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Il sabba di Mabon

Il sabba di Mabon

Mabon, ecco un sabba che apre la porta alla natura, che presto entrerà in letargo. Celebrato tra il 20 e il 23 settembre, in occasione dell’equinozio d’autunno, annuncia l’atmosfera più fresca e invernale dell’ultimo trimestre dell’anno. Le foglie cadono, le temperature si abbassano ed è ormai tempo di ringraziare per i raccolti che ci permetteranno di vivere durante il freddo, fino ai prossimi raccolti. Presentazione.

Mabon nei miti celtici: un figlio divino rapito e ritrovato

Il termine Mabon deriva direttamente da un personaggio della mitologia celtica brittonica. Nelle leggende gallesi medievali, Mabon ap Modron («Mabon figlio di Modron») è un eroe la cui storia misteriosa si riassume in poche righe, ma il cui simbolismo è potente. Figlio della dea Modron (il cui nome significa «madre» in gallese), Mabon incarna l’archetipo del Bambino divino, simbolo di giovinezza e rinnovamento. Il suo nome deriva dal brittonico Maponos, un dio celto-romano della giovinezza associato ad Apollo, e significa «grande figlio». Di fatto, Mabon e Modron rappresentano un’antica coppia divina madre-figlio, equivalente gallese della dea gallica Matrona (la «Madre divina») e del suo figlio divino Maponos. Questa filiazione mitologica suggerisce il tema della giovinezza divina che scaturisce dalla Madre primordiale, un tema che ritroviamo altrove nel mondo celtico (come nel caso del dio irlandese Óengus Mac Oc, «il Giovane Figlio»).

Il sabba di Mabon


Il racconto principale che vede Mabon protagonista compare nella storia gallese di Kulhwch e Olwen (risalente all’XI secolo circa). Mabon è descritto come un membro del seguito di re Artù, dotato di un destino singolare. Rapito misteriosamente tre notti dopo la nascita, il prodigioso bambino rimane introvabile per anni. L’eroe Kulhwch, aiutato da re Artù e dai suoi compagni, parte alla sua ricerca perché solo Mabon può aiutarli a cacciare un cinghiale leggendario. Interrogano allora le creature più antiche del mondo – un merlo, un cervo, un’aquila e un gufo – finché incontrano un salmone ancestrale che conosce l’unico luogo in cui Mabon è tenuto prigioniero. Guidati da questo saggio salmone, i cavalieri di Artù scoprono il giovane dio prigioniero in una buia segreta di Gloucester e infine lo liberano. Liberato dall’Aldilà, Mabon si unisce alla spedizione arturiana e offre il suo aiuto, simboleggiando il ritorno della luce dopo le tenebre.

Questo mito del bambino rapito e restituito alla vita ha una risonanza ampia. Mabon appare come un giovane dio solare strappato alla madre-terra e tenuto per un periodo nell’ombra prima di essere riportato nel mondo. Gli storici lo collegano al dio gallico Maponos, di cui è la controparte brittonica. La trama ricorda altri racconti di divinità legate al ciclo delle stagioni: viene in mente Persefone, la figlia di Demetra rapita dal dio degli Inferi e poi autorizzata a tornare sulla Terra per una parte dell’anno. Questa storia greca esprimeva l’alternanza tra la stagione fredda e sterile e il ritorno della primavera fertile. Mabon offre invece una variante celtica del tema del bambino luminoso scomparso e poi ritrovato, probabilmente priva in origine di un esplicito significato stagionale, ma interpretabile simbolicamente in modo analogo. È significativo che un poema gallese tardo (il Libro di Taliesin, del XIV secolo) attribuisca a Mabon il ruolo di psicopompo, guida delle anime tra questo mondo e l’altro. Vi si dice che Mabon «ha accesso ai due mondi, si trova tra ombra e luce, tra nascita e morte», il che si accorda perfettamente con il simbolismo dell’equinozio d’autunno, momento di passaggio tra chiarezza e oscurità. Così, sebbene gli antichi Celti non abbiano necessariamente associato Mabon all’equinozio, la figura del figlio di Modron, oscillante tra luce e tenebre, è ricca di corrispondenze con il tema dell’equilibrio autunnale.

L’equinozio d’autunno, festa dei raccolti ed equilibrio del tempo

Molto prima che il nome Mabon venisse attribuito all’equinozio d’autunno, questo periodo di fine settembre era già scandito da usanze legate ai raccolti agricoli. L’equinozio segna infatti la fine dei principali raccolti nell’emisfero settentrionale. In quel momento molte società tradizionali celebravano una festa del raccolto, un ringraziamento collettivo dopo le dure fatiche estive. In Gran Bretagna si parla di Harvest Home, la «Fine dei raccolti», una festa contadina attestata almeno dal XVI secolo. Al termine dell’ultima mietitura dei cereali, un rituale consisteva nel realizzare l’«ultimo covone» a forma di bambola di paglia (chiamata corn doll o harvest doll) e decorata con nastri. Questa effigie, talvolta chiamata Cailleach (la «vecchia donna» in gaelico), rappresentava lo spirito del campo e veniva conservata fino all’anno successivo. In alcune regioni la si immergeva nell’acqua per assicurare la pioggia, oppure la si utilizzava durante la semina della primavera seguente come garanzia di fertilità. Queste usanze – canti, cortei villani, pasti comunitari – testimoniano la sopravvivenza di antichissimi riti agricoli che onoravano la fecondità della terra. Tradizioni analoghe si ritrovano in tutta Europa: in Scozia e in Irlanda (con il nome di Ingathering), in Francia nelle feste della vendemmia, o ancora più lontano nelle celebrazioni del raccolto negli Stati Uniti, ereditate dai coloni inglesi.

Il sabba di Mabon


Dal punto di vista più specificamente celtico, gli storici sottolineano l’assenza di prove che un festival dell’equinozio d’autunno fosse celebrato formalmente dagli antichi Celti. In Gallia e nelle isole britanniche precristiane, il calendario rituale era strutturato attorno a quattro grandi feste stagionali (Imbolc, Beltane, Lugnasad e Samhain) corrispondenti all’inizio di ogni stagione celtica, piuttosto che ai solstizi e agli equinozi. Così, Lugnasad (all’inizio di agosto) segnava il primo raccolto, quello dei cereali, mentre Samhain (all’inizio di novembre) segnava la fine della stagione luminosa e l’ultimo raccolto, in particolare la raccolta degli ultimi frutti della terra e l’inizio della macellazione del bestiame prima dell’inverno. L’equinozio di settembre, situato tra queste due feste, corrispondeva naturalmente al secondo raccolto, quello dei frutti autunnali, delle mele e dell’uva, nonché al riempimento dei granai. Anche se gli antichi annali celtici non ne parlano esplicitamente, si può supporre che questo momento cruciale dell’anno desse luogo, come altrove, a festeggiamenti contadini una volta terminato il lavoro. Che l’equinozio fosse una festa dei raccolti, invece, non lascia dubbi: la fine dei raccolti era un momento di grazia e sollievo celebrato universalmente, poiché significava che la parte più impegnativa del lavoro annuale era terminata e che la comunità poteva godere dei frutti della terra.

Con la cristianizzazione, le tradizioni del raccolto non scomparvero, ma vennero integrate e reinterpretate. Nel Medioevo, la Chiesa collocò feste di santi sugli antichi riferimenti stagionali. Per l’equinozio d’autunno fu San Michele Arcangelo, celebrato il 29 settembre, a svolgere questo ruolo sostitutivo fin dall’anno 1011. La festa di San Michele, dedicata all’arcangelo vittorioso sul Drago, era perfetta per soppiantare i festeggiamenti pagani del raccolto, molto diffusi nelle campagne. Coincideva soprattutto con un’importante svolta dell’anno agricolo: alla fine di settembre si regolavano i contratti agrari e i canoni annuali – in natura o in bestiame – tanto che il giorno di San Michele rappresentava la scadenza in cui i contadini «traslocavano» o rinnovavano il loro diritto di conduzione (da qui il proverbio «A San Michele, tutti traslocano»). Sotto la veste della festa religiosa, si celebrava dunque anche la fine dei lavori agricoli e si distribuivano i raccolti. È significativo che l’arcangelo Michele, figura luminosa che sconfigge le tenebre, presenti un simbolismo solare e vittorioso ben accordato con lo spirito dell’equinozio e capace di ricordare la dimensione luminosa di Mabon stesso. L’antico fondo pagano di gratitudine per la fertilità della terra fu così assorbito, ma anche perpetuato nella cultura cristiana attraverso le messe del raccolto o le benedizioni dei raccolti. Ancora oggi, alla fine di settembre, le chiese d’Europa celebrano un Thanksgiving locale, durante il quale vengono deposti sull’altare cesti di frutta, grano e uva appena raccolti, vivido ricordo dell’eredità agricola precristiana.

Il simbolismo di Mabon: equilibrio, abbondanza e preparazione all’inverno

L’equinozio d’autunno è per sua natura la festa dell’equilibrio. A Mabon, il giorno e la notte hanno esattamente la stessa durata, cosa che accade soltanto due volte l’anno. Il sole entra nel segno della Bilancia e, di fatto, la nozione di equilibrio cosmico è al centro di questa data. Le temperature di fine settembre sono moderate, né torride né gelide, e la luce in declino offre una dolcezza dorata: è un momento sospeso tra le stagioni, in cui tutto sembra fermo. Tuttavia, a differenza dell’equinozio di primavera (Ostara), che apre alla stagione luminosa e ascendente, l’equinozio di settembre è il crepuscolo dell’anno: da Mabon in poi, le notti diventeranno ogni giorno più lunghe dei giorni, facendoci passare dalla parte oscura del ciclo annuale. Questo passaggio conferisce alla festa una tonalità ambivalente, fatta di celebrazione e malinconia. Da una parte, Mabon è la festa dell’abbondanza: si ringrazia la natura per i suoi doni e si assaporano i raccolti accumulati dopo le fatiche dell’estate. È un momento di gratitudine e convivialità, perché si sa che il peggio deve ancora arrivare: i mesi freddi e poveri di risorse. Dall’altra, è una festa intrisa di serietà: segna l’inizio della stagione oscura, ed è necessario prepararsi all’inverno imminente e alle sue inevitabili privazioni. Nelle antiche società agricole, l’equinozio segnava il momento della verità per quanto riguardava la sopravvivenza invernale: al termine dei raccolti, ciascuno poteva valutare le riserve disponibili fino alla primavera successiva e rendersi conto se sarebbero state sufficienti o meno. Si sapeva che un raccolto insufficiente significava il rischio di carestia durante l’inverno: da qui l’importanza vitale dei riti di ringraziamento e propiziazione rivolti alla terra in quel periodo.

Il sabba di Mabon


Mabon insegna così la lezione del bilancio. È il momento di raccogliere i frutti di tutto ciò che è stato seminato durante l’anno, in senso letterale e figurato. Simbolicamente, all’equinozio è troppo tardi per intraprendere nuovi progetti: bisogna fare i conti con ciò che è cresciuto, che lo si voglia o no. Per analogia, la tradizione considera Mabon il momento ideale per fare ordine nella propria vita. Si individua ciò che non ha portato frutto, si abbandonano i «rami secchi» e ci si concentra sull’essenziale per affrontare l’inverno in equilibrio. Questo periodo equinoziale invita a lasciar andare ciò che è sterile o superfluo (lavoro, relazioni, abitudini improduttive), così da preservare le proprie energie per attraversare la stagione oscura. È una sorta di «pulizia d’autunno», contrapposta alla pulizia di primavera. Un tempo questa saggezza pratica si traduceva anche in gesti concreti: si portavano al riparo gli ultimi raccolti, si sigillavano i granai, si mettevano le carni sotto sale e si organizzava la comunità per aiutarsi durante l’inverno. Sul piano spirituale, Mabon è inoltre propizio all’introspezione: accogliere l’oscurità esterna significa anche affrontare le proprie zone d’ombra interiori. Così, il sabba di Mabon ci ricorda l’eterno ciclo di vita/morte/rinascita. La natura sembra morire, ma questo declino preparatorio è necessario alla germinazione futura. La luce del sole diminuisce e «si immerge» nel ventre della Madre Terra, proprio come, nella leggenda, il giovane Mabon ritorna simbolicamente nel grembo di Modron prima di rinascere in seguito. Questa corrispondenza poetica (interamente ricostruita dalle interpretazioni moderne) illustra il potere del mito: Mabon rappresenta la luce catturata nell’ombra che, dopo un periodo di gestazione nascosta, tornerà a trionfare. È, per così dire, il crepuscolo e l’alba del ciclo celtico, un punto di passaggio in cui il giorno e la notte dialogano da pari a pari.

Un sabba recente: Mabon nel rinnovamento neopagano

Se l’equinozio d’autunno era già ricco di tradizioni del raccolto e di simboli dell’equilibrio, il suo nome Mabon e la sua strutturazione in «sabba» ci provengono dal moderno movimento neopagano. Furono infatti i praticanti della Wicca e del druidismo moderno, nel XX secolo, a integrare l’equinozio di settembre come festa a sé stante, ribattezzandolo Mabon. A metà del XX secolo, i pionieri della Wicca (come Gerald Gardner) avevano ripristinato il ciclo annuale pagano, includendovi otto sabba: solstizi ed equinozi andavano così a completare le quattro grandi feste celtiche stagionali. In origine, tuttavia, si parlava semplicemente di equinozio d’autunno, senza un nome tradizionale associato, a differenza di Samhain, Beltane o Yule, per esempio. Nel 1970, un occultista americano, Aidan A. Kelly, propose di usare il nome Mabon per designare questo sabba. Cercando di romanticizzare un po’ questo appuntamento autunnale, Kelly volle evitare un nome troppo generico e non trovò alcun equivalente anglosassone o germanico soddisfacente (Beda il Venerabile menzionava sì un Haligmonath, ovvero «Mese Santo», in settembre, senza però fornire dettagli sulla celebrazione). Si rivolse allora alla mitologia celtica per trovare una denominazione più evocativa. La sua scelta cadde sull’eroe gallese Mabon ap Modron, per via dei parallelismi che percepiva tra la sua storia e il tema autunnale. Kelly conosceva il mito greco di Persefone, celebrato nei Misteri Eleusini che si svolgevano ogni anno in settembre, vicino all’equinozio. Proprio come Persefone, rapita da Ade, simboleggia la terra che diventa sterile in inverno prima di rifiorire, il giovane Mabon, rapito e poi liberato, evoca un ciclo di scomparsa e ritorno della luce. Kelly vi scorse una bella metafora dell’equinozio d’autunno così come lo interpretavano i Wiccan: la discesa progressiva del dio-Sole verso l’ombra e la sua futura rinascita. Il nome Mabon, dal suono celtico e legato al tema del «bambino esiliato che ritorna», sembrò dunque perfettamente adatto. Si impose gradualmente nella letteratura neopagana anglofona degli anni Settanta e Ottanta, fino al punto che oggi «Mabon» è comunemente usato per indicare l’equinozio di settembre nella maggior parte dei gruppi pagani, in particolare nel Nord America. Questa adozione non fu priva di dibattiti: alcuni puristi sottolineavano che nessuna festa celtica storica portava questo nome e preferivano Harvest Home o semplicemente equinozio d’autunno. Ma la ruota dell’anno moderna cercava coerenza: sei sabba su otto avevano già nomi tradizionali, e risultava allettante dare anche ai due equinozi nomi mitologici per armonizzarli. Così Ostara per la primavera (dea germanica dell’alba) e Mabon per l’autunno completarono il calendario. Resta il fatto che il termine ha avuto grande successo: lo ritroviamo oggi in innumerevoli libri, articoli e annunci di rituali pagani, segno che ha saputo parlare all’immaginario contemporaneo.

Nelle attuali spiritualità neopagane, Mabon viene quindi celebrato intorno al 21-23 settembre (a seconda della data astronomica dell’equinozio). I modi di celebrarlo variano secondo le correnti, ma ricorrono temi comuni di gratitudine, condivisione e ritrovamento del proprio centro interiore. I Wiccan considerano questo sabba la seconda festa dei raccolti (tra Lugnasad e Samhain) e lo associano agli ultimi frutti della terra, alla vendemmia e ai colori caldi dell’autunno. Il rituale wiccan di Mabon consiste nel disporre sull’altare simboli di abbondanza (spighe di grano, mele, mais, zucche), nel ringraziare la Dea Madre per i doni della natura e nel dire addio al Dio Sole declinante, talvolta raffigurato come un Re morente per nutrire la terra. I neodruidi celebrano nella stessa data Alban Elfed (in gallese poetico «Luce dell’Acqua») come festa di ringraziamento, onorando la Madre Terra con offerte dei prodotti del raccolto e condividendo un banchetto comunitario. Alcuni gruppi druidici o celtizzanti approfittano di Mabon per effettuare raccolte rituali: la mela, frutto sacro dell’Altro Mondo celtico, è protagonista durante le passeggiate nei boschi o la piantumazione di alberi. Ovunque domina l’idea della comunione con la natura in questo momento di transizione: passeggiate nei boschi dai colori ramati, ultime danze attorno al falò, benedizione dei cereali e dei semi e, naturalmente, pasti conviviali in cui condividere pane, sidro, vino novello e altri sapori autunnali. Così, anche in un moderno contesto urbano, Mabon rimane un invito a rallentare, ad ammirare il cambiamento di stagione e a rafforzare i legami della comunità umana, in eco agli antichi festival dei raccolti che riunivano interi villaggi dopo le fatiche dei campi.

Mabon appare dunque come una festa all’incrocio dei tempi, un bell’esempio di continuità e rinnovamento nella spiritualità stagionale. La sua essenza celebrativa attinge alla più universale delle tradizioni umane: quella della festa dei raccolti, momento di gioia, riconoscenza e meritato riposo, quando la terra ha dato il meglio di sé e si fanno scorte per l’inverno. All’equinozio d’autunno, equilibrio effimero tra giorno e notte, Mabon ci racconta l’eterna storia del ciclo della luce e dell’oscurità, della vita che si ritira per rinascere meglio.


Fonti:

  • Anonimo (Medioevo) – Kulhwch e Olwen, racconto gallese del Mabinogion (edizione tradotta da Pierre-Yves Lambert, 2021).

  • Jean-Paul Persigout – Dizionario della mitologia celtica, Ed. Imago, 2009.

  • Françoise Le Roux & Christian-J. Guyonvarc’h – Le feste celtiche, Ed. Ouest-France, 1995.

  • Ronald Hutton – The Stations of the Sun: A History of the Ritual Year in Britain, Oxford University Press, 1996.

  • Sorita d’Este & David Rankine – The Isles of the Many Gods: An A-Z of the Pagan Gods & Goddesses of Ancient Britain, Avalonia, 2007.

  • Jason Mankey – The Triumph of Mabon, articolo Patheos PanTheon, 2014

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