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Chi era davvero Ildegarda di Bingen?
Hildegarde de Bingen dans une miniature médiévale du Scivias — Aeternum, blog & boutique ésotérique

I Quaderni di Aeternum

Chi era davvero Ildegarda di Bingen?

18 min di lettura

Ildegarda di Bingen è una delle donne meglio documentate del Medioevo occidentale. Nata nel 1098 e morta nel 1179, questa religiosa benedettina fu responsabile di una comunità, fondatrice di monasteri, autrice di tre grandi opere visionarie, compositrice, epistolografa, predicatrice e osservatrice del mondo naturale. La sua fortuna moderna le ha attribuito anche altre identità: erborista, medico, precorritrice dell'ecologia, inventrice di una medicina «olistica» e persino fondatrice della naturopatia. Parte di questi accostamenti si basa sulla sua opera reale; un'altra parte proietta sul XII secolo categorie molto più recenti.

Per comprendere Ildegarda, bisogna entrare nel suo mondo. Non è un'occultista nel senso che questa parola assumerà nel XIX secolo: è una monaca cristiana per la quale Bibbia, liturgia, teologia, cosmologia, medicina e contemplazione della creazione appartengono ancora al medesimo ordine sacro. Le sue visioni non sono separate dalla sua opera; ne sono una delle fonti più profonde e conferiscono al suo sguardo sul mondo quell'intensità luminosa che attraversa i suoi testi.

È precisamente questo contesto a rendere straordinario il suo percorso. Pochissime donne del XII secolo hanno lasciato un corpus paragonabile per ampiezza: trattati visionari, canti, un dramma liturgico, lettere, testi sulla natura e sulla salute, vite di santi e persino un lessico di parole inventate. Nel 2012, quasi nove secoli dopo la sua morte, Benedetto XVI estende ufficialmente il suo culto alla Chiesa universale e poi la proclama Dottore della Chiesa.

Una nascita nella nobiltà renana

Ildegarda nasce nel 1098 in una famiglia nobile della regione renana. La tradizione colloca la sua nascita a Bermersheim, anche se i dettagli dei suoi primi anni restano meno certi di quelli della sua vita adulta. Le fonti medievali la presentano come la decima figlia dei suoi genitori, Hildebert e Mechthild, dato che talvolta è stato interpretato simbolicamente come l'offerta di una «decima» a Dio. Gli storici restano prudenti di fronte a questo tipo di ricostruzione agiografica.

La futura badessa afferma di aver avuto fin dall'infanzia particolari esperienze visive. Nei testi in cui ripercorre il proprio cammino, descrive una percezione luminosa ricevuta in stato di veglia, senza perdita di coscienza. Sottolinea di non vedere con gli occhi del corpo come durante una visione ordinaria e di non cadere in estasi. Questo modo di descrivere le sue esperienze avrà un ruolo essenziale nella legittimità che attribuirà loro in seguito.

Dall’inizio del XX secolo, alcuni autori hanno voluto spiegare le sue visioni con l’emicrania con aura. La storica Katherine Foxhall ha mostrato quanto questa lettura retrospettiva rimanga fragile. Nulla obbliga dunque a ridurre le immagini di Ildegarda a un sintomo: nei suoi stessi testi, esse sono vissute come una luce interiore, una conoscenza ricevuta e un’esperienza spirituale di potenza eccezionale.

Jutta di Sponheim e l’ingresso a Disibodenberg

Il 1º novembre 1112, all’età di circa quattordici anni, Ildegarda entra ufficialmente in una piccola comunità femminile stabilita presso il monastero benedettino di Disibodenberg. Vi vive sotto la direzione di Jutta di Sponheim, una nobildonna che aveva scelto una vita religiosa ritirata.

Santa Ildegarda di Bingen nell’iconografia cristiana medievale — Aeternum

Fonte iconografica: My Catholic Life.

Jutta svolge un ruolo determinante nella formazione di Ildegarda. La giovane religiosa apprende il salterio, la lettura liturgica e la pratica della vita benedettina. La sua formazione non assomiglia a quella di un chierico passato per le scuole cattedrali; Ildegarda insisterà inoltre sulla sua mancanza di una grande istruzione dotta. Ciò non significa che sia analfabeta o estranea alla cultura del suo tempo. I suoi scritti mostrano una notevole assimilazione della Bibbia, della liturgia e degli autori cristiani, favorita anche dagli uomini colti che lavorano con lei.

La comunità femminile di Disibodenberg dipende allora dal monastero maschile. Ildegarda non è ancora «badessa» in senso istituzionale pieno. Alla morte di Jutta, nel 1136, le religiose la eleggono magistra, cioè responsabile della loro comunità. È a partire da questa posizione che acquisirà progressivamente un’autonomia notevole.

1141, l’ordine di scrivere le visioni

L’anno 1141 costituisce la grande svolta della sua vita letteraria. Ildegarda racconta che, all’età di quarantadue anni, riceve l’ordine di mettere per iscritto ciò che vede e comprende da molto tempo. Esita, si ammala secondo il suo stesso racconto, poi comincia la composizione dello Scivias.

Non lavora da sola. Il monaco Volmar le fa da segretario, consigliere e correttore latino. Anche Richardis di Stade, religiosa della sua comunità alla quale Ildegarda è molto legata, partecipa al lavoro. Questa collaborazione è importante per comprendere la materialità della sua opera: la voce di Ildegarda è centrale, ma i suoi libri nascono in un laboratorio monastico in cui dettatura, copiatura, correzione e messa in forma coinvolgono diverse persone.

Lo Scivias, il cui titolo può essere inteso come «Conosci le vie», viene completato intorno al 1151. Riunisce ventisei visioni accompagnate da interpretazioni teologiche. Creazione, caduta, incarnazione, Chiesa, sacramenti e fine dei tempi sono articolati in una vasta architettura cristiana.

Richardis di Stade non fu una semplice copista anonima. Proveniente da una famiglia aristocratica, diventa una delle collaboratrici più vicine di Ildegarda durante la stesura dello Scivias. Il loro rapporto emerge con una forza insolita nella corrispondenza conservata.

Intorno al 1151, Richardis viene scelta per diventare badessa del monastero di Bassum. Ildegarda si oppone energicamente alla sua partenza. Scrive all'arcivescovo di Brema, al papa Eugenio III e alla madre di Richardis per cercare di impedire la separazione, affermando di temere che questa nomina sia motivata dal rango familiare piuttosto che da una vocazione reale.

I tentativi falliscono. Richardis lascia Rupertsberg e muore poco dopo, nel 1152. La lettera indirizzata in seguito a suo fratello Hartwig rivela il dolore di Ildegarda e offre un raro accesso alla sua vita affettiva. L'episodio mostra anche i limiti del suo potere: la sua autorità di visionaria riconosciuta non le permette di controllare le nomine ecclesiastiche né le strategie delle famiglie nobili.

Prima di diffondere le sue visioni, Ildegarda cerca che vengano riconosciute. Scrive a Bernardo di Chiaravalle, una delle grandi autorità religiose della sua epoca. Egli la incoraggia con prudenza.

Il riconoscimento decisivo arriva durante il sinodo di Treviri, nel 1147-1148. Al papa Eugenio III vengono presentati alcuni estratti dello Scivias. Secondo le fonti ecclesiastiche, il papa legge una parte del testo e autorizza Ildegarda a proseguire il suo lavoro di scrittura. Questa approvazione modifica completamente la sua posizione.

Non è più soltanto la responsabile di una piccola comunità renana. La sua fama di visionaria cristiana si estende negli ambienti ecclesiastici. Alcuni corrispondenti vengono a chiederle consiglio e le sue lettere circolano tra abati, vescovi, papi, principi e imperatori.

La partenza da Disibodenberg e la fondazione di Rupertsberg

Intorno al 1150, Ildegarda intraprende il trasferimento della sua comunità a Rupertsberg, vicino a Bingen, sul Reno. La decisione suscita resistenze. Il monastero di Disibodenberg perderebbe le religiose, ma anche una parte del prestigio e delle risorse legati alla loro presenza.

Tuttavia Hildegard difende il suo progetto e alla fine ottiene il trasferimento. Il nuovo monastero le offre un'autonomia istituzionale molto maggiore. È a Rupertsberg che si sviluppa la parte essenziale della sua attività di scrittura, musica, corrispondenza e governo.

Contrariamente all’immagine romantica di un luogo isolato dal mondo, Rupertsberg si trova in una rete attiva di scambi fluviali, religiosi e politici. Vi passano visitatori, ne partono lettere, vi vengono prodotti e copiati manoscritti. L’abbazia diventa un centro intellettuale femminile, la cui produzione sopravvive in parte grazie ai suoi scribi.

Abbazia di Santa Ildegarda a Eibingen, erede della tradizione monastica di Ildegarda di Bingen — Aeternum

Fonte iconografica: Romantischer Rhein.

Nel 1165, Ildegarda acquisisce un antico istituto agostiniano a Eibingen, sull’altra riva del Reno. Vi insedia una seconda comunità di religiose, continuando a risiedere principalmente a Rupertsberg.

Questa fondazione dimostra che non è soltanto un’autrice chiusa nello studio. Amministra beni, dirige comunità, negozia con istituzioni ecclesiastiche e prende decisioni materiali. La sua reputazione religiosa si fonda quindi anche su un’esperienza concreta di governo monastico.

Lo Scivias e le immagini visionarie

Le miniature associate allo Scivias sono oggi tra le immagini medievali più facilmente riconoscibili. Cerchi di fuoco, architetture simboliche, figure cosmiche e forme luminose sono stati riprodotti in innumerevoli opere dedicate a Ildegarda.

Occorre tuttavia evitare una semplificazione frequente: nulla permette di affermare che Ildegarda abbia dipinto personalmente ciascuna di queste miniature. Le ricerche sul manoscritto di Rupertsberg indicano invece che probabilmente ebbe un ruolo diretto nella loro concezione e nella loro funzione pedagogica. Le immagini non sono semplici decorazioni; servono a organizzare e spiegare la materia teologica del testo.

Ildegarda di Bingen raffigurata mentre riceve e detta le sue visioni — Aeternum

Fonte iconografica: Le Pèlerin.

Questa precisazione è importante perché le immagini hanno poi acquisito un’esistenza quasi indipendente dal testo. Oggi vengono utilizzate per illustrare la cosmologia, la spiritualità femminile o l’esoterismo medievale, mentre appartengono innanzitutto a un’opera di teologia cristiana.

Lo Scivias è soltanto la prima parte di un insieme molto più vasto. Ildegarda compone in seguito il Liber vitae meritorum, il Libro dei meriti della vita, e poi il Liber divinorum operum, il Libro delle opere divine.

Queste tre opere formano una costruzione teologica coerente. La prima espone la storia della salvezza e l’organizzazione della fede cristiana. La seconda mette in scena le virtù e i vizi in una riflessione morale. La terza sviluppa una visione cosmologica della creazione e del posto dell’essere umano nel mondo.

L’interesse attuale per le figure cosmiche di Ildegarda porta talvolta a isolare i suoi schemi dal resto della sua opera. In realtà, il suo universo non è un trattato autonomo di astrologia o di magia cosmica. Le corrispondenze tra cosmo, corpo umano e ordine del mondo servono una teologia della creazione.

La parola latina viriditas ricorre regolarmente in Ildegarda. Significa letteralmente rigoglio, vigore vegetale o stato di ciò che verdeggia. Nei suoi scritti, il termine diventa anche un’immagine di fecondità, vitalità e partecipazione all’opera creatrice di Dio.

La ricezione moderna ne ha fatto a più riprese una sorta di energia sottile universale, paragonabile a concetti provenienti da tradizioni storicamente estranee al cristianesimo medievale. Questa assimilazione è anacronistica.

Le ricerche dedicate alla sua predicazione mostrano che la viriditas si inserisce in un linguaggio biblico e patristico. Ildegarda lavora sull’opposizione tra rigoglio e aridità per parlare di vita spirituale, fecondità, peccato e restaurazione. Sviluppa questo vocabolario con grande originalità, ma non descrive un’energia terapeutica misurabile o un principio occulto indipendente dalla sua teologia.

Una compositrice eccezionale del Medioevo

Ildegarda lascia un corpus musicale di notevole ampiezza. I suoi canti sono riuniti sotto il titolo di Symphonia armoniae celestium revelationum. Antifone, responsori, inni e sequenze sono destinati alla liturgia o alla devozione delle sue comunità.

La sua musica si distingue per linee melodiche molto sviluppate e per un’estensione vocale che può dare un’impressione diversa rispetto al più familiare canto liturgico monodico. Queste peculiarità hanno contribuito ampiamente alla sua riscoperta musicale nel XX e XXI secolo.

Sarebbe tuttavia fuorviante trasformare Ildegarda in una compositrice indipendente nel senso moderno. La sua musica è inseparabile dalla vita monastica, dalla liturgia, dal calendario dei santi e dalla sua teologia. Scrive per voci religiose e per comunità che vivono quotidianamente nel canto.

L’Ordo Virtutum, completato intorno al 1152, occupa un posto singolare. Questo dramma cantato in latino mette in scena l’Anima, le Virtù e il Diavolo. Le Virtù cercano di riconquistare un’anima tentata dal mondo, mentre il Diavolo è l’unico personaggio che non canta: grida o parla, poiché l’armonia musicale gli è negata.

L’opera è talvolta presentata come il «primo opera» della storia. Il confronto è suggestivo ma anacronistico, poiché l’opera nasce diversi secoli più tardi in un contesto del tutto diverso. È più corretto parlare di un dramma morale e liturgico cantato, concepito per l’ambiente benedettino femminile di Rupertsberg.

Le ricerche recenti mostrano quanto l’Ordo Virtutum affondi le proprie radici nella regola benedettina, nella consacrazione delle vergini e nelle pratiche processionali del convento. La sua singolarità artistica non dovrebbe quindi essere separata dal suo contesto monastico.

Physica e Causae et curae

La fama contemporanea di Ildegarda si basa molto su due opere legate alla natura e alla medicina: la Physica e i Causae et curae. La loro storia manoscritta è complessa e i loro titoli moderni non corrispondono necessariamente ai titoli che Ildegarda stessa avrebbe attribuito loro.

La Physica si presenta come una vasta enciclopedia di piante, alberi, animali, pietre, pesci, uccelli e altri elementi del mondo naturale. Ne descrive le qualità e numerosi usi terapeutici. I Causae et curae si interessano maggiormente al corpo, alla malattia, agli umori, alla sessualità, alla generazione e ai rimedi.

Questi testi non sono manuali medici moderni. Combinano conoscenze ereditate dalla medicina greco-romana, tradizioni di cura, farmacologia medievale, osservazione e visione cristiana dell’essere umano. La storica della medicina Faith Wallis sottolinea che la loro reputazione di testi medici si è costruita in parte dopo la morte di Ildegarda e che i manoscritti furono compilati e rielaborati nel suo ambiente.

È quindi possibile studiarvi la storia della medicina medievale e della materia medica, ma non trasformare automaticamente ogni rimedio in una raccomandazione terapeutica per oggi. Per le piante e i loro usi storici, il nostro Grimorio botanico permette di esplorare separatamente le tradizioni attribuite ai vegetali senza confondere la documentazione antica con un consiglio medico.

No. Questa affermazione, molto diffusa sui siti dedicati al benessere e in alcune edizioni divulgative, proietta una disciplina moderna su un’autrice del XII secolo. La parola naturopatia e i movimenti a essa associati compaiono in contesti molto più tardi. Ildegarda non propone mai un sistema chiamato così. Pensa alla salute secondo i quadri concettuali della sua epoca: teoria degli umori, alimentazione, qualità delle piante, salassi, condizioni di vita, rapporto tra corpo e anima e ordine cristiano della creazione.

La “medicina di Ildegarda” oggi conosciuta è a sua volta una costruzione del XX secolo. Il medico austriaco Gottfried Hertzka e poi Wighard Strehlow selezionarono e reinterpretarono elementi dei testi medievali per formare un metodo terapeutico contemporaneo. Uno studio dedicato a questa ricezione ricorda esplicitamente che l’espressione e il sistema della “Hildegard-Medizin” non si trovano negli scritti originali.

Questa distinzione non toglie nulla all’interesse storico della Physica. Evita semplicemente di trasformare una compilazione medievale di conoscenze naturali e mediche in un programma di salute convalidato per il 21° secolo.

Ildegarda viene regolarmente presentata come «l’inventrice della birra al luppolo» o come la donna che avrebbe insegnato ai monasteri a fare la birra. Queste affermazioni non corrispondono ai dati storici.

L’uso del luppolo nella produzione della birra è attestato in Europa prima della sua nascita. Fonti scritte lo collegano già alle attività birrarie diversi secoli prima, e anche l’archeologia fornisce indizi antichi.

La Physica rimane tuttavia una testimonianza notevole. Ildegarda vi annota che l’amarezza del luppolo può rallentare l’alterazione di alcune bevande. Conosce quindi il suo interesse come conservante. Questa osservazione appartiene effettivamente alla sua opera e merita di essere conservata, ma non fa di lei l’inventrice della birra al luppolo.

Il successo moderno di questa leggenda è rivelatore della sua posterità: ogni epoca tende a ricostruire un’Ildegarda corrispondente alle proprie preoccupazioni, che si tratti di medicina naturale, ecologia, cucina o birrificazione artigianale.

La Lingua ignota e le Litterae ignotae

Tra le sue opere più sorprendenti figura la Lingua ignota, la «lingua sconosciuta». Il documento conservato raccoglie poco più di mille parole inventate accompagnate da traduzioni o glosse in latino e in tedesco. Ildegarda utilizza anche un alfabeto di segni chiamati Litterae ignotae.

È comune presentarla come l’inventrice della prima lingua costruita d’Europa. Questa formula richiede una precisazione. Non possediamo una lingua completa paragonabile all’esperanto, con una grammatica autonoma e testi lunghi. Ciò che rimane è soprattutto un glossario organizzato, cui si aggiungono alcuni impieghi di parole inventate in brani latini.

L’esatto scopo di questo lessico è ancora oggetto di discussione. Segreto monastico, esercizio intellettuale, linguaggio simbolico, affermazione di un’autorità ispirata: sono state proposte diverse interpretazioni. Le ricerche di Sarah Higley e di altri specialisti mostrano soprattutto che la Lingua ignota va compresa nella storia medievale dei glossari, della lingua sacra e dell’invenzione lessicale. Rimane tuttavia una creazione estremamente rara per il 12° secolo e testimonia la straordinaria ampiezza intellettuale di Ildegarda.

Una corrispondenza che attraversa l’Europa

Quasi quattrocento lettere sono attribuite al corpus ildegardiano. Sono indirizzate a religiosi, comunità, vescovi, papi, laici e sovrani. Questa corrispondenza non deve essere letta come un insieme di conversazioni private in senso moderno. Alcune lettere sono state copiate, riorganizzate o rielaborate per costituire raccolte destinate a preservare l’autorità dell’abbadessa. Rimangono tuttavia una fonte fondamentale per misurare l’ampiezza della sua rete.

Ildegarda non esita ad ammonire i potenti. Scrive all’imperatore Federico Barbarossa e critica alcune scelte politiche o ecclesiastiche. Il suo status di donna non le impedisce di rivendicare una parola profetica, proprio perché presenta tale parola non come l’espressione di un’autorità personale, ma come una missione ricevuta da Dio.

A partire dalla maturità, Ildegarda intraprende diversi viaggi di predicazione nella regione renana e oltre. Interviene a Magonza, Treviri, Colonia e in altre città o comunità religiose.

Questo ruolo è notevole in un mondo in cui la predicazione pubblica istituzionale rimane in larga misura una prerogativa maschile. Ildegarda aggira questo limite grazie al suo status di profetessa riconosciuta e all’autorità che le conferiscono le sue visioni.

I suoi sermoni invocano la riforma morale del clero, denunciano la corruzione e ricordano alle comunità i loro doveri religiosi. Si oppone inoltre ai movimenti che considera eretici. La sua libertà di parola non la colloca al di fuori della Chiesa: si esercita nel cuore stesso della cristianità del suo tempo, che vuole richiamare all’ordine, purificare e riformare a partire dall’autorità che attribuisce alle proprie visioni.

Una donna indipendente, ma non una femminista moderna

Ildegarda esercita un’autorità eccezionale per una donna medievale. Dirige le proprie comunità, scrive ai sovrani, predica, compone, insegna e negozia con abati e vescovi. Questa posizione spiega perché sia diventata una figura fondamentale nella storia delle donne.

Sarebbe tuttavia anacronistico attribuirle direttamente le categorie del femminismo contemporaneo. Non rivendica l’uguaglianza istituzionale tra i sessi in senso moderno e accetta diversi assetti ecclesiastici della sua epoca, in particolare l’esclusione delle donne dal sacerdozio.

La sua strategia di autorità passa spesso anche dall’affermazione della propria debolezza. Si presenta come una donna poco istruita alla quale Dio ordina di parlare. Questo linguaggio di umiltà le permette di rivendicare una parola molto potente senza affermare di trarre tale autorità dal proprio rango personale.

Ciò non impedisce alla sua opera di mostrare una donna capace di costruire uno spazio intellettuale e religioso considerevole in un sistema dominato dagli uomini. È questa realtà storica, piuttosto che un’identità politica moderna proiettata su di lei, a conferire tutta la sua forza al suo percorso.

Il successo dei suoi diagrammi cosmici, dei suoi testi sulle pietre e sulle piante e della sua Lingua ignota ha favorito la sua inclusione nelle antologie di esoterismo. Questo accostamento può essere interessante per studiarne la ricezione, ma diventa fuorviante quando serve a definire la sua identità storica.

La parola «occultismo» designa un insieme di correnti strutturate molto più tardi. Ildegarda non pratica né la magia cerimoniale del Rinascimento, né l’ermetismo moderno, né l’occultismo del 19º secolo. Non cerca nemmeno di fondare una religione parallela al cristianesimo.

Le sue pietre, piante, visioni e corrispondenze cosmologiche appartengono a una concezione cristiana medievale nella quale la natura è una creazione divina, leggibile e ordinata. I confini tra teologia, filosofia naturale e medicina non corrispondono ancora alle attuali categorie disciplinari.

La sua presenza nella storia dell’esoterismo deve quindi essere spiegata: Ildegarda è importante per il modo in cui i secoli successivi hanno riutilizzato le sue immagini, la sua cosmologia e la sua medicina, ma deve innanzitutto essere compresa come una benedettina del 12º secolo.

Alla fine della sua vita, Ildegarda affronta un grave conflitto con le autorità ecclesiastiche locali. Un uomo scomunicato era stato sepolto nel cimitero di Rupertsberg. I responsabili della diocesi esigono che il suo corpo venga rimosso. Ildegarda rifiuta, affermando che si era riconciliato con la Chiesa prima della morte.

La comunità subisce allora un’interdizione liturgica che limita il canto e la celebrazione pubblica. Per Ildegarda, la cui intera visione attribuisce alla musica una funzione centrale nella lode divina, la sanzione è particolarmente grave.

Scrive per difendere la sua decisione e sviluppa una vera e propria teologia della musica. Il divieto viene infine revocato. L’episodio rivela un’Ildegarda anziana, ma ancora capace di opporsi alle autorità maschili quando la sua coscienza religiosa lo esige.

Morte e culto

Ildegarda muore nel monastero di Rupertsberg il 17 settembre 1179. La sua reputazione di santità si è già ampiamente consolidata durante la sua vita. Nel Medioevo vengono avviate procedure di canonizzazione, ma non si concludono secondo le forme giuridiche che si affermeranno in seguito. Il suo culto si mantiene tuttavia per secoli, in particolare nelle regioni germaniche e nell’ordine benedettino.

Reliquiario di santa Ildegarda di Bingen a Eibingen — Aeternum

Fonte iconografica: Abbazia di Santa Ildegarda di Eibingen.

Il 10 maggio 2012, Benedetto XVI procedette a una canonizzazione equipollente: invece di una nuova cerimonia classica di canonizzazione, il papa estese ufficialmente a tutta la Chiesa il culto di una persona venerata come santa da molto tempo e la iscrisse nel catalogo dei santi.

Il 7 ottobre 2012, egli proclamò poi Ildegarda Dottore della Chiesa universale. Questa distinzione non si basa sulla sua medicina o sulle sue opere naturalistiche, ma sull’importanza riconosciuta del suo insegnamento teologico.

La fama attuale di Ildegarda è molto più recente di quanto si potrebbe immaginare. Le sue opere circolarono nel Medioevo, poi una parte del suo corpus divenne meno visibile. A partire dal 20° secolo, l’interesse accademico, musicale e spirituale esplose.

I suoi canti vengono registrati, le sue miniature riprodotte, i suoi testi medici tradotti e la sua figura adottata da ambienti molto diversi: storia delle donne, musica antica, medicina alternativa, ecologia spirituale, cristianesimo, cultura popolare ed esoterismo contemporaneo.

Questa riscoperta ha avuto un effetto paradossale. Ha permesso di ritrovare un’autrice medievale di grande rilievo, ma ha anche prodotto Ildegarde immaginarie: «prima naturopata», «inventrice della birra», «guaritrice energetica», «femminista ante litteram» o detentrice di segreti terapeutici rivelati direttamente da Dio.

Il lavoro storico non impoverisce il suo ritratto correggendo queste immagini. Al contrario, la vera Ildegarda è molto più ricca: responsabile monastica, teologa, visionaria, compositrice, osservatrice della natura e autrice capace di produrre uno dei corpus femminili più imponenti del Medioevo.

Fonti e riferimenti

La sintesi accademica più utile oggi è The Cambridge Companion to Hildegard of Bingen, curata da Jennifer Bain e pubblicata da Cambridge University Press nel 2021. L’opera riunisce specialisti della sua storia, della sua teologia, della sua musica, dei suoi manoscritti e della sua medicina. Il capitolo di Michael Embach dedicato alla sua vita stabilisce la cronologia a partire dalle principali fonti biografiche e insiste sulle lacune che permangono. L’opera è presentata su Cambridge Core.

Per i testi medici, il capitolo di Faith Wallis, « Hildegard of Bingen: Illness and Healing », nello stesso volume, è particolarmente importante. Mostra che la Physica e le Causae et curae devono essere ricollocate nella medicina del XII secolo e nella loro storia manoscritta, e non lette come i manuali di un sistema terapeutico contemporaneo. La scheda è disponibile su Cambridge Core.

La distinzione tra i testi medievali e la moderna « medicina di Ildegarda » è documentata anche nello studio « Traditional European Medicine—After all, is Hildegard von Bingen really right? », che ricorda come questo sistema moderno sia stato sviluppato nel XX secolo a partire dai lavori di Gottfried Hertzka e Wighard Strehlow. Il riferimento è accessibile su ScienceDirect.

Per le sue visioni e le diagnosi retrospettive di emicrania, l’articolo di Katherine Foxhall, « Making Modern Migraine Medieval », pubblicato in Medical History, ripercorre la nascita e la diffusione di questa interpretazione nel XX secolo. È consultabile su Cambridge Core.

La Lingua ignota è stata oggetto di uno studio specifico di Sarah L. Higley, Hildegard of Bingen’s Unknown Language: An Edition, Translation, and Discussion. L’opera cura e analizza le circa mille parole conservate e le colloca nella storia dell’invenzione linguistica medievale. La presentazione del volume è disponibile presso Springer.

Infine, lo status ecclesiastico di Ildegarda nel 2012 è direttamente documentato dalla Santa Sede. Benedetto XVI estese il suo culto alla Chiesa universale il 10 maggio 2012 tramite canonizzazione equipollente, poi la proclamò Dottore della Chiesa il 7 ottobre. La lettera apostolica del 7 ottobre 2012 ripercorre il suo cammino e motiva questo riconoscimento.

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