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Pow-wow, la magia germanica della Pennsylvania

Pow-wow, la magia germanica della Pennsylvania

Il pow-wow della Pennsylvania, noto nel dialetto tedesco della Pennsylvania con il nome di Braucherei (di cui abbiamo parlato nel nostro articolo sulla magia d’Alsazia), indica una tradizione di guarigione rituale sviluppatasi all’interno delle comunità germano-americane della Pennsylvania fin dall’epoca coloniale. Si tratta di un insieme di pratiche di medicina popolare cristiana che combinano preghiere bibliche, formule orali, gesti sacri e rimedi domestici, con l’obiettivo di curare le malattie delle persone e del bestiame, proteggere le famiglie dai mali fisici o spirituali e favorire il benessere quotidiano.

Dalla Braucherei europea al pow-wow

La tradizione del pow-wow affonda le proprie radici nelle pratiche magico-religiose popolari dell’Europa centrale. In Germania e nei Paesi vicini esistevano fin dal Medioevo guaritori tradizionali – paragonabili ai cunning folk anglosassoni – che ricorrevano a preghiere, benedizioni e incantesimi per curare e proteggere. Queste pratiche, chiamate Brauche o Braucherei nel dialetto germanico, facevano parte di un cristianesimo popolare in cui il confine tra religione ufficiale e tradizioni occulte rimaneva permeabile. I coloni di lingua tedesca portarono con sé questo patrimonio di credenze e rituali quando emigrarono in massa in Pennsylvania nei secoli XVII e XVIII. Il pow-wow della Pennsylvania deriva quindi direttamente da questi usi europei, traendo spunto dai grimori e dai ricettari del Vecchio Mondo (come il Romanus-Büchlein o gli scritti di Alberto Magno), oltre che dalle tradizionali preghiere cristiane.

Importata sul suolo americano, la Braucherei conservò le proprie radici cristiane integrando al contempo riferimenti diversi. Sebbene la maggior parte dei coloni fosse protestante, le formule del pow-wow invocano spesso elementi della devozione cattolica, come il nome della Vergine Maria o quello di alcuni santi, segno di un’antica eredità comune alle due confessioni. Il termine stesso « pow-wow », applicato a questa pratica germano-americana, è un prestito linguistico dalle lingue algonchine dei nativi americani (dove indicava uno sciamano o guaritore indigeno); il suo uso in Pennsylvania si spiega con l’analogia tracciata dagli anglofoni tra i guaritori tedeschi e gli uomini-medicina autoctoni. Nonostante il nome amerindio, la tradizione qui descritta è interamente di origine europea, trasferita in America dagli immigrati germanici.

Nella cultura popolare tedesco-pennsylvaniana si distingue chiaramente il Braucher (praticante del pow-wow) dall’Hexer (lo stregone malvagio). Il pow-wow è considerato una magia benefica fondata sulla fede cristiana, contrapposta alla Hexerei, che indica la stregoneria maligna. Il ruolo del Braucher consiste nel rimuovere gli incantesimi lanciati da uno stregone: agisce come guaritore spirituale, mentre l’Hexer sarebbe l’autore dei turbamenti occulti. Questa opposizione non esclude una certa ambiguità nella realtà, ma sottolinea che, per le comunità interessate, il pow-wow si inseriva in una continuità con la religione (si parlava anche di « medicina della fede ») e non costituiva una pratica diabolica. I pow-wow doctors — chiamati anche brauchers, hex doctors o powwowers — si consideravano infatti intermediari tra Dio e il paziente, mobilitando le « armi liturgiche » della preghiera contro le influenze del male.

Insediamento in Pennsylvania nel XVIII secolo

La pratica del pow-wow si insediò in Nord America con l’arrivo di ondate di immigrati di lingua tedesca (in seguito chiamati Pennsylvania Dutch) a partire dall’inizio del XVIII secolo. Questi coloni, originari soprattutto del Palatinato, dell’Alsazia, della Svizzera o della Renania, si stabilirono nelle terre fertili della Pennsylvania, dove fondarono comunità rurali relativamente isolate. In queste zone di frontiera, prive di medici qualificati, i guaritori tradizionali trovarono naturalmente il proprio posto e perpetuarono l’arte del pow-wow. Alcune testimonianze attestano che già alla fine del XVIII secolo questi rituali di guarigione venivano praticati in Pennsylvania.

Nel XIX secolo, la tradizione del pow-wow prosperò nelle fattorie e nei villaggi germano-pennsylvaniani. Essa superava le appartenenze religiose: luterani, mennoniti, amish o membri della Chiesa riformata, numerosi abitanti della regione si rivolgevano ai powwow doctors per curare bambini, coniugi o bestiame. Nella contea di Berks, per esempio, il pow-wow « faceva parte della vita quotidiana » di molti abitanti ancora in epoca relativamente recente. Alcuni praticanti acquisirono una fama regionale e arrivarono persino a pubblicizzare i propri servizi sulla stampa locale all’inizio del XX secolo. Tuttavia, il pow-wow rimase perlopiù un’attività informale e comunitaria: i guaritori svolgevano innanzitutto un altro mestiere (contadino, mugnaio, ecc.) e non chiedevano un compenso fisso per le proprie cure, accettando al massimo una donazione spontanea come ringraziamento. Questa discrezione e questa gratuità, percepite come garanzie di sincerità, contribuirono alla tolleranza di cui la pratica godeva nelle comunità rurali.

Pur conservando il proprio nucleo cristiano, il pow-wow della Pennsylvania si evolse e si arricchì a contatto con il Nuovo Mondo. Nel corso delle generazioni, i brauchers ampliarono le proprie conoscenze con ricette locali o attinte da altri folclori nordamericani, quando queste si armonizzavano con la loro visione cristiana del mondo. Così, la fitoterapia tradizionale (tisane, unguenti, cataplasmi di piante indigene) si intrecciò ai rituali del pow-wow, al punto che nella medicina popolare pennsylvaniana è difficile separare nettamente i rimedi « naturali » dalle formule magiche. Allo stesso modo, tecniche simboliche come seppellire o « trasferire » il male in un albero erano praticate sia dai guaritori tedeschi sia dai loro vicini di altre origini.

Il Long Lost Friend di J. G. Hohman: la Bibbia del pow-wow

Nel 1820, un immigrato di lingua tedesca di nome Johann (John) George Hohman pubblicò a Reading (Pennsylvania) un piccolo libro intitolato Der Lange Verborgene Freund – letteralmente « Il lungo amico nascosto » –, divenuto presto noto nella versione inglese con il titolo The Long Lost Friend. Questo libretto tascabile, compilato da Hohman a partire da diverse fonti europee e dalla propria esperienza personale, sarebbe diventato l’opera di riferimento del pow-wow pennsylvaniano per tutto il XIX secolo.

Hohman stesso è un personaggio intrigante. Di origine bavarese, giunto in Pennsylvania intorno al 1802 come servitore a contratto, riuscì a riscattare la propria libertà e si stabilì come tipografo e venditore ambulante di libri religiosi e profani. Nel 1819, osservando la vita quotidiana dei contadini della contea di Berks e il loro bisogno di rimedi, raccolse una serie di preghiere, rimedi e ricette domestiche, che pubblicò l’anno seguente. Hohman scomparve dagli archivi dopo il 1846, ma la sua opera continuò a essere ristampata numerose volte, prima in tedesco e poi in inglese, attraversando così le generazioni di praticanti. È significativo che un’edizione inglese dell’inizio del XX secolo aggiungesse persino le parole « Pow-Wows » al titolo, consacrando definitivamente l’associazione del termine pow-wow a questa tradizione di guarigione.

The Long Lost Friend offre una preziosa panoramica del repertorio del pow-wow nel XIX secolo. Già nel preambolo, Hohman afferma la vocazione protettiva del suo libro: promette che « chiunque porti con sé questo libro » sarà al riparo da ogni pericolo e non potrà morire né per il fuoco né per l’acqua, né senza aver ricevuto gli ultimi sacramenti. Questa dichiarazione illustra la mentalità dell’autore e dei suoi lettori: il semplice possesso di questa raccolta di preghiere è percepito come un talismano spirituale capace di conferire la benevolenza divina (Hohman arriva a citare il Salmo 50:15, « Invocami nel giorno della tribolazione: io ti libererò e tu mi glorificherai », per giustificare l’uso di formule sacre in caso di pericolo). Hohman precisa inoltre che non si tratta di un grimorio di malefici: il suo Amico Perduto non contiene alcun incantesimo per nuocere o « lanciare un hex », ma solo preghiere contro il male e rimedi per guarire. L’opera si presenta quindi come un manuale di buona magia cristiana, in armonia con la fede.

Il contenuto di The Long Lost Friend combina rimedi empirici e formule magico-religiose, riflettendo la duplice natura del pow-wow. Vi si trovano ricette di medicina domestica molto concrete, come una polvere di vescica di maiale essiccata da ingerire per rimediare all’incontinenza. Accanto a queste compaiono numerose formule orali con finalità curative o protettive, da pronunciare in contesti specifici. Un esempio tipico è l’incantesimo per fermare un’emorragia: « Sangue, devi fermarti finché la Vergine Maria non partorirà un altro figlio », formula da ripetere tre volte consecutive. Questa insolita ingiunzione – poiché sospende l’emorragia fino a un evento impossibile (Maria ebbe un solo figlio, Gesù) – si fonda sulla fede nell’intercessione della Vergine per ottenere un miracolo di guarigione. Allo stesso modo, per spegnere un incendio senza acqua, Hohman consiglia di scrivere il famoso quadrato magico latino SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS su un piatto da gettare poi nel fuoco, che dovrebbe spegnersi immediatamente. Questo quadrato palindromico, di antica origine europea, è un buon esempio di elemento esoterico integrato nella pratica del pow-wow e presentato come un « segreto » efficace tramandato dalla tradizione.

Le fonti di Hohman sono talvolta citate esplicitamente nel testo. Attinge in particolare dal leggendario Libro dei Segreti attribuito ad Alberto Magno (Albertus Magnus), una raccolta medievale di ricette magiche molto popolare, nonché dagli enigmatici Sesto e Settimo Libro di Mosè. Queste ultime due opere – pseudogrimori presumibilmente redatti da Mosè – circolavano tra stregoni e guaritori dei Paesi germanici. Hohman vi fa riferimento per alcune preghiere e sigilli occulti, avvertendo tuttavia che questi libri possono essere utilizzati solo con grande devozione cristiana: secondo la nota da lui riportata, l’utilizzatore deve essere un buon cristiano, altrimenti « gli incantesimi saranno inefficaci ». Va notato che il Sesto e Settimo Libro di Mosè include un intero capitolo dedicato all’uso dei Salmi biblici nella magia, associando ogni salmo a una specifica virtù protettiva o curativa. Questo richiamo sottolinea quanto la recitazione dei salmi e dei versetti della Bibbia sia centrale nell’arsenale del pow-wow.

Infine, The Long Lost Friend testimonia anche alcune regole tacite che circondavano la pratica. Hohman insiste sul dovere di aiutare il prossimo: arriva a scrivere che chiunque trascurasse di servirsi di un incantesimo conosciuto per salvare un arto o la vista di una persona « si renderebbe colpevole di peccato ». Questa ingiunzione morale riflette lo spirito altruista del pow-wow tradizionale: il sapere del Braucher è considerato un dono di Dio da impiegare per il bene della comunità. Hohman allude inoltre alle controversie che il suo libro avrebbe potuto suscitare tra il clero e si premura di giustificarne la legittimità radicandola nella Bibbia stessa (da qui la citazione del Salmo 50).

Rituali e pratiche del pow-wow

Il pow-wow pennsylvaniano è caratterizzato da una varietà di rituali apparentemente semplici, che combinano parole sacre e gesti simbolici. La guarigione comincia generalmente con la recitazione a bassa voce (talvolta persino senza emettere alcun suono udibile) di una formula o di un passo biblico, mentre il praticante compie un gesto rituale appropriato. Anche l’imposizione delle mani o l’unzione con olio benedetto fanno parte delle tecniche più comuni, sempre accompagnate da preghiere. Il potere non è considerato intrinseco al gesto in sé, ma emanato da Dio: il guaritore diventa un canale della grazia divina attraverso la propria fede e le parole sacre.

Nei rituali del pow-wow ricorrono diversi elementi tipici. Innanzitutto, l’invocazione della Trinità cristiana è onnipresente. Molte formule iniziano o si concludono con le parole « Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo », talvolta pronunciate in latino (In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti) nelle versioni più solenni. Il ricorso al latino, raro tra i protestanti, rivela l’antichità delle benedizioni utilizzate e l’influenza storica del cattolicesimo sulla tradizione. Inoltre, l’uso dei Salmi della Bibbia è un pilastro del pow-wow: alcuni salmi sono ritenuti efficaci contro mali specifici e vengono quindi recitati integralmente durante il rituale. Per esempio, il Salmo 91 (il Qui habitat) viene tradizionalmente recitato per la protezione della casa, mentre il Salmo 23 (Il Signore è il mio pastore) può accompagnare una richiesta di guarigione, con ogni versetto investito di una forza protettiva grazie alla fede di chi lo recita.

Gli oggetti quotidiani intervengono come supporti materiali del rito. Un pezzo di pane, una corda, un chiodo, una moneta o un semplice bicchiere d’acqua possono diventare strumenti del potere sacro una volta associati alla formula appropriata. Così, un manuale manoscritto di Braucherei risalente al 1830 indica che, in caso di rabbia (idrofobia), occorre scrivere il quadrato SATOR su pane imburrato e farlo mangiare al paziente come antidoto. Allo stesso modo, per curare le verruche, si trovano ricette in cui il guaritore strofina la verruca con una moneta, poi la getta o la seppellisce: si ritiene che il male « trasferito » se ne vada insieme alla moneta abbandonata. Altre pratiche ricorrono ai cicli naturali: alcuni disturbi venivano curati durante una specifica fase lunare (per esempio il primo venerdì della luna nuova per « trasferire » una malattia in un albero, inserendovi un’unghia o un capello del malato). Questi riti richiamano credenze cosmologiche secondo cui la luna, il sole o il giorno della Passione di Cristo sono fattori capaci di rafforzare l’efficacia della benedizione se vengono rispettati scrupolosamente.

L’ambiente domestico è il teatro privilegiato del pow-wow. La maggior parte delle guarigioni avviene nella casa del malato o del Braucher, in un ambiente familiare. Talvolta si accende una candela benedetta o si apre la Bibbia su un determinato salmo durante la seduta, così da creare un’atmosfera di preghiera. Intorno al paziente possono essere disposti oggetti benedetti (acqua santa, sale, crocifissi). Per la protezione della casa o della stalla, il pow-wow propone inoltre diversi sigilli e iscrizioni da collocare sulle porte.

Il pow-wow non si limita alle parole: comprende anche la realizzazione di talismani e amuleti. I guaritori esperti preparano talvolta piccoli sacchetti protettivi (simili a dei gris-gris) contenenti versetti biblici scritti in tedesco e disposti in modo insolito (al contrario o in cerchio). Un amuleto tipico consiste in un minuscolo frammento di pergamena sul quale è scritta l’invocazione « Nazarenus Jesus Rex » (« Gesù di Nazareth, Re [dei Giudei] »), inserito in un sacchetto di stoffa portato al collo. Si ritiene che questo tipo di amuleto, derivato da tradizioni europee, tenga lontane le influenze malefiche e protegga chi lo indossa. Anche le Himmelsbriefe, o « lettere del Cielo », documenti stampati di benedizione divina da esporre in casa, appartengono all’arsenale di protezione domestica legato al pow-wow (promettevano di preservare la casa finché la lettera sacra fosse rimasta al suo interno). Si vede qui quanto sia sottile il confine tra devozione religiosa e magia popolare: per i praticanti, possedere una reliquia scritta della Parola divina o un oggetto consacrato rappresenta il naturale prolungamento della fede nella vita quotidiana.

Un aspetto essenziale del pow-wow tradizionale risiede infine nella fede del paziente e del guaritore. Questi rituali non sono semplici formule meccaniche: si ritiene che siano il fervore con cui viene pronunciata la preghiera e la fiducia del malato nell’aiuto di Dio a rendere possibile la guarigione. Il Braucher si assicura quindi che la persona assistita aderisca spiritualmente al rituale. Le viene spesso chiesto di partecipare, per esempio rispondendo « Amen » alle preghiere, recitando il Padre Nostro o ripetendo personalmente tre volte la formula salvifica per sancirne l’efficacia. Questa interazione accentua la dimensione della preghiera condivisa più che quella della magia operativa. In caso di presunto maleficio (un hex lanciato da uno stregone), la fede funge anch’essa da baluardo: il guaritore agisce come una guida che restituisce coraggio e fiducia alla vittima, convinta che nessun maleficio possa resistere all’invocazione del nome di Dio. Se il paziente dubita o divulga il rituale a persone scettiche, si teme che l’incantesimo venga « spezzato ». Da qui la tendenza, in passato, a mantenere segrete queste consultazioni parallelamente ai trattamenti medici classici: non si informava necessariamente il medico ufficiale del ricorso al pow-wow, per paura che si opponesse o ne ridesse.


Oggi la tradizione del pow-wow in Pennsylvania sopravvive soprattutto attraverso la memoria culturale e gli sforzi di documentazione. Centri del patrimonio tedesco-pennsylvaniano, musei (come il Glencairn Museum) e ricercatori specializzati hanno raccolto le testimonianze degli ultimi praticanti e riunito oggetti, manoscritti e stampe legati a questa pratica, per esporli e studiarli.


Fonti:

  • David W. Kriebel, Powwowing Among the Pennsylvania Dutch: A Traditional Medical Practice in the Modern World, Penn State University Press, 2007

  • Patrick J. Donmoyer, Powwowing in Pennsylvania: Braucherei and the Ritual of Everyday Life, Pennsylvania German Cultural Heritage Center, Kutztown University, 2017

  • John George Hohman, The Long Lost Friend (edizione originale tedesca: Der langverborgene Freund, 1820)

  • Don Yoder, Pennsylvania German Immigrants, 1709–1786, Genealogical Publishing Co., 1980

  • Don Yoder, Occult Tradition in Pennsylvania: The Pow-Wow Tradition and the Braucherei, conferenze inedite e articoli su riviste

  • Alfred L. Shoemaker, The Pennsylvania Dutch and Their Healing, Pennsylvania Folklife Society, 1959

  • Emma R. Putnam, “Folk Healing Practices among the Pennsylvania Germans,” The Journal of American Folklore, vol. 49, n. 194, 1936

  • Marion J. Nelson, The Pennsylvania Germans: A Persistent Minority, The Pennsylvania German Society, 1983

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