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L'eredità della magia egiziana

L'eredità della magia egiziana

INDICE...

 

Magia e religione nell’Egitto faraonico
Simboli e talismani dell’antico Egitto
Dal sincretismo greco-egizio alla magia ermetica
Le eredità egizie nel neoplatonismo e nei misteri tardi
La riscoperta ermetica dell’Egitto nel Rinascimento
Massoneria, occultismo ed egittomania esoterica del XVIII secolo


Nell’antico Egitto, la magia (heka in egiziano) era onnipresente e indissolubilmente legata alla religione e alla vita quotidiana. Gli Egiziani ritenevano che la magia fosse esistita fin dalla creazione del mondo – era addirittura la forza operante dell’atto creatore. Il termine heka indica sia una divinità (il dio Heka), il concetto di potere magico e la pratica stessa della magia. Questa forza primordiale, personificata dal dio Heka, era percepita come l’energia sacra che gli dei stessi usavano per creare e mantenere l’universo. Così, la magia non era un semplice « folklore » ma una componente fondamentale dell’ordine in Egitto.

Magia e religione nell’Egitto faraonico

La religione, la medicina e la magia egiziane formavano un tutto integrato. I sacerdoti-medici curavano tanto con i rimedi quanto con incantesimi e talismani. Allo stesso modo, i sacerdoti nei templi compivano rituali e preghiere carichi di potere magico, invocando Heka e altri dei per proteggere il paese o guarire i fedeli. Sebbene queste pratiche fossero eseguite da specialisti (sacerdoti o maghi colti), la magia restava accessibile a tutti: il popolo usava comunemente amuleto protettivi (uno scarabeo portato come pendente o un piccolo occhio di Horus) e iscriveva formule su stele domestiche per comunicare con gli dei o i defunti. La magia poteva essere benefica – assicurare salute, fertilità, protezione – o malevola, con maledizioni e incantesimi rivolti ai nemici. Serviva anche per entrare in contatto con le anime dei morti, sia per implorare il loro aiuto sia, al contrario, per placarli se si temeva la loro collera.

Da Thot a Ermes, l'eredità della magia egiziana


Un aspetto notevole della magia egiziana è il potere attribuito alle parole e ai simboli scritti. La scrittura geroglifica, di natura figurativa, era considerata intrinsecamente magica. I testi sacri – come i Testi delle Piramidi incisi nelle tombe reali dell’Antico Regno – erano concepiti come veri e propri insiemi di incantesimi che garantivano la sopravvivenza e la divinizzazione del faraone nell’aldilà. Questi testi funerari si richiamano inoltre all’autorità di Heka, “il dio il cui potere rende veri i testi”. Gli Egiziani credevano che nominare una cosa o rappresentarla per iscritto permettesse di influenzarla direttamente nel mondo reale. Di conseguenza, nelle tombe si trovano precauzioni come geroglifici volutamente « mutilati » (come l’idealizzazione di un serpente tagliato a metà) per evitare che il semplice fatto di scriverli desse vita a forze nocive. Questa concezione riflette l’idea che il verbo creatore (incarnato dal dio Hu) e l’immagine scritta possiedano una reale efficacia magica.

Tra le figure divine associate alla magia, troviamo Thot e Iside accanto a Heka. Thot, dio lunare con testa di ibis, era il patrono degli scribi e il maestro delle formule magiche e del sapere, e ha ispirato molti occultisti europei. Era soprannominato il « Signore delle parole divine » e si diceva avesse inventato la scrittura e molte arti occulte. I Greci lo identificarono più tardi con il loro Ermes e lo chiamarono Ermes Trismegisto, segno della stima accordata alla saggezza esoterica che Thot rappresentava. Iside, invece, era venerata come una potente maga: nei miti, resuscita il marito Osiride e protegge il figlio Horus grazie ai suoi incantesimi. Il suo ruolo di « Grande Incantatrice » è tale che è qualificata come dea della magia nella tradizione egiziana. Molte amuleti e formule di incantesimo fanno appello a Iside, poiché nessuna maledizione poteva resistere ai suoi poteri materni e protettivi.

I praticanti della magia in Egitto erano sacerdoti colti, talvolta chiamati « sacerdoti-lettori » (kheri-heb), capaci di leggere le formule e condurre i rituali per conto di un privato o dello Stato. Questi sacerdoti-maghi officiavano in contesti vari: rituali di Stato per proteggere il faraone e il regno, cerimonie di esecration dove si distruggevano figurine di nemici per annientare simbolicamente i loro poteri, o riti funerari complessi per assicurare la rinascita del defunto. La mummificazione stessa era tanto un procedimento tecnico quanto un’operazione magica, ogni gesto accompagnato da incantesimi per guidare il defunto verso l’immortalità.

Simboli e talismani dell’antico Egitto

Diversi simboli emblematici dell’Egitto faraonico hanno nutrito l’immaginario esoterico. Tra questi, tre meritano particolare attenzione.

L’ânkh

Chiamata anche croce ansata o « chiave della vita », l’ânkh è un geroglifico che rappresenta la parola « vita ». Gli Egiziani vedevano la loro esistenza terrena come una tappa di una vita eterna più ampia, e l’ânkh simboleggiava proprio la continuità della vita dopo la morte. Nell’arte funeraria, gli dei sono rappresentati mentre tengono una croce ânkh vicino al naso del faraone defunto, come per infondergli il soffio vitale della rinascita. Tenuta in mano dalle divinità (in particolare da Iside o Osiride), segna il loro potere di dare la vita. Come amuleto, la croce della vita conferiva protezione e vigore al portatore, e la si ritrova dipinta sui muri dei templi e delle tombe per assicurare la forza vitale imperitura del luogo o del defunto. Simbolo positivo per eccellenza, l’ânkh è stato ripreso in molte tradizioni esoteriche moderne come segno di immortalità dell’anima.

L’Occhio oudjat (Occhio di Horus)

Rappresentazione dell’occhio del falco divino Horus, strappato e poi guarito secondo il mito, l’oudjat è uno dei talismani più potenti della magia egiziana. Incorpora la completezza ritrovata e la protezione contro il male. Gli Egiziani lo portavano come amuleto per preservarsi dalla malasorte e dalle malattie, e dipingevano l’occhio sacro su sarcofagi e gioielli per assicurare l’integrità del corpo e la vigilanza magica sul defunto. Nel processo di mummificazione, un occhio oudjat in faïence veniva posto sull’incisione praticata per l’imbalsamazione, per proteggere simbolicamente questa apertura nel corpo. Simbolo di salute (Horus avendo riacquistato la vista) e di chiaroveggenza, l’oudjat serviva anche da motivo protettivo sulle imbarcazioni: dipinto sulla prua delle navi, dava loro il potere di « vedere » la rotta e mantenere la direzione, usanza perpetuata fino ai giorni nostri nel Mediterraneo orientale. L’occhio di Horus rimane oggi un simbolo esoterico popolare di protezione psichica.

Lo scarabeo (khéper)

Da Thot a Ermes, l'eredità della magia egiziana


Questo piccolo coleottero che rotola palle di terra ha affascinato gli Egiziani al punto da diventare un simbolo importante di rinascita e ciclo solare. Associato al dio del sole nascente Khépri, lo scarabeo che emerge dal suolo ogni mattina illustra la rigenerazione quotidiana del Sole. Le amuleti a forma di scarabeo venivano portate per favorire la vitalità e la trasformazione spirituale. Venivano poste in particolare sul cuore delle mummie (gli « scarabei del cuore ») accompagnate da formule del Libro dei Morti, affinché il cuore del defunto non testimoniasse contro di lui durante il giudizio finale e potesse rinascere alla nuova vita. In magia, lo scarabeo incarna la forza creatrice auto-generata – gli Egiziani infatti credevano che questo insetto nascesse spontaneamente dalla terra – e simboleggia la capacità di rinnovamento dell’anima. Molti scarabei portafortuna portano alla base iscrizioni che invocano la buona sorte, prova della popolarità di questo talismano del Nuovo Regno fino ai periodi tardi. La sua immagine, legata ai cicli cosmici, ha ispirato gli occultisti moderni come allegoria della reincarnazione e del risveglio.

Dal sincretismo greco-egizio alla magia ermetica

Verso la fine dell’era faraonica e sotto la dominazione greca poi romana (epoca ellenistica e imperiale), la tradizione magica egiziana si fonde con le correnti esoteriche del mondo mediterraneo, dando origine a nuove forme di magia ermetica e alchimia. Questo sincretismo si svolse in gran parte ad Alessandria, crogiolo culturale dove Egiziani, Greci, Romani, Ebrei e altri popoli scambiavano i loro saperi sacri.

Un esempio significativo di fusione religiosa è il culto di Iside nell’epoca greco-romana. Dea egiziana originaria, Iside diventa estremamente popolare fuori dall’Egitto: già dal IV secolo a.C., il suo culto si impianta in Grecia e in Italia, portato da marinai e iniziati. I riti isiacchi vengono allora adattati alla sensibilità greca: l’iconografia della dea si ellenizza, e i suoi misteri assumono una forma comparabile a quelli di Eleusi. Si celebravano così in tutto l’Impero romano i Misteri di Iside, cerimonie iniziatiche segrete in cui gli adepti, dopo prove, venivano « rigenerati » per grazia della dea. Iside divenne per i Romani una figura di salvezza e magia sacra, il suo culto promettendo protezione quaggiù e immortalità nell’aldilà. Questa diffusione assicurò la sopravvivenza della sua immagine fino a tardi: anche dopo la scomparsa del suo culto nel VI secolo, gli autori greco-romani trasmisero una visione idealizzata di Iside come detentrice di un sapere mistico, visione che sarà ravvivata nel Rinascimento.

Parallelamente, un sapere ermetico si sviluppa nell’epoca greco-romana, nato dall’incontro tra la saggezza egiziana e la filosofia greca. I Greci identificarono il dio Thot con Ermes, messaggero divino e guida delle anime, forgiano così il personaggio sincretico di Ermes Trismegisto – « Ermes il tre volte grande » – che avrebbe scritto numerosi trattati rivelando i segreti del cosmo. Da questi scritti esoterici, redatti in greco ma impregnati di concetti egiziani, nasce il Corpus Hermeticum. Questi testi ermetici combinano teologia cosmica, riflessioni filosofiche neoplatoniche, astrologia e ricette magiche. Insegnano che l’universo è vivo, percorso da corrispondenze, e che l’anima può elevarsi fino al divino tramite la gnosi (la conoscenza iniziatica). Vi si ritrova l’eredità del pensiero egiziano: Ermes Trismegisto è presentato come un saggio egiziano antico, detentore di una teologia prima trasmessa poi a Orfeo, Pitagora e Platone – idea che sedurrà molto gli esoteristi più tardi.

È anche ad Alessandria che si costituisce l’alchimia occidentale, strettamente legata alla magia ermetica. Gli artigiani egiziani eccellevano da tempo nel lavoro dei metalli e dei pigmenti, e possedevano tecniche per imitare l’oro o produrre leghe. Gli studiosi greci, da parte loro, avevano elaborato la teoria della materia unica e dei quattro elementi trasformabili. Il loro incontro fece nascere, verso l’inizio della nostra era, l’idea che si potesse rifare la natura in accelerato: trasmutare i metalli vili in metalli nobili, o preparare elisir che conferissero salute e longevità. Secondo gli storici moderni, questa alchimia greco-egiziana è il frutto di diversi fattori: la maestria degli orafi egiziani, i concetti greci (unità della materia, simpatie cosmiche) e il declino del razionalismo a favore di visioni più mistiche del mondo.

Il più antico maestro alchimista conosciuto, Zosimo di Panopoli (III-IV secolo d.C.), era originario dell’Egitto e testimonia esplicitamente l’ancoraggio egiziano dell’alchimia: afferma che l’alchimia del suo tempo trae origine dagli antichi culti e rituali egiziani. I suoi scritti – che mescolano teoria, simboli onirici e istruzioni di laboratorio – fanno frequenti riferimenti alla mitologia egiziana. Uno dei testi attribuiti a Zosimo si intitola La Lettera di Iside a Horus, presentata come una rivelazione della dea a suo figlio sui procedimenti alchemici. Sebbene questo testo sia probabilmente apocrifo, illustra la tendenza degli alchimisti alessandrini a rivendicare una filiazione diretta con gli dei egiziani, garanti di un sapere occulto primordiale.

Infine, questo periodo vede la composizione di raccolte di magia pratica molto sincretiche, note come Papiri magici greci. Scoperti a Tebe e altrove, questi papiri (datati tra il II secolo a.C. e il V secolo d.C.) raccolgono centinaia di formule, incantesimi e riti per usi vari: amore, protezione, divinazione, maledizioni,... Testimoniano un sorprendente miscuglio di influenze: vi si invocano sia dei egiziani (Osiride, Iside, Anubi), greci (Ecate, Zeus) e ebrei (Iaô, Adonai), riflettendo l’atmosfera cosmopolita di Alessandria. Vi si trovano ad esempio « incantesimi d’amore » in cui si implora la dea Iside e il demone greco Eros, o rituali di esecration in cui si perforano figurine di cera accompagnate da nomi scritti in geroglifici e in alfabeto greco. Questi papiri hanno avuto un ruolo determinante nella trasmissione della magia egiziana: attraverso di essi, molte pratiche egiziane (rituali di maledizione, amuleti, formule sacre) sono state trasmesse alle tradizioni successive, che si tratti dei grimori europei del Medioevo o anche di alcune formule bibliche di esorcismo ereditate dall’Antichità.

Le eredità egizie nel neoplatonismo e nei misteri tardi

Mentre il cristianesimo trionfa progressivamente nell’Impero romano, l’eredità esoterica dell’Egitto trova rifugio all’interno di correnti filosofico-religiose, in particolare il neoplatonismo tardo. I filosofi neoplatonici dei III-IV secoli, come Plotino, Porfirio, Giamblico o più tardi Proclo, cercano di conciliare la filosofia di Platone con la spiritualità dei culti a misteri. In questo contesto, l’Egitto – simbolo della saggezza antica – esercita una particolare fascinazione.

Plotino (205–270), fondatore del neoplatonismo, è lui stesso nato in Egitto (a Leontopoli) e ha studiato ad Alessandria. Pur rimanendo un filosofo più che un taumaturgo, il suo insegnamento esaltava l’unione estatica dell’anima con l’Uno divino, un’idea probabilmente ispirata dalla mistica egiziana. Lo storico Franz Cumont ha sottolineato che l’Egitto era per eccellenza la « terra del misticismo » nell’Antichità: il culto di Iside vi aveva diffuso la devozione volta all’unione con Dio, preparando il terreno alle speculazioni esaltate. Lo stesso Plotino sembra aver riconosciuto l’efficacia dei riti egiziani – Porfirio racconta nella Vita di Plotino che un sacerdote egiziano di passaggio a Roma gli avrebbe dimostrato un rituale teurgico evocando davanti a lui il suo « demone » (genio protettore) sotto forma di dio, prova del suo alto grado di purezza spirituale. Questa aneddoto illustra il prestigio di cui godevano le pratiche magico-religiose egiziane presso le élite intellettuali dell’epoca.

Con Giamblico di Calcide (circa 250–330), discepolo di Porfirio, l’influenza egiziana diventa esplicita. Filosofo neoplatonico e sacerdote siriano, Giamblico scrive un celebre trattato intitolato I Misteri d’Egitto (De Mysteriis Aegyptiorum), che assume la forma di una difesa appassionata della teurgia, cioè della magia rituale volta a unirsi agli dei. Vi presenta l’Egitto come il luogo supremo dei misteri sacri e risponde punto per punto alle obiezioni di Porfirio sull’uso dei riti « materiali » (statue, simboli, incantesimi) per elevare l’anima. Per Giamblico, gli dei hanno affidato agli Egiziani, fin dall’alba dei tempi, riti efficaci (preghiere in lingua sacra, consacrazione di oggetti,...) che permettono di attirare la loro presenza. Così, praticare la teurgia secondo il rito egiziano significa percorrere una via legittima verso la liberazione dell’anima. Questo contributo di Giamblico è importante: riabilita la magia cerimoniale all’interno della filosofia, legittimando l’uso di inni, segni e figurine per operare il collegamento tra il mondo sensibile e il mondo intelligibile. Sotto la sua penna, l’antico sacerdote-mago d’Egitto diventa quasi l’ideale del saggio, e i Misteri egiziani una sintesi perfetta di teologia e pratica. Notiamo che Giamblico situa persino l’origine del neoplatonismo in Egitto: ricorda che l’insegnante di Plotino, Ammonio Sacca, era di Alessandria, sottolineando l’origine egiziana di questa linea filosofica.

Dopo Giamblico, altri neoplatonici proseguono in questa vena esoterica. La scuola di Atene e la scuola di Alessandria nel V secolo integrano nei commentari a Platone elementi mistici probabilmente derivati da tradizioni orientali, tra cui l’Egitto. Proclo (412–485) descrive rituali di consacrazione di statue e oracoli che ricordano chiaramente le pratiche egiziane dei templi. Anche in un contesto cristiano, l’Egitto magico persiste in filigrana: sono stati ritrovati testi di alchimia in copto e in greco cristiano dove Maria, la figlia di Salomè, rivela segreti di tinture metalliche, manifestando la persistenza delle idee ermetiche nell’Egitto bizantino.

Inoltre, la tradizione ebraica esoterica, la Qabbalah, potrebbe essere stata influenzata indirettamente dall’eredità egiziana tramite l’ellenismo. La Qabbalah si sviluppa nel Medioevo (XII-XIII secolo) in ambiente ebraico, ma i qabbalisti di Spagna o Provenza leggevano talvolta scritti ermetico-pitagorici trasmessi dalla cultura arabo-andalusa, dove l’ispirazione egiziana affiorava. Alcune leggende facevano di Mosè un erede della saggezza egiziana – dopotutto, secondo la Bibbia, Mosè fu « istruito in tutta la sapienza degli Egiziani » nella sua giovinezza. Autori del Rinascimento più tardi suggeriranno che la Qabbalah è un’altra faccia, specificamente ebraica, della preziosa Tradizione primordiale proveniente dall’antico Egitto. Senza sopravvalutare queste connessioni (la Qabbalah resta prima di tutto radicata nell’ebraismo), si può notare che nell’esoterismo occidentale Egiziani, Ermetisti e Qabbalisti furono riuniti in una stessa filiazione simbolica. L’idea di una “catena d’oro” ininterrotta di trasmissione esoterica, dall’Egitto dei faraoni fino ai saggi medievali, ha infatti impregnato l’occultismo moderno.

La riscoperta ermetica dell’Egitto nel Rinascimento

Dopo un’eclissi durante l’alto Medioevo in Europa (dove la conoscenza del mondo egiziano si riduce a qualche allusione biblica e ai racconti degli autori greco-romani), l’Egitto fa un trionfale ritorno nel pensiero occidentale nel Rinascimento. Questo rinnovamento deve molto all’umanesimo fiorentino del XV secolo, e in particolare a Marsilio Ficino (1433–1499). Nel 1460, un monaco riportò a Firenze un manoscritto greco contenente una parte del Corpus Hermeticum. Subito, Cosimo de’ Medici chiese a Ficino di tradurlo in latino – e ciò prima ancora di tradurre Platone, tanto era grande l’entusiasmo per questo testo che si credeva di origine egiziana molto antica. Nel 1463, Marsilio Ficino completò quindi la traduzione del Corpus Hermeticum (pubblicato con il titolo di Poimandres), convinto che il suo autore leggendario, Ermes Trismegisto, fosse un contemporaneo di Mosè o addirittura più antico. Nella sua prefazione, Ficino descrive Ermes Trismegisto come « il primo dei teologi », fonte di saggezza che ha ispirato Orfeo, poi Pitagora, poi Platone. Questa visione di una rivelazione egiziana primordiale, chiamata prisca theologia, si radica profondamente nel pensiero rinascimentale.

La traduzione di Ficino, stampata nel 1471, suscitò un entusiasmo straordinario e segnò l’inizio di una vera e propria Rinascita ermetica. In tutta Europa, filosofi, maghi, studiosi cristiani si appassionarono a Ermes l’Egiziano. Giovanni Pico della Mirandola integrò in particolare tesi ermetiche (accanto a tesi qabbalistiche) nella sua celebre Conclusione del 1486, celebrando l’uomo come un essere di dignità infinita capace di elevarsi fino a Dio – idea rafforzata, secondo lui, dagli scritti di Ermes Trismegisto che cita all’inizio della sua Oratio. Immagini di Ermes Trismegisto adornano persino le chiese: nel 1488, un mosaico raffigurante Ermes/Mercurio Trismegisto fu posto sul pavimento della cattedrale di Siena, accanto a personaggi biblici, segno dell’assimilazione di Ermes al patrimonio sapienziale venerato. Si vede così che l’Egitto ermetizzato diventa parte integrante della cultura colta del Rinascimento.

Sulla scia di Ficino e Pico, altri grandi pensatori esplorano la connessione egiziana: Johannes Reuchlin in Germania studia la Qabbalah che collega ai misteri mosaici ed ermetici; Athanasius Kircher, gesuita del XVII secolo, tenta di decifrare i geroglifici (senza successo, il suo sistema era fantasioso) nel suo Œdipus Aegyptiacus (1652), ma la sua opera, miscela di erudizione e intuizione esoterica, contribuisce a perpetuare l’aura di segreto intorno ai simboli egiziani. Kircher era convinto che i geroglifici veicolassero verità mistiche universali e tentò di stabilire corrispondenze tra l’ebraico qabbalistico e l’antico egiziano, persuaso che esistesse una lingua sacra unica delle origini. Questa ricerca di una lingua originaria si collega all’idea, diffusa tra gli ermetisti, che l’egiziano fosse la lingua primordiale rivelata da Ermes – mito ripreso dal filologo francese Court de Gébelin nel 1781, che sostenne che il gioco dei Tarocchi provenisse da un « libro di Thot » egiziano.

Dal XV al XVII secolo, l’Egitto è al centro della philosophia perennis cara agli umanisti esoterici: lo si vede come la fonte antica di tutte le saggezze (platonica, pitagorica, qabbalistica). Anche l’alchimia europea del Rinascimento si richiama a Ermes – si parla di « arte ermetica » – e molte figure alchemiche prendono a prestito dall’iconografia egiziana (la fenice assimilata al Bennu, l’uroboro paragonato al serpente Mehen,...). Circoli esoterici come la Rosacroce nascente si presenteranno persino, nei loro manifesti dei primi anni del XVII secolo, come detentori di una conoscenza antica di origine orientale. La leggenda voleva che Christian Rosenkreutz, fondatore mitico dei Rosacroce, avesse viaggiato in Oriente (forse fino in Egitto) per attingere la saggezza nascosta, combinando la magia degli Arabi, la Qabbalah degli Ebrei e l’ermetismo degli Egiziani. Un secolo più tardi, questa idea sarà formulata esplicitamente: “L’Ordine della Rosa-Croce è presentato come depositario della Conoscenza dell’Antichità, essa stessa derivante dagli insegnamenti dell’antico Egitto”. Gli esoteristi moderni vedranno così nei Rosacroce un anello mancante tra i Templari medievali e la massoneria, assicurando una linea iniziatica ininterrotta dall’Egitto e Salomone fino ai giorni nostri.

Massoneria, occultismo ed egittomania esoterica del XVIII secolo

Nel XVIII secolo, l’Europa è travolta da una vera egittomania, stimolata dalle scoperte archeologiche e dai viaggi. Questa fascinazione si riflette anche nelle società iniziatiche dell’epoca, in particolare nella massoneria nascente (istituzionalizzata nel 1717). I massoni, cercando di radicarsi in una tradizione antica prestigiosa, integrano simboli e miti egiziani nei loro riti. Già alla fine del XVIII secolo, appaiono alti gradi massonici detti “egiziani” – il rito di Misraïm o il rito di Memphis, che pretendono di attingere le loro origini ai misteri dell’antico Egitto. Logge massoniche si ornano di decorazioni con colonne di papiro, sfingi guardiane e motti in scrittura pseudo-geroglifica per impressionare gli iniziati. Si vedono persino personaggi come il Conte di Cagliostro proporre verso il 1770 un « Rito Egiziano » massonico in cui si invocano Iside e Osiride durante le cerimonie.

Da Thot a Ermes, l'eredità della magia egiziana


La figura di Iside, in particolare, ossessiona l’immaginario massonico e illuminista del Secolo dei Lumi. Alcuni filosofi e massoni, appassionati di esoterismo, tentano esplicitamente di reinventare i Misteri di Iside nelle loro logge. A Parigi, lo scrittore massonico Jean Terrasson pubblica nel 1731 Sethos, un romanzo iniziatico ambientato nell’Egitto faraonico che descrive in dettaglio l’iniziazione di un giovane sacerdote nei sotterranei di un tempio di Iside. Questo racconto, che mescola finzione ed erudizione, influenza duramente gli ambienti esoterici: si vuole vederlo come il riflesso autentico degli antichi riti egiziani. Successivamente, l’opera Il flauto magico di Mozart (1791), impregnato di simbolismo massonico, mette in scena una prova iniziatica in un tempio di Iside e Osiride, popolarizzando l’idea che la massoneria perpetui i misteri egiziani della Luce contro le tenebre.

Nel XIX secolo, con la campagna napoleonica in Egitto (1798) e la decifrazione dei geroglifici da parte di Champollion (1822), l’antico Egitto diventa oggetto di scienza egittologica. Ma parallelamente a questo approccio accademico, il XIX secolo vede fiorire un occultismo romantico in cui l’Egitto magico occupa un posto di rilievo. Scrittori e occultisti proclamano la necessità di ritrovare le conoscenze sacre “dimenticate” dall’umanità esplorando grimori e tradizioni esoteriche del passato. In questa “riappropriazione del passato” propria della seconda metà del XIX secolo, l’Egitto appare come un tesoro di arcaismi mistici da riesumare.

Così, l’occultista francese Éliphas Lévi (Alphonse-Louis Constant, 1810–1875) afferma nella sua opera Storia della Magia (1859) che esiste una scienza occulta universale trasmessa dall’Antichità, sepolta sotto le catastrofi della Storia, che egli stesso si sforza di ricostruire>. Nei suoi scritti, Lévi fa riferimento alle dottrine egiziane: vede nel Tetragramma ebraico (YHVH) un’eredità del culto solare egiziano, o sostiene che il Tarocco sia la continuazione dei geroglifici sacri (ciò che chiama la lingua universale geroglifica degli antichi). Il suo celebre Dogma e Rituale della Magia Superiore (1854) pretende di rivelare gli arcani nascosti sotto i simboli, mescolando Qabbalah ebraica e teorie ermetiche; Lévi presenta l’Esagramma (stella a sei punte) come simbolo della sintesi degli opposti, mettendolo in parallelo con due triangoli egiziani (bianco e nero) – collegando così simbolicamente la saggezza di Salomone a quella di Ermes. Éliphas Lévi è considerato il « papa » dell’occultismo francese, e fu significativamente a lui che si riferirono molti maghi della generazione successiva.

In Inghilterra e negli Stati Uniti, la corrente occultista di fine secolo si innamora anch’essa di riferimenti egiziani. La Società Teosofica, fondata nel 1875 da Helena Blavatsky, sceglie come prima grande opera Isis Unveiled (« Iside Svelata », 1877), affermazione esplicita che la dea velata di Saïs (simbolo della Saggezza occulta) rivelerà i suoi misteri. Blavatsky pretende di accedere a una sintesi delle religioni antiche grazie a « Maestri » orientali, e vede nell’Egitto faraonico uno dei luoghi alti della Tradizione primordiale. La sua opera sincretica mescola buddismo esoterico, gnosticismo e ermetismo; Iside vi è presentata come archetipo della verità esoterica velata dai dogmi. Nella stessa epoca in Francia, esoteristi come Gérard de Nerval (nella sua novella Storia del Califfo Hakem, 1848) o più tardi l’occultista Paul-Christian (in Storia della Magia, 1870) alimentano il mito che le carte del Tarocco provengano dal Libro di Thot, raccolta degli insegnamenti di Ermes incisi un tempo sulle pareti di un tempio egiziano. Questa idea, sebbene priva di fondamento storico, ha associato duramente il Tarocco all’immaginario egiziano (il mazzo di Tarocchi detto « egiziano » era molto in voga tra gli occultisti del XIX secolo).

Verso la fine del XIX secolo, a Londra, la confraternita iniziatica della Golden Dawn (« Alba Dorata ») incorpora molti elementi egiziani nei suoi rituali di magia cerimoniale. I membri della Golden Dawn invocano formule in egiziano (basate sulle parole d’ordine ermetiche), usano un Tarocco egizianizzato (creato da S. L. MacGregor Mathers) chiamato Libro di Thoth, e consacrano un grado superiore agli « Adepti di Iside-Urania ». L’invocazione dei quattro grandi dei dei punti cardinali (Thot, Osiride, Iside, Horus) fa parte delle loro cerimonie di consacrazione. Uno dei fondatori, William Wynn Westcott, era appassionato di mitologia egiziana e cercò di legare la Golden Dawn a una filiazione rosacrociana-egiziana. Il suo successore, Aleister Crowley, sebbene attivo principalmente all’inizio del XX secolo, porterà all’estremo questa identificazione: si proclamerà profeta di un Nuovo Æon di Horus dopo una visione ricevuta al Cairo nel 1904, e sceglierà come titolo di uno dei suoi libri principali Il Libro di Thoth (trattando del Tarocco).


Evitando le insidie del fantastico, si può dire che l’Egitto ha offerto al mondo esoterico un serbatoio inesauribile di simboli potenti e archetipi: l’immagine della dea-madre maga (Iside), del saggio detentore della parola divina (Thot), del sovrano in comunione con l’invisibile (il faraone-mago), del ciclo di morte e resurrezione (Osiride e lo scarabeo). Questi archetipi hanno nutrito il pensiero occultista, perché rispondono ad aspirazioni universali dell’anima umana – il desiderio di protezione, di conoscenza dei misteri della vita e della morte, di elevazione spirituale.

Olivier d’Aeternum
Par Olivier d’Aeternum

Passionné des traditions ésotériques et de l'histoire de l'occulte des premières civilisations jusqu'au 18ème siècle, je partage quelques articles sur ces sujets. Je suis également co-créateur du magasin ésotérique en ligne Aeternum.

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