiriti dei defunti e degli Exu (entità spirituali). Queste pratiche, ancora vive, mostrano che l’arte di sollecitare i morti non è scomparsa, ha semplicemente assunto i volti vari di culture sincretiche. Naturalmente, gli adepti di queste religioni non parleranno di « necromanzia » per descriversi, perché il termine è peggiorativo; lo vedranno piuttosto come una forma di preghiera ai santi, di intercessione degli antenati o di medianità sacra. Il confine è sottile, e talvolta controverso – alcune correnti cristiane evangeliche in Africa accusano ancora queste pratiche di essere necromanzia mascherata, fedele al divieto biblico. Tuttavia, è evidente che in ampie parti del mondo comunicare ritualisticamente con i morti resta una realtà culturale accettata, ereditata da una lunga storia.

Quanto all’immaginario moderno, continua a impadronirsi del tema della necromanzia con un misto di timore e fascinazione. La letteratura fantastica, i videogiochi e il cinema hanno popolarizzato un’immagine molto spettacolare e macabra del necromante, ben diversa dalle pratiche storiche. Oggi, il termine evoca spontaneamente il mago malvagio circondato da scheletri e zombie obbedienti. Questo stereotipo attinge a doppia fonte: combina la figura dello stregone medievale che comanda i morti (come si immaginava da Faust) con elementi presi dal folklore caraibico dello zombi. Infatti, nella cultura popolare occidentale del XX secolo, lo zombie – cadavere riportato a una parvenza di vita tramite magia – è diventato emblematico della necromanzia malefica. Autori come H. P. Lovecraft, poi tutto il cinema horror, hanno radicato l’idea che il necromante potesse risvegliare eserciti di morti viventi per servire i suoi scopi. Se questa immagine ha il pregio di essere d’impatto, si allontana radicalmente dalla realtà storica. Infatti, i veri necromanti, che fossero antichi, medievali o tribali, cercavano molto più spesso di conversare con uno spirito che di resuscitare un corpo. La necromanzia era questione di parole, visioni, oracoli – raramente di cadaveri ambulanti. I rari casi di « zombie » nella storia (soprattutto ad Haiti, dove racconti parlano di morti rianimati da stregoni, probabilmente tramite veleni neurotossici) appartengono più al folklore che alla necromanzia divinatoria. È quindi importante distinguere il mito del necromante necrofago dalle opere di finzione, e la pratica reale, discreta e altamente simbolica, della comunicazione con gli spiriti.

Infine, la nostra epoca contemporanea vede coesistere uno sguardo scientifico – che spiega medianità e apparizioni con la psicologia o la frode – e una persistenza del bisogno umano di credere in un aldilà accessibile. I medium e i cacciatori di fantasmi moderni, i programmi televisivi sui contatti con gli spiriti, o semplicemente le commemorazioni come il Giorno dei Morti (dove si invita simbolicamente l’anima degli antenati a tornare tra noi per il tempo di una festa) sono testimonianze della sopravvivenza della necromanzia nelle nostre società sotto forme edulcorate. La necromanzia “pura”, ritualizzata, è diventata rara, ma l’aspirazione che riflette – stabilire un ponte con i defunti – resta sempre radicata. Oggi, un individuo in lutto può consultare un medium spiritista nella speranza di ricevere un messaggio da un caro defunto, riproducendo in termini moderni il gesto immemorabile del necromante che un tempo tracciava un cerchio magico. Il contesto cambia, l’intenzione rimane.


Ricerca di sapere, bisogno di consolazione o sete di potere – le motivazioni variano, ma la speranza resta la stessa. Come scriveva un autore moderno, la necromanzia è « la pratica ancestrale di trovare il modo di far parlare coloro che non erano destinati a parlare di nuovo: i morti ». Attraverso tutte le epoche, gli uomini hanno rifiutato di credere che la morte potesse ridurli al silenzio assoluto dei loro cari. Così sono nati rituali, miti e preghiere per ridare voce agli assenti. Seria e solenne per alcuni, temuta e proibita per altri, la necromanzia, nelle sue molteplici forme, testimonia l’eterno dialogo che l’umanità tenta di instaurare con l’ignoto dell’aldilà. E se i morti ci parlano, è evidente che, da sempre, cerchiamo ancora di ascoltarli.

Olivier d’Aeternum
Par Olivier d’Aeternum

Appassionato delle tradizioni esoteriche e della storia dell'occulto dalle prime civiltà fino al XVIII secolo, condivido alcuni articoli su questi argomenti. Sono anche co-creatore del negozio esoterico online Aeternum.

2 commenti su La necromanzia, una storia dei vivi e dei morti
  • Aeternum
    Aeternum
    Bonjour,

    En hébreu biblique, le mot original est אוֹבוֹת (ʾovot), qui est simplement le pluriel de אוֹב (ʾov). On le rencontre par exemple en Lévitique 19:31, Lévitique 20:27 ou 1 Samuel 28, en association avec yiddeʿoni (« devin »).

    Quand on le transcrit dans notre alphabet, on peut l’écrire ovot, ovoth ou même ôvoth selon la convention choisie.

    Bien cordialement,
    Olivier

    13 agosto 2025
  • Gassiot
    Gassiot
    Bonjour, je suis intrigué par le mot “ôvoth”. Après quelques recherches sur le net, je n’ai rien trouvé. Pourrais-je avoir s’il-vous-plait la source dont il provient avec son orthographe originale ?

    Merci à vous et bonne journée

    13 agosto 2025
Lascia un commento 💬

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Unisciti alla comunità Aeternum nel nostro gruppo Facebook: consigli, trucchi, rituali, conoscenze, prodotti in un'atmosfera accogliente!
Ci vado!
Carrello 0

Il tuo carrello è pronto per accogliere le tue meraviglie!

Scoprite i nostri prodotti