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Il sabba di Mabon
Le sabbat de Mabon

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Il sabba di Mabon

13 min di lettura

Mabon, ecco un sabba che apre la porta alla natura, che presto entrerà in letargo. Celebrato tra il 20 e il 23 settembre, in occasione dell’equinozio d’autunno, annuncia l’atmosfera più fresca e invernale dell’ultimo trimestre dell’anno. Le foglie cadono, le temperature si abbassano ed è ormai tempo di ringraziare per i raccolti che ci sosterranno durante il freddo, fino ai prossimi raccolti. Presentazione.

Mabon nei miti celtici: un figlio divino rapito e ritrovato

Il termine Mabon deriva direttamente da un personaggio della mitologia celtica brittonica. Nelle leggende gallesi medievali, Mabon ap Modron («Mabon figlio di Modron») è un eroe la cui misteriosa storia si riassume in poche righe, ma la cui simbologia è potente. Figlio della dea Modron (il cui nome significa «madre» in gallese), Mabon incarna l’archetipo del Bambino divino, simbolo di giovinezza e rinnovamento. Il suo nome deriva dal brittonico Maponos, un dio celto-romano della giovinezza associato ad Apollo, e significa «grande figlio». Di fatto, Mabon e Modron rappresentano un’antica coppia divina madre-figlio, equivalente gallese della dea gallica Matrona (la «Madre Divina») e del suo figlio divino Maponos. Questa filiazione mitologica suggerisce il tema della giovinezza divina che scaturisce dalla Madre primordiale, un tema che ritroviamo altrove nel mondo celtico (come nel caso del dio irlandese Óengus Mac Oc, «il Giovane Figlio»).

Il sabba di Mabon


Il racconto principale che vede Mabon protagonista compare nella fiaba gallese di Kulhwch e Olwen (intorno all’XI secolo). Mabon è descritto come un membro del seguito di re Artù, dotato di un destino singolare. Rapito misteriosamente tre notti dopo la nascita, il prodigioso neonato rimane introvabile per anni. L’eroe Kulhwch, aiutato da re Artù e dai suoi compagni, si mette alla sua ricerca perché solo Mabon può aiutarli a cacciare un cinghiale leggendario. Interrogano quindi le creature più antiche del mondo – un merlo, un cervo, un’aquila e un gufo – fino a incontrare un salmone antico, l’unico a conoscere il luogo in cui Mabon è prigioniero. Guidati da questo saggio salmone, i cavalieri di Artù scoprono il giovane dio prigioniero in una buia prigione di Gloucester e infine lo liberano. Liberato dall’Altromondo, Mabon si unisce alla spedizione arturiana e offre il suo aiuto, simboleggiando il ritorno della luce dopo le tenebre.

Questo mito del bambino rapito e restituito alla vita ha un’ampia risonanza. Mabon appare come un giovane dio solare strappato alla madre-terra e custodito per un certo periodo nell’ombra prima di essere riportato nel mondo. Gli storici lo collegano al dio gallico Maponos, di cui è la controparte brittonica. La trama ricorda altri racconti di divinità legate al ciclo delle stagioni: viene in mente Persefone, la figlia di Demetra rapita dal dio degli Inferi e poi autorizzata a tornare sulla Terra per una parte dell’anno. Questa storia greca esprimeva l’alternanza tra la stagione fredda e sterile e il ritorno della primavera fertile. Mabon offre invece una variante celtica del tema del bambino luminoso scomparso e poi ritrovato, probabilmente senza un esplicito significato stagionale in origine, ma interpretabile simbolicamente in modo analogo. È significativo che un poema gallese tardo (il Libro di Taliesin, XIV secolo) attribuisca a Mabon il ruolo di psicopompo, guida delle anime tra questo mondo e l’altro. Vi si dice che Mabon «ha accesso a entrambi i mondi, si trova tra ombra e luce, tra nascita e morte», il che si adatta perfettamente alla simbologia dell’equinozio d’autunno – momento di passaggio tra chiarezza e oscurità. Così, sebbene gli antichi Celti non abbiano necessariamente associato Mabon all’equinozio, la figura del figlio di Modron, sospeso tra luce e tenebre, è ricca di corrispondenze con il tema dell’equilibrio autunnale.

L’equinozio d’autunno, festa dei raccolti ed equilibrio del tempo

Molto prima che il nome Mabon venisse attribuito all’equinozio d’autunno, questo periodo di fine settembre era già costellato di usanze legate ai raccolti agricoli. L’equinozio segna infatti la fine dei raccolti principali nell’emisfero settentrionale. Numerose società tradizionali celebravano in questo periodo una festa del raccolto, un’azione di grazie collettiva dopo le dure fatiche estive. In Gran Bretagna si parla di Harvest Home – la «Fine dei raccolti» – una festa contadina attestata almeno dal XVI secolo. Al termine dell’ultima mietitura dei cereali, un rituale consisteva nel confezionare l’«ultimo covone» a forma di bambola di paglia (chiamata corn doll o harvest doll) e decorata con nastri. Questa effigie, talvolta chiamata Cailleach (la «vecchia» in gaelico), rappresentava lo spirito del campo e veniva conservata fino all’anno successivo. In alcune regioni la si immergeva nell’acqua per assicurare la pioggia, oppure la si utilizzava durante la semina della primavera seguente come garanzia di fertilità. Queste usanze – canti, cortei paesani, pasti comunitari – testimoniano la sopravvivenza di riti agrari molto antichi che onoravano la fecondità della terra. Tradizioni analoghe si ritrovano in tutta Europa: in Scozia e Irlanda (con il nome di Ingathering), in Francia nelle feste della vendemmia, o ancora più lontano con le celebrazioni del raccolto negli Stati Uniti, ereditate dai coloni inglesi.

Il sabba di Mabon


Dal punto di vista più specificamente celtico, gli storici rilevano l’assenza di prove che un festival dell’equinozio d’autunno fosse formalmente celebrato dagli antichi Celti. In Gallia e nelle isole britanniche precristiane, il calendario rituale era strutturato attorno a quattro grandi feste stagionali (Imbolc, Beltane, Lugnasad e Samhain) corrispondenti all’inizio di ogni stagione celtica, piuttosto che ai solstizi e agli equinozi. Così, Lugnasad (all’inizio di agosto) segnava il primo raccolto, quello dei cereali, mentre Samhain (all’inizio di novembre) segnava la fine della stagione luminosa e l’ultimo raccolto, in particolare la raccolta degli ultimi frutti della terra e l’inizio della macellazione del bestiame prima dell’inverno. L’equinozio di settembre, situato tra queste due feste, corrispondeva naturalmente al secondo raccolto, quello dei frutti autunnali, delle mele e dell’uva, e al riempimento dei granai. Sebbene gli antichi annali celtici non ne parlino esplicitamente, si può supporre che questo momento cruciale dell’anno desse luogo, come altrove, a festeggiamenti contadini una volta terminati i lavori. In ogni caso, che l’equinozio sia una festa dei raccolti non lascia dubbi: la fine dei raccolti era un momento di grazia e sollievo celebrato universalmente, poiché significava che la parte più impegnativa del lavoro dell’anno era terminata e che la comunità poteva godere dei frutti della terra.

Con la cristianizzazione, le tradizioni del raccolto non sono scomparse, ma sono state integrate e reinterpretate. Nel Medioevo, la Chiesa collocò feste di santi sugli antichi punti di riferimento stagionali. Per l’equinozio d’autunno fu San Michele Arcangelo, celebrato il 29 settembre, a svolgere questo ruolo sostitutivo già dall’anno 1011. La festa di San Michele, dedicata all’arcangelo vittorioso sul Drago, si prestava perfettamente a sostituire i festeggiamenti pagani del raccolto, molto diffusi nelle campagne. Coincideva soprattutto con un’importante svolta dell’anno agricolo: alla fine di settembre si regolavano i contratti agrari e gli affitti annuali – in natura o in bestiame – così che il giorno di San Michele rappresentava la scadenza in cui i contadini «traslocavano» o rinnovavano la loro tenuta (da qui il detto «A San Michele, tutti traslocano»). Sotto la veste di festa religiosa, si celebrava dunque anche la fine dei lavori agricoli e si distribuivano i raccolti. È significativo che l’arcangelo Michele, figura luminosa che abbatte le tenebre, presenti una simbologia solare e vittoriosa che si accordava bene con lo spirito dell’equinozio e può ricordare la dimensione luminosa di Mabon stesso. L’antico fondo pagano di gratitudine per la fertilità della terra fu così assorbito, ma anche perpetuato nella cultura cristiana attraverso le messe del raccolto o le benedizioni dei raccolti. Ancora oggi, le chiese d’Europa celebrano alla fine di settembre un Thanksgiving locale, durante il quale si depongono sull’altare ceste di frutta, grano e uva appena raccolti, vivido ricordo dell’eredità agricola precristiana.

La simbologia di Mabon: equilibrio, abbondanza e preparazione all’inverno

L’equinozio d’autunno è per sua natura la festa dell’equilibrio. A Mabon, il giorno e la notte hanno esattamente la stessa durata, cosa che accade solo due volte all’anno. Il sole entra nel segno della Bilancia e, di fatto, la nozione di equilibrio cosmico è al centro di questa data. Le temperature di fine settembre sono moderate, né torride né glaciali, e la luce calante offre una dolcezza dorata: è una stagione di mezzo in cui tutto sembra sospeso. Tuttavia, a differenza dell’equinozio di primavera (Ostara), che apre alla stagione luminosa e ascendente, l’equinozio di settembre è il crepuscolo dell’anno: a partire da Mabon, le notti diventeranno ogni giorno più lunghe dei giorni, facendoci passare dal lato oscuro del ciclo annuale. Questo passaggio conferisce alla festa un tono ambivalente, fatto di celebrazione e malinconia. Da una parte, Mabon è la festa dell’abbondanza: si ringrazia la natura per i suoi benefici e si assaporano i raccolti accumulati dopo le fatiche dell’estate. È un momento di gratitudine in cui si banchetta, perché si sa che il più difficile deve ancora venire – i mesi freddi e poveri di risorse. D’altra parte, è una festa segnata dalla gravità: indica l’inizio della stagione oscura, bisogna prepararsi all’inverno ormai vicino e alle sue inevitabili privazioni. Nelle società agricole di un tempo, l’equinozio segnava il momento della verità riguardo alla sopravvivenza invernale: alla fine dei raccolti, ciascuno poteva valutare le riserve disponibili fino alla primavera successiva e rendersi conto se sarebbero state sufficienti o meno. Si sapeva che un raccolto insufficiente significava il possibile verificarsi di una carestia durante l’inverno – da qui l’importanza vitale dei riti di ringraziamento e propiziazione rivolti alla terra in questo periodo.

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Mabon insegna così la lezione del bilancio. È il momento di raccogliere i frutti di tutto ciò che è stato seminato durante l’anno, in senso letterale e figurato. Simbolicamente, all’equinozio è troppo tardi per intraprendere nuovi progetti: bisogna accontentarsi di ciò che è cresciuto, lo si voglia o no. Per analogia, la tradizione considera Mabon il momento ideale per fare ordine nella propria vita. Si individua ciò che non ha portato frutto, si abbandonano i «rami secchi» e ci si concentra sull’essenziale per affrontare l’inverno in equilibrio. Questo periodo equinoziale invita a lasciar andare ciò che è sterile o superfluo (lavoro, relazioni, abitudini improduttive) per preservare le proprie energie durante l’attraversamento della stagione oscura. È una forma di «pulizia autunnale», contrapposta alla pulizia di primavera. Questa saggezza pratica un tempo si traduceva in gesti concreti: si raccoglievano gli ultimi raccolti, si sigillavano i granai, si mettevano sotto sale le carni e si organizzava la comunità per l’aiuto reciproco durante l’inverno. Sul piano spirituale, Mabon è inoltre propizio all’introspezione: accogliere l’oscurità esterna significa anche affrontare le proprie zone d’ombra interiori. Così, il sabba di Mabon ci ricorda l’eterno ciclo di vita/morte/rinascita. La natura sembra morire, ma questo declino preparatorio è necessario per la germinazione futura. La luce del sole diminuisce e «si seppellisce» nel grembo della Madre Terra, proprio come, nella leggenda, il giovane Mabon torna simbolicamente nel grembo di Modron prima di rinascere in seguito. Questa corrispondenza poetica (completamente ricostruita dalle interpretazioni moderne) illustra il potere del mito: Mabon rappresenta la luce catturata nell’ombra che, dopo un periodo di gestazione nascosta, tornerà a trionfare. È, per così dire, il crepuscolo e l’alba del ciclo celtico, un punto di svolta in cui il giorno e la notte dialogano da pari a pari.

Un sabba recente: Mabon nel rinnovamento neopagano

Se l’equinozio d’autunno era già ricco di tradizioni del raccolto e di simboli di equilibrio, il suo nome Mabon e la sua strutturazione come «sabba» ci giungono dal moderno movimento neopagano. Furono infatti i praticanti della Wicca e del druidismo moderno, nel XX secolo, a integrare l’equinozio di settembre come festa a tutti gli effetti, ribattezzandolo Mabon. A metà del XX secolo, i pionieri della Wicca (come Gerald Gardner) avevano ristabilito il ciclo annuale pagano includendovi otto sabba: solstizi ed equinozi completavano le quattro grandi feste celtiche stagionali. Tuttavia, in origine si parlava semplicemente di equinozio d’autunno, senza un nome tradizionale associato, a differenza, per esempio, di Samhain, Beltane o Yule. Nel 1970, un occultista americano, Aidan A. Kelly, propose di usare il nome Mabon per indicare questo sabba. Nel tentativo di romanticizzare un po’ questo appuntamento autunnale, Kelly volle evitare un nome troppo generico e non trovò un equivalente anglosassone o germanico soddisfacente (Beda il Venerabile menzionava certamente un Haligmonath, ovvero «Mese Santo», a settembre, senza dettagli sulla celebrazione). Si rivolse quindi alla mitologia celtica per trovare una denominazione più evocativa. La sua scelta cadde sull’eroe gallese Mabon ap Modron, a causa dei parallelismi che percepiva tra la sua storia e il tema autunnale. Kelly conosceva il mito greco di Persefone, celebrato nei Misteri eleusini che si svolgevano ogni anno a settembre, vicino all’equinozio. Ora, proprio come Persefone rapita da Ade simboleggia la terra che d’inverno diventa sterile prima di rifiorire, il giovane Mabon, rapito e poi liberato, evoca un ciclo di scomparsa e ritorno della luce. Kelly vi vide una bella metafora dell’equinozio d’autunno così come lo interpretavano i Wiccan: la progressiva discesa del dio-Sole verso l’ombra e la sua futura rinascita. Il nome Mabon, dal suono celtico e legato al tema del «bambino esiliato che ritorna», sembrò quindi perfettamente adatto. Si impose gradualmente nella letteratura neopagana anglofona degli anni Settanta e Ottanta, al punto che oggi «Mabon» è comunemente usato per indicare l’equinozio di settembre nella maggior parte dei gruppi pagani, in particolare in Nord America. Questa adozione non avvenne senza dibattiti – alcuni puristi sottolineavano che nessuna festa celtica storica portava questo nome e preferivano Harvest Home o semplicemente equinozio d’autunno. Ma la ruota dell’anno moderna cercava una coerenza: sei sabba su otto portavano già nomi tradizionali, e sembrava naturale battezzare anche i due equinozi con nomi mitologici per armonizzarli. Così Ostara per la primavera (dea germanica dell’alba) e Mabon per l’autunno completarono il calendario. Resta il fatto che il termine ha avuto grande fortuna: lo ritroviamo in innumerevoli libri, articoli e annunci di rituali pagani ancora oggi, segno che ha saputo parlare all’immaginario contemporaneo.

Nelle spiritualità neopagane attuali, Mabon viene quindi celebrato intorno al 21-23 settembre (a seconda della data astronomica dell’equinozio). I modi di celebrarlo variano secondo le correnti, ma ritroviamo temi comuni di gratitudine, condivisione e riconnessione interiore. I Wiccan considerano questo sabba la seconda festa dei raccolti (tra Lugnasad e Samhain) e lo associano agli ultimi frutti della terra, alla vendemmia e ai colori caldi dell’autunno. Il rituale wiccan di Mabon consiste nel disporre sull’altare simboli di abbondanza (spighe di grano, mele, mais, zucche), ringraziare la Dea Madre per i doni della natura e dire addio al Dio Sole calante, talvolta raffigurato come un Re morente che nutre la terra. Tra i neodruidi, nella stessa data si celebra Alban Elfed (in gallese poetico «Luce dell’Acqua») come festa di ringraziamento, durante la quale si onora la Madre Terra offrendo i prodotti dei raccolti e condividendo un banchetto comunitario. Alcuni gruppi druidici o celtizzanti approfittano di Mabon per effettuare raccolte rituali – la mela, frutto sacro dell’Altromondo celtico, è protagonista durante le passeggiate nei boschi o la piantumazione di alberi. Ovunque domina l’idea di comunione con la natura in questo momento di transizione: passeggiate nei boschi dalle foglie ramate, ultime danze attorno al falò, benedizione dei chicchi e dei semi e, naturalmente, pasti conviviali in cui si condividono pane, sidro, vino novello e altri sapori autunnali. Così, anche in un moderno contesto urbano, Mabon rimane un invito a rallentare, ad ammirare il cambiamento di stagione e a rafforzare i legami della comunità umana, in eco agli antichi festival dei raccolti che riunivano interi villaggi dopo le fatiche.

Così, Mabon appare come una festa all’incrocio dei tempi, un bell’esempio di continuità e rinnovamento nella spiritualità stagionale. La sua essenza celebrativa attinge alla più universale delle tradizioni umane: quella della festa dei raccolti, questo momento di gioia, riconoscenza e meritato riposo, quando la terra ha dato il meglio di sé e si fanno scorte per l’inverno. All’equinozio d’autunno, equilibrio effimero tra giorno e notte, Mabon ci racconta l’eterna storia del ciclo della luce e dell’oscurità, della vita che si ritira per rinascere meglio.


Fonti:

  • Anonimo (Medioevo) – Kulhwch e Olwen, racconto gallese del Mabinogion (edizione tradotta da Pierre-Yves Lambert, 2021).

  • Jean-Paul Persigout – Dizionario della mitologia celtica, Ed. Imago, 2009.

  • Françoise Le Roux & Christian-J. Guyonvarc’h – Le feste celtiche, Ed. Ouest-France, 1995.

  • Ronald Hutton – The Stations of the Sun: A History of the Ritual Year in Britain, Oxford University Press, 1996.

  • Sorita d’Este & David Rankine – The Isles of the Many Gods: An A-Z of the Pagan Gods & Goddesses of Ancient Britain, Avalonia, 2007.

  • Jason Mankey – The Triumph of Mabon, articolo Patheos PanTheon, 2014

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